l’inno del corpo sciolto

La normale frequenza di defecazione varia ampiamente tra le persone sane: alcuni soggetti possono produrre tre evacuazioni a settimana, mentre altri possono averne tre al giorno. All’interno di questo intervallo la funzionalità di eliminazione delle scorie fecali può considerarsi normale. Freud definisce “caratteri anali” gli effetti sull’adulto di un particolare atteggiamento di interesse ovvero di rifiuto del bambino nel trattenere od evacuare le feci: i bambini che nella prima infanzia «impiegarono relativamente parecchio tempo per giungere a padroneggiare l’incontinentia alvi infantile, e che anche dopo, nell’infanzia, ebbero a lamentare singoli infortuni in questa funzione», così come «quei lattanti che si rifiutano di vuotare l’intestino quando sono posti sul vaso perché ritraggono dalla defecazione un piacere accessorio», diverrebbero in età adulta persone «particolarmente ordinate, parsimoniose ed ostinate», con predisposizione ad alcune forme di nevrosi e di stravaganza. Insomma ognuno evacua a modo suo, ma il Roberto nazionale qualche anno fa per togliere qualche residuo tabù sull’argomento scrisse “l’inno del corpo sciolto” una canzone di genere pop lanciata nel 1979.

Si tratta di un motivetto che ha come tema l’invito a tutti di defecare, senza vergognarsene, lodando i water e i gabinetti; genere satirico e graffiante tipico di Roberto Benigni. Dietro le parole, all’apparenza scurrili e volgari della canzone, si cela il desiderio umano di far apparire assolutamente normale tutto ciò che ci circonda, specialmente quelle cose o quelle persone che appaiono strane e vengono giudicate volgari o immonde, come appunto le feci. La canzone è stata cantata da Benigni per la prima volta durante una puntata del 1979 del programma televisivo “l’altra domenica” di Renzo Arbore, suscitando sia ilarità che scalpore fra il pubblico. E’ ora di cantarla insieme.

E questo è l’inno-o

del corpo sciolto

lo può cantare solo chi caca dimorto

se vi stupite

la reazione è strana

perché cacare soprattutto è cosa umana.

Noi ci si svegliamo e

dalla mattina

i’ corpo sogna sulla latrina

le membra riposano

ni’ mezzo all’orto

che quest’è l’inno

l’inno sì del corpo sciolto.

C’hanno detto vili

brutti e schifosi

ma son soltanto degli stitici gelosi

i’ corpo è sano

lo sguardo è puro

noi siamo quelli che han cacato di sicuro.

Pulissi i’culo dà gioie infinite

con foglie di zucca di bietola o di vite

quindi cacate

perch’è dimostrato

ci si pulisce i’culo dopo avè cacato.

Evviva i cessi

sian benedetti

evviva i bagni, le tualet e gabinetti

evviva i campi

da concimare

viva la merda

e chi ha voglia di cacare.

I’bello nostro è che ci si incazza parecchio

e ci si calma solo dopo averne fatta un secchio

la vogl’arreggere

per una stagione

e colla merda poi far la rivoluzione!

Pieni di merda andremo a lavorare

e tutt’a un tratto si fa quello che ci pare

e a chi ci dice, dice

te fa’ questo o quello

noi gli cachiam addosso e lo riempiam fino al cervello:

cacone!

puzzone!

merdone!

stronzone!

la merda che mi scappa

si spappa su di te!

Roberto Benigni

 

 

occhiali rotti

Ho lasciato la mancia al boia per essere sicuro

che mi staccasse la testa in una volta sola e ti assicuro

non lo pagai sperando di fermarlo

come mai si ritirò è un mistero e il motivo non so spiegarlo

ma so andarmene lontano

se nessuno mi trattiene

e tornarmene a Milano nonostante le catene

Ho lasciato la mancia al boia, sai quanto mi servisse

un orologio Bulova

se il tempo lo scandiva la mia tosse

tanto che poi in cambio ottenni acqua

e un sorriso che pensai

fosse un rischio persino per lui

per capirmi è necessaria la curiosità di Ulisse

di viaggiare in solitaria

vedendo il mondo per esistere.

E chissà che poi non capita che ad uccidermi

sia per caso la pallottola amica di un marine

ma se chi dovrebbe darti aiuto respinge il tuo saluto cosa fai?

bestemmi o preghi il dio del vetro andando marciandietro via dai guai

e vai all’inferno

che la differenza in fondo non ci sta

Ho lasciato la mancia al boia per essere sicuro

che mi staccasse la testa in una volta sola e ti assicuro

non lo pagai sperando di fermarlo

come mai si ritirò è un mistero e il motivo non so spiegarlo

ma nel giro di un minuto dietro a un paio di lenzuola

è sbucato il sostituto

con in mano una pistola

Finalmente un po’ di musica

ma che nostalgia di quando avevo preso la chitarra elettrica e l’ho data via

chissà se gli errori del passato sono ancora adesso in garanzia

e se mi verrà mai perdonato il fatto che io spesso andassi via

un bacio a tutti, quanti sogni belli e quanti brutti

i miei occhiali si son rotti

ma qualcuno un giorno li riparerà.

Finalmente un po’ di musica

ma che nostalgia di quando avevo preso la chitarra elettrica e l’ho data via

chissà se gli errori del passato sono ancora adesso in garanzia

e se mi verrà mai perdonato il fatto che non fossi a casa mia

un bacio a tutti, fate sogni belli e pochi brutti

i miei occhiali si son rotti

ma qualcuno un giorno se li metterà

e a occhi semichiusi

attraverserà posti distrutti

e silenziosi

(Samuele Bersani)

« Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski. »

Enzo Baldoni

Enzo Baldoni,

pubblicitario e collaboratore del settimanale Diario, morì dodici anni fa, rapito e ucciso dall’Esercito islamico in Iraq. 

 

 

una nuova pagina su”lo smemorato di Collegno”

Emilio Notte pittore

Nato a Ceglie Messapica, ma formatosi in Toscana, allievo di Fattori e De Carolis, Emilio Notte entra subito in contatto con gli ambienti lacerbiani, anche se non lega molto con Soffici, e nel 1916 lo troviamo, sia pure in posizione minoritaria e distinta, nel gruppo de L’Italia Futurista, la cosiddetta «Pattuglia azzurra» che surrogò a Firenze la defezione di Papini, Soffici e Palazzeschi dal Futurismo e diede vita al «secondo Futurismo fiorentino» (da non confondere col Secondo Futurismo tout court, che parte dagli Anni Venti).

https://losmemoratodicollegno.wordpress.com/emilio-notte-pittore/

il vento del cambiamento

fassino-appendino-stretta-mano

Un vento dimenticato spira su questa Torino umida di fine primavera che si prepara al ballottaggio. Forse non gonfierà le vele di una nuova maggioranza. Ma intanto sbatte, fa rumore. Soffia dalle periferie alle università, dovunque qualcuno si senta escluso dal sistema di potere che da un quarto di secolo ruota intorno al centrosinistra. Prima che di un cambiamento, indica la voglia di un ricambio.  Per chi lo osserva dai vetri, quello che governa Torino è un sinedrio chiuso che ti ammette al suo interno solo per cooptazione. Le stesse persone che da decenni si incontrano alle stesse cene, si scambiano gli stessi incarichi e partecipano allo stesso banchetto di soldi pubblici che anche gli esclusi hanno contribuito con le loro tasse ad allestire. A chi non ne fa parte interessa poco che questa aristocrazia, riunita oggi intorno a Fassino, sia la migliore delle grandi città italiane e probabilmente più preparata di quella che circonda Chiara Appendino. Per gli esclusi il desiderio di aprire le finestre è così impellente che prevale persino sul rischio di fare entrare aria cattiva.  Ho letto su Facebook il post di un militante liberale, uno di quei torinesi di centrodestra che hanno votato Berlusconi per anni senza mai amarlo. Tratteggia il futuro a tinte fosche che attende Torino nel caso di una conquista grillina, profetizzando anni di Terrore giacobino a base di linciaggi e politiche afflittive (No Tav, No Cittadella della Salute, No tutto). Ma, dopo avere descritto la vittoria dei Cinquestelle come una sciagura, annuncia a sorpresa che voterà per loro. Perché, scrive, solo da una fase distruttiva potrà sorgere una classe dirigente nuova, finalmente basata sulla competenza invece che sulla vicinanza. Un’utopia in un Paese come l’Italia, dove nel campo delle nomine pubbliche l’amicizia non è considerata un limite, ma un vantaggio. Eppure ci sono dei momenti in cui le utopie si mescolano alle invidie, le invidie alle rabbie, e insieme sollevano un vento che va a infrangersi contro il primo albero lungo il cammino.  Piero Fassino è un albero esile, ma ben radicato. Persino i suoi rivali, lontano dai microfoni, ne riconoscono le qualità. Il vento che rischia di travolgerlo o almeno di scuoterlo non prende tanto di mira lui, quanto l’aristocrazia del potere rosé di cui il sindaco è la figura di riferimento. Gli osservatori neutrali sostengono che la squadra di assessori dei Cinquestelle non valga quella che ha governato Torino negli ultimi decenni. Ma per chi sta dentro quel vento, l’incompetenza e persino l’incapacità sono valori positivi. E Chiara Appendino è presenza garbata, abbastanza abile da non ostentare la giovinezza in una città di anziani, mascherandola dietro pettinature e atteggiamenti rassicuranti da «madamin».  Di solito ai ballottaggi si vota il male minore. Ma mentre in pochi andranno a votare Fassino per paura di una vittoria di Appendino, più di qualcuno potrebbe votare Appendino per la gioia di vedere perdere Fassino (e Renzino). Non è detto che succeda. Ma, per la prima volta dopo un quarto di secolo, ciò che a Roma sembra molto probabile a Torino è diventato possibile. Sarà l’effetto del vento. Massimo Gramellini – La Stampa

Lunedì prossimo Torino avrà un nuovo sindaco e non sarà Fassino Piero, sindaco uscente, colpevole di essere brutto come la fame, scontroso come un orso marsicano e espressivo come un tonno durante la mattanza. Altro difetto di Piero: è politicamente vecchio, da troppo tempo nelle stanze dei bottoni. E poi a Torino governano più o […]

 

#senzachiederepermesso

senza-chiedere-permesso

Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, si occupa di produzione e post-produzione cinematografica (in pellicola e video) su un terreno di impegno militante in quel di Torino. Mentre Piero Perotti, oggi ufficialmente pensionato, è una delle memorie storiche della classe operaia piemontese e delle azioni sindacali e sociali, messe in atto per migliorarne le condizioni di lavoro e di esistenza e per contrastare le “bronzee leggi” del capitale, fin dagli anni sessanta.

Insieme e nel corso di diversi anni hanno raccolto una serie di materiali straordinari sulla lotta di classe a Mirafiori, fuori e dentro la fabbrica, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980. Molte immagini, collezionate all’interno del film, provengono dalla cinematografia militante di quegli anni, ma ciò che costituisce il cuore di questo documento audiovisivo è dato dalle immagini “rubate” dallo stesso Perotti alle manifestazioni operaie e ai cancelli dello stabilimento Fiat con la piccola cinepresa portatile che aveva deciso di procurarsi proprio a tale fine.

In un’età di tablet, smart-phone, telecamere portatili o miniaturizzate in qualsiasi cellulare e di selfie, ci si dimentica troppo facilmente quanto fosse difficile, qualche decennio addietro, documentare gli eventi. Anche quelli che, a differenza di quelli fin troppo documentati di oggi, erano destinati a cambiare il rapporto tra le classi a favore dei diseredati.

Tra il 1969 e gli anni settanta, la classe operaia di uno dei più grandi stabilimenti automobilistici del mondo cambiò le regole del gioco. Le immagini del film ce ne trasmettono tutta la potenza, la creatività, anche la violenza spesso sufficientemente espressa, quest’ultima, più in potenza che in atto. Fu, in quegli anni, la classe operaia torinese l’epicentro di uno scontro globale che fece tremare le fondamenta dell’edificio costruito sulla base dello sfruttamento di classe.

Per questo, più tardi nel 1980, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo. Avrebbe dovuto essere spogliata della sua capacità di resistenza, organizzazione ed iniziativa, politica e sindacale, per essere restituita, nuda, alle sue condizioni iniziali di sottomissione e dipendenza dall’iniziativa avversaria.

Il film documenta benissimo, in maniera spesso commovente, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni alle porte della FIAT, tutto ciò. La formazione di una coscienza, lo sviluppo delle lotte e della solidarietà di classe, la capacità di reagire uniti su richieste egualitarie ed unificanti e quella di reagire alle provocazioni messe in atto dall’azienda, dai crumiri, dai fascisti e dalla polizia. Una forza immensa era entrata nell’arena della Storia; sì, proprio quella con la S maiuscola.

Donne e uomini, immigrati meridionali e lavoratori piemontesi lottavano uniti, creavano uniti un nuovo modo di fare politica ed attività sindacale, marciavano uniti per le strade prima del quartiere, poi della città. Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia.

Tutto questo, forse, molti di quegli operai l’avrebbero imparato dopo, eppure ripresero il cammino proprio là dove era stato interrotto dalle repressione antisindacale ed antioperaia, ancor prima che anticomunista, degli anni cinquanta. E che aveva visto un primo, selvaggio risveglio, fuori da qualsiasi direttiva partitica o sindacale, proprio nei fatti di Piazza Statuto del luglio 1962.

Molti di loro erano in fabbrica da anni, molti, forse i più, erano entrati alla Fiat in seguito alla recente emigrazione dal Sud o al rientro dalle fabbriche tedesche. Simili a una moderna creatura di un capitalismo novello dottor Frankenstein, avevano imparato ad odiare il proprio creatore e a combatterlo. Ovunque, dentro e fuori gli stabilimenti.

I cortei interni, le perquisizioni dei guardiani alle porte, i volantinaggi, i fuochi dei picchetti, gli studenti con i giornaletti dell’estrema sinistra, il blocco della produzione, gli scioperi spontanei: tutto è documentato con un ritmo serrato, accompagnato dalla narrazione personale e vivace di Pietro Perotti. Così che, ancora una volta, la memoria personale si mescola con la memoria di classe, rifondandola. Come quasi sempre accade.

Non nei testi accademici, non nelle tesi di Partito, non nelle logiche politiche e nelle strategie sindacali, ma nella voce narrante, ancor più che in qualsiasi forma scritta, noi ritroviamo la memoria e la Storia delle classi subalterne. Subalterne soprattutto sul piano della comunicazione. Soprattutto là dove la comunicazione è scritta, dove la sintassi è ancora un’arma del padrone e, ancor più, lo è lo strumento televisivo, o radiofonico come ai tempi del Duce.

Per questo il gesto di Pietro, comperare ed imparare ad usare una piccola cinepresa, diventa così grande ed importante. Non solo per noi che, ora, possiamo usufruire di quelle straordinarie immagini, ma anche per l’epoca. Un’altra barriera veniva abbattuta, appunto senza chiedere permesso, precedendo di poco la nascita delle radio libere. La lotta operaia, ancora una volta, inventava una nuova cultura e nuova comunicazione. Di cui Pietro si fece portatore anche negli anni successivi all’abbandono della fabbrica, attraverso i suoi manifesti e i suoi mascheroni che accompagnano ancora tante manifestazioni.

Suo era il grande ritratto di Marx che, appeso alle porte della palazzina di Mirafiori, avrebbe assistito, ammutolito e attonito, all’ultima battaglia degli operai della città-fabbrica. La più amara.  Quella in cui si consumarono, durante i 37 giorni dell’autunno del 1980, tutti i tradimenti sindacali e politici possibili. Quella con cui l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, aveva deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla forza lavoro. Con un costo altissimo per tutta la classe operaia italiana.

E, sotto questo punto di vista, le immagini parlano e dicono più di ogni commento. Negli anni precedenti i lavoratori di Mirafiori avevano occupato il territorio. Erano diventati punto di riferimento per gli operai di tutto l’indotto Fiat e per quelli degli altri settori produttivi. Per gli studenti, gli operai, per i soldati inquadrati nei Proletari in divisa, per ogni settore della società. Avevano guardato fuori, al mondo e lo avevano fatto proprio.

Nei 37 giorni, tra il 10 settembre e il 16 ottobre 1980, gli operai che sono fuori dalle officine guardano verso l’interno della fabbrica. Un rovesciamento di prospettiva che prelude soltanto alla sconfitta. I grandi viali sono alle loro spalle e sono esclusi dalle officine. Guardano il balletto degli oratori, con capofila Berlinguer e i leader sindacali, che altro non fanno che illuderli e deviarli verso la resa. Che avverrà con una votazione truffa dopo la marcia dei quarantamila. Truffaldina anche quella, nei numeri e nei partecipanti.

marx-alle-porte

I capi sono stati affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10 – 12.000 (questa anche la prima cifra ufficiale della prefettura). Il corteo ha un carattere decisamente reazionario e antioperaio […] Nel pomeriggio,incontro Fiat -sindacati. Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <<all’accertamento dell’ipotesi conclusiva>>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di 100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia […] All’alba (giorno successivo) l’apparato del PCI è mobilitato ai cancelli per convincere i suoi militanti che bisogna accettarla1

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della lotta dei 35 giorni alla Fiat si sarebbe potuta fermare, non farla neanche partire”. E’ quello che sostiene Pietro Perotti nel film. E probabilmente ha ragione, ma sarebbe occorso che gli operai della fabbrica più grande d’Italia tornassero a fare quello che avevano fatto nel decennio precedente, ogni volta che si era presentata l’occasione: occupare le strade e la città.

Ma in quel momento, una volta allontanati dalle officine, con gli arresti o i licenziamenti, tutti coloro che avevano guidato le lotte, i reparti non reagirono più allo stesso modo. La stanchezza e la sfiducia presero il posto del coraggio, della sfida e della lotta. Con una sapiente regia del sindacato e del Partito comunista. Soprattutto della federazione torinese del Partito che annoverava tristi figuri del calibro di Piero Fassino e di Giuliano Ferrara.

Le conseguenze si fanno sentire ancora adesso a Melfi, in quel che rimane degli stabilimenti torinesi, nel job act e nella spocchia di Marchionne e di Renzi. Quello fu un appuntamento storico e tutti i carnefici di adesso possono rallegrarsi ancora di quella sconfitta.
A noi rimangono la memoria di momenti gloriosi e di volti magnifici. Sconosciuti e conosciuti che, per chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e quelle lotte, non possono non far spuntare lacrime di nostalgia, di tenerezza e di rabbia. Che ci accompagneranno sempre.

Sacrificio al Colle dell’Agnello

Vincenzo Nibali.jpg

Orgoglio, vittoria e lacrime per Vincenzo Nibali che in una delle tappe più dure del Giro d’Italia ha vinto per distacco la 19/a tappa del Giro d’Italia, da Pinerolo a Risoul di 162 km, una delle frazioni più dure della corsa rosa con la Cima Coppi ai 2744 metri del Colle dell’Agnello. Nibali ha preceduto lo spagnolo Mikel Nieve (Sky) giunto a 47″, e il colombiano Chaves, nuova maglia rosa, e terzo al traguardo con un distacco di 50″. Quarto Diego Ulissi con un ritardo di 1′. Esteban Chaves è la nuova maglia rosa del 99/o Giro d’Italia di ciclismo. Il colombiano adesso precede in classifica Vincenzo Nibali di 44″ e Steven Kruijswijk di 1’05”.

Sulla neve ghiacciata del Colle dell’Agnello, Steven ci ha lasciato il primato e a momenti ci lasciava pure l’osso del collo. Dove osano le aquile, rischiano, soffrono e piangono le umane genti. La discesa dai 2744 metri della Cima Coppi era appena iniziata e Vincenzo Nibali, dopo aver anche sofferto nei 21 km abbondanti di ascesa, ritrovava smalto, disegnando le curve come Giotto e tornando a sentire profumo di podio perché Valverde l’altitudine proprio non la tollera andando in difficoltà. Il rosso d’Olanda lo segue, forse troppo da vicino. Una nebbia spettrale, un asfalto viscido, un errore: piroetta in volo, un atterraggio tutto meno che morbido a cui seguono problemi meccanici e la comprensibile crisi dell’uomo che vede un sogno tornare di colpo impossibile. Kruijswijk disperato, i suoi compagni sono stati polverizzati dal forcing dell’Orica di Chaves sul colle dell’Agnello, cerca alleanze trasversali con soldati ormai stanchi e demotivati. E’ un leone, la maglia rosa: dà tutto ma non può bastare in una giornata del genere. La deve cedere al Colibrì Chaves che pensa “Ora siamo vicini a Torino e perchè no… Domani proveremo a fare il massimo, sicuro lasceremo la pelle sulla strada”.  Ma Vincenzo è tornato!

MONI OVADIA: “IL NOSTRO ENZO” JANNACCI

moni-ovadia“Il bardo dei poveri cristi” così defini Enzo Jannacci Moni Ovadia quando Enzo morì dell’aprile del 2013.

” Il nostro punto d’incontro è Milano. Enzo Jannacci raccontava e cantava la Milano che io ho vissuto. Ma la stessa orgogliosa città, albergava nei suoi interstizi e nei suoi sottofondi, la povera gente, i disperati, i fuori di testa, gli esclusi, i sognatori senza voce, i terroni, gli abbandonati dall’amore e dalla vita, le puttane navi scuola da strada e da cinema. Di tutti questi poveri cristi, lui è stato il cantore assoluto.

Quando Jannacci fece la sua comparsa sulle scene della canzone e del cabaret, Milano era una metropoli industriale in pieno ed impetuoso sviluppo, dava lavoro, chiamava gli immigrati dalle periferie meridionali orientali ed isolane dello Stivale. Jannacci ne ha colto, incarnato e raccontato la storia, le emozioni, i sentimenti e la vita vera. Di quel popolo ha interpretato la malinconica, maleducata e balorda grazia, ha rivelato che la poesia dei luoghi, fiorisce nei gesti impropri e sgangherati degli ultimi fra gli ultimi, nella loro grandiosa lingua gaglioffa e sfacciata.

È stato in assoluto, a mio parere, il più originale poeta della canzone che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare e insieme un artista inarrivabile nel suo essere stralunato e surreale.

Enzo non era nato povero cristo, aveva fatto ottimi studi in ogni senso, ma quella condizione l’aveva incorporata con arte alchemica. L’aveva assunta nel volto fisso alla Buster Keaton, nei gesti liricamente scomposti, nel modo di suonare la chitarra tenuta bloccata sotto il mento, nella fibra e nel canto della lingua vernacola di cui esprimeva l’anima e di cui aveva trasferito l’umore triste e gagliardo anche nell’italiano. Tutta questa sapienza confluiva nella sua inimitabile voce sguaiata e sul crinale precario della sua intonazione che dava vita ad un capolavoro espressivo e stilistico.”

Enzo Jannacci cantautore, cabarettista e attore ma anche cardiochirurgo, tra i maggiori protagonisti della scena musicale italiana del dopoguerra. Fin dagli anni ‘50, ha lavorato insieme agli amici Dario Fo e Giorgio Gaber, passando dalla canzone dialettale al rock al jazz, fornendo l’ispirazione anche a personaggi come Renato Pozzetto, Diego Abatantuono, Massimo Boldi. Tra i suoi brani più noti: Vengo anch’io. No tu no, El portava i scarp del tennis, Ho visto un re, Quelli che. La vita l’è bela……. Alcune di queste canzoni, diventate oramai dei classici, sono reinterpretate da Moni Ovadia – anch’egli artista versatile e curioso sperimentatore che si è affermato nel teatro musicale dimostrando una sua personale ricerca espressiva – che le propone in un’inedita quanto fascinosa veste.

Scrivo questo post sotto la spinta dei lettori, infatti questo mio precedente post  (click) sta avendo fra ieri e oggi un numero considerevole di visite e spero letture, così dice google.

Papa Francesco alla ricerca dell’Europa

Francesco a Lesbo

L’impatto umano ed emotivo è stato grande nonostante la rapidità della visita del Pontefice a Lesbo nel campo simbolo dei rifugiati. Papa Francesco si conferma l’unico leader con una visione sul lungo termine. Ci voleva proprio Lui per fare capire all’Unione Europea, soprattutto a una parte dell’Unione Europea, che sulla politica estera sta sbagliando tutto e che sulla gestione della tragedia umanitaria dei migranti si giocano gli assetti del Mediterraneo di domani. Ha lanciato ancora una volta un messaggio di pace e speranza allungando una mano concretamente tesa al mondo islamico.

Non solo. Nel suo discorso, il Santo Padre ha voluto ricordare il popolo greco e ringraziarlo per la generosità dimostrata nei confronti dei rifugiati, nonostante le note difficoltà attraversate dal Paese. Lo ha fatto di fianco a un premier, Tsipras, quanto mai compiaciuto e per una volta tanto in posizione di forza rispetto agli altri Paesi dell’Unione.

Le parole di Papa Francesco hanno rappresentato un secco monito per quella parte di Europa che prima ha sottoposto la Grecia a pesanti misure di austerity perché rispettasse le regole di bilancio, ma che ha voltato la spalle quando si è trattato di questioni legate all’umanità.

Per una macabra ironia della sorte, questa emergenza umanitaria la stanno pagando i più poveri dell’Unione Europea e gli ultimi del Mediterraneo. Papa Francesco è andato a lanciare il suo messaggio proprio in mezzo a loro, tracciando idealmente quella che dovrebbe essere la politica comune dell’Unione Europea.

La palla, adesso, passa all’Unione Europea, che dovrà mostrare cosa abbia capito della visita del Pontefice. Non c’è da farsi troppe illusioni. Nel club di Bruxelles predominano ancora logiche nazionali e si preferisce sperare che l’accordo-ricatto con la Turchia tenga piuttosto che trovare delle alternative.

La lezione di Francesco ha messo tutti davanti a un’evidenza: un’istituzione nata sul principio della solidarietà è diventata il simbolo della divisione in nome dei singoli interessi. Il dramma è che sembra sempre più incapace di tutelare persino questi.

Di contro le piccole isole del Mediterraneo, da Lesbo a Lampedusa, rappresentano il confine sud dell’Europa, cosa che nel centro e nel nord del continente si sta facendo finta di non vedere. Ecco perchè Francesco le ha scelte per mandare i suoi messaggi di solidarietà per i rifugiati all’Europa e al Mondo.

Avevo 15 anni e lo ricordo perfettamente

rischiatutto

Ieri sera sono tornato indietro di 45 anni, tanti ne avevo nel 1970 quando Mike Buongiorno (che Dio l’abbia in gloria!) lanciò sull’unico canale Rai di allora il Rischiatutto. Fabio Fazio ha recuperato l’archetipo di una tv che spopolava negli anni ’70 in un’Italietta che faceva i conti con il post ’68 e il terrorismo, con i mutui, le scuole serali e gli straschichi dell’autunno caldo dei metalmeccanici, ma il giovedì sera restava incollata davanti ai televisori – con punte di ascolto oltre i 20 milioni di spettatori – per seguire il quiz che mescolava nozionismo e misura, cultura e intelligenza, in barba alla filosofia sempre imperante della “spintarella”. Ogni puntata mi vedeva attivo e partecipe: rispondere alle domande di Mike prima del concorrente di turno era il mio gioco preferito, l’ho fatto anche ieri sera. Grazie Fabio!

Torino vista dallo spazio

torino-dallo-spazio

Sono passati ormai 5 mesi dall’inizio del nostro percorso con il pranzo in comune alle ex-vetrerie, e sono stati mesi dove abbiamo dimostrato di poter esprimere una voce importante in questa città.

Ora dobbiamo aumentare il nostro impegno e usare le prossime settimane per far conoscere la nostra coalizione al maggior numero di persone. Nel frattempo continueremo a raccontare la nostra città e le sue sfide più importanti, una Torino che, come stiamo dicendo, vorremmo Grande per Tutti/e.

Sabato 23 aprile dalle 10 alle 13, presso il CINEMA ELISEO in Via Monginevro 42, zona P.zza Sabotino, sarà presentata ufficialmente la lista di TORINO IN COMUNE – La Sinistra, insieme alle due liste che sostengono la candidatura di Giorgio Airaudo: “Ambiente Torino” e “Pensionati e Invalidi Giovani Insieme”. 

Siete tutti invitati a partecipare e diffondere l’invito ai vostri contatti.  Qui potete trovare l’evento Facebook, sabato vi consegneremo del materiale da utilizzare durante la campagna elettorale, manifesti con il logo, volantini, locandine e spillette. Inoltre vi daremo un breve vademecum per la campagna social, a costo zero, dove far girare attraverso i profili o le pagine dei vari social network (Facebook, twitter, instagram, etc.) le info che riguardano la lista, il logo, il programma.

Ci vediamo sabato per presentare il nostro progetto e la nostra squadra!

A presto!
Giorgio Airaudo

p.s. (ndr):  nell’assemblea dell’Altra Europa di Torino che si è svolta lo scorso 11 aprile, sono state decise all’unanimità dei presenti le candidare nella lista di Torino in Comune: 

Fiorenza Arisio, disoccupata ex delegata sindacale SLC-CGIL e militante No Tav

Giancarlo Chiusano, pensionato ex insegnante.

Torino in comune