Epilogo… per ora (R. d. M. …)

Gli italiani non si sentono prigionieri delle regole anzi le disattendono regolarmente, come è successo a Torino a marzo scorso con le manifestazioni “no mask, no Vax” e, oggi addirittura quelle contro la “dittatura sanitaria”. Più semplicemente gli italiani (i torinesi nel mio particulare) fanno quello che gli pare certi che non ci siano controlli seri. Si sa, siamo al fai da te della sicurezza, salvo menare con convinzione i centrosocialisti (ammazza che neologismo!). La cosa che manca di più in questo Paese è la solidarietà, la fiducia nelle vaccinazioni è scarsa anche a causa delle diatribe di origine chiaramente commerciale gonfiate da TV e giornali. Il coraggio governativo e l’organizzazione delle vaccinazioni seguono le mode del momento. Ora furoreggia la greencard (non quella della raccolta differenziata, no!). D’altronde come si può rendere obbligatoria la vaccinazione anticovid se le dosi mancano e in più sono obsolete, causa mutazioni? Meglio, molto meglio creare, ad horas, corse al vaccino di chi vuole andare in vacanza o semplicemente al ristorante, no? Intanto gli oltre due milioni di ultrasessantenni non vaccinati si possono mettere un coda, tanto in vacanza non ci possono andare. Ci sono due “manifestazioni” indotte (in attesa di altre nei mesi autunnali che sono dietro l’angolo): la corsa al sorpasso vaccinale e le manifestazioni di piazza che definirò di destra (dentro c’è tutto l’arco costituzionale e gli opposti estremismi, ritornano a galla rimasugli dialettici degli anni settanta). Speriamo che il virus vada via autonomamente come fanno ed hanno fatto tutti i suoi fratelli, forse ce la caveremo.

La ballata di Borgo San Paolo

“Se passo davanti alla casa dove abito, posso dire “abito là” ma non posso dire di abitare tutti i luoghi allo stesso modo, e non tutti i luoghi evocano la stessa memoria. Abitare e ricordare non sono attività disgiunte e non sempre abitiamo un luogo consapevoli del carico (talora del sovraccarico) emotivo che esso comporta. E’ chiaro che, volendo, tutto può diventare “luogo della memoria”, non soltanto i luoghi che si possano toccare o visitare materialmente. Tutto è fruibile in questo immaginario museo del ricordo: i luoghi della grande Storia, come quelli della piccola nostra storia. I ricordi e la memoria ci abitano.”(https://www.spaziodi.it/magazine/n0108/vd.asp?id=128)

Bene, uno di quei luoghi, da me abitati e più amati, è Borgo San Paolo di Torino. Arrivai nel quartiere rosso direttamente dalla Puglia a seguito dei miei genitori. Era il 1969 e mio padre era stato assunto in Fiat.

Ecco scoperte le mie carte, tutti coloro che hanno avuto a che fare con Borgo San Paolo farebbero bene a dare un’occhiata a questo giallo di cui il “villaggio” è protagonista. Come in una vera a propria ballata, i capitoli del libro di Michele Paolino sono caratterizzati dalle citazioni esplicite ed implicite della canzoni cantautorali italiane che spesso sono ballate.

Un giallo leggero e al contempo serio e intriso di temi attuali da cui si intuisce il coinvolgimento personale dell’autore borghigiano purosangue. Ovvio il mio intento di non spoilerare il testo, si tratta di un giallo e tale deve restate per chi fosse interessato alla lettura che io consiglio con convinzione.

Chi volesse un aiuto per acquistare il libro può chiederlo nei commenti.

Il bosco in via Garibaldi a Torino

La città era piena di rumore: era sempre più difficile parlare e ascoltare. E poi c’era il bosco silenzioso. Ma nel silenzio del bosco ci si perdeva. Chi non sopportava il rumore della città andava nel bosco, e il silenzio se lo portava via. Così si sparse la voce che nel bosco c’era un orco. Furono mandati soldati e anche quelli sparirono. Quando Luì il matto arrivò in città, trovò rumore e musi lunghi. Qualcuno gli raccontò la storia di quelli che sparivano nel silenzio e a Luì venne una gran voglia di fare una passeggiata nel bosco. Ma capì che era necessario studiare la lingua del vento e della pioggia, dei sassi, del legno e della terra. E dopo tanto studiare Luì inventò uno strano bastone che faceva un rumore dolce ad ogni passo. Tric trac, fran fran troc. Così il bosco non era più tanto silenzioso. Poi, le forme degli alberi e della terra tentarono di ingannarlo. Ma Luì con il suo coltellino intagliò il legno e raccolse pietre, e legò rami e fece balene orchi elefantesse. Le illusioni del bosco silenzioso diventarono cose da toccare e tutti quelli che si erano perduti incominciarono a saltare fuori come funghi. Da quel giorno tutti i bambini vollero i bastoni sonori di Luì per non perdersi nel silenzio e nel rumore. E quando chiesero a Luì che nome dare ai suoi bastoni, egli disse: chiamateli sonagli. E così fu.

Luì

Luì e l’arte di andare nel bosco (Guido Quarzo)

 

Alle radici del mito di Faust

Faust

Fu “pubblicata, anonima, a Frankfurt, nel 1587, la Historia von Doktor Johann Fausten, opera che ebbe subito grandissima diffusione. Venne in pochi anni tradotta in dieci lingue e subì rifacimenti ed ampliamenti sino al XVIII secolo.
Faust è un personaggio storico e le date della sua vita cadono fra il 1480 ed il 1540. Le sue beffe, le sue bricconate, la sua capacità di straordinario prestigiatore lo resero celebre un po’ ovunque in Germania e non simpatico alle autorità ecclesiastiche. Subito dopo la sua morte, la leggenda si impadronì della figura di lui, intessendovi intorno una messe ricchissima di episodi e di avventure. Gli vennero inoltre attribuiti poteri soprannaturali, relazioni con le potenze infernali, capacità di combattere i demoni. In un tempo in cui magia, astrologia, timore del diavolo avevano grande influenza sull’animo e sul modo di vivere non solamente del popolo, ma dei dotti, degli uomini politici, degli uomini d’arme, dei religiosi d’ogni grado era facile cosa prestar fede a queste leggende. […]
Nella Historia si racconta la giovinezza di Faust e come sia giunto al patto col demonio. Gli anni universitari di Faust a Wittenberg occupano un’ampia parte del racconto; lo spirito inquieto dell’avventuriero non si accontenta di quanto gli insegnano le sacre scritture, ma desidera arrivare, sia pure con l’aiuto delle forze infernali, alle verità ultime, alla verità filosofica, ed a varcare i limiti posti all’umana conoscenza ed allo agire umano. […]
Era inevitabile che la condanna eterna cogliesse questo Faust ed il diavolo lo avesse, alla fine, in suo potere. La coscienza del tempo era ancora immatura a fare di lui il simbolo preciso e netto di un nuovo orientarsi dello spirito, l’eroe di un’altra umanità, ma egli resta tuttavia l’incarnazione di quelle correnti del pensiero che si venivano affermando e che il protestantesimo, con la libertà concessa alle scienze ed alla speculazione, aveva direttamente favorito.” (1)
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(1) Giovanni V. Amoretti, Storia della letteratura tedesca, Milano, Principato, 1965

la festa dei lavoratori non è un’opzione

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Perchè i lavoratori del commercio sono costretti a non partecipare alla Festa dei Lavoratori, il primo maggio?

L’appello che faccio è chiaro: liberiamo le feste e riempiamo i carrelli di valori invece che di merci, chiudiamo i negozi e riapriamo le famiglie. Già molti sindaci, dopo che il 25  aprile molti centri commerciali e negozi sono rimasti aperti, hanno voluto far sentire la propria voce chiedendo rispetto almeno per la festa del lavoro. Un appello questo che è già stato raccolto ed evidenziato dalle organizzazioni sindacali e sociali, che si aspettano un segnale forte dalle amministrazioni locali che hanno il potere di autorizzare le aperture festive. Occorre promuovere un modello di consumo diverso da quello fondato sulle aperture selvagge e sulle domeniche passate nei centri commerciali, svuotando i centri storici fino a produrne il degrado e sfruttando il lavoro attraverso l’uso dei contratti più disparati ed eternamente precari.

Occorre quindi arrivare alla revisione della visione pancommerciale della vita ed operare per la rianimazione delle città come sedi di incontro, socializzazione e cultura.

negozi

44 piani, in fila per sei col resto di due…

Ecco il nuovo grattacielo Intesa Sanpaolo. Ideato dalla Renzo Piano Building Workshop, l’edificio è considerato tra i più ecosostenibili al mondo. Intorno un nuovo parco e all’interno una serie di spazi pubblici: l’obiettivo è una torre «aperta» che possa essere vissuta da un’intera città.

Io mi chiedo e chiedo, era necessario per Torino e il suo skyline avere due nuovi grattacieli? Era dall’epoca piacentiniana (ventennio fascista) che non veniva piantato un grattacielo a Torino, mi riferisco alla torre di Piazza Castello che deturpa quel gioiello di equilibrio sabaudo. Il grattacielo Lancia, ristrutturato da poco è piantato in borgo San Paolo come un castello in un paese medioevale, ma i bene informati riferiscono che la società proprietaria è in fallimento perchè non riesce a locare o vendere i piani liberi. Il costruendo grattacielo della Regione Piemonte è stato oggetto di scandalo e variazioni costruttive in corso d’opera di cui siamo informati. Non so se si è capito: non mi piacciono i grattacieli!