ricordare

Sulla via del ritorno accendo la radio. I Nomadi con Io vagabondo, canta il vecchio e indimenticabile Augusto Daolio. Alzo il volume.
Io un giorno crescerò
e nel cielo della vita volerò
Ma il bimbo che ne sa
Sempre azzurra può essere l’età…
Mi ritrovo a canticchiare con il magone. Già, il tempo scorre veloce.
Eppure le parole, certe parole almeno, restano impresse come pietre, macigni immortali.
Se solo ricordassimo.

Maurizio Blini

augusto daolio

Verso il 25 aprile con speranza!

 Ai tempi della seconda guerra mondiale Collegno era una  cittadina di soli 10.000 abitanti, a dispetto dei 50.000 odierni, ma nonostante la piccola dimensione la lotta partigiana attecchì molto, tanto che Collegno pagò la partecipazione alla resistenza con 95 caduti tra l’8 settembre 1943 e il 2 maggio del 1945.
Una figura importante fu Arturo Bendini: eletto sindaco di Collegno nel 1920 con il Partito Socialista Italiano, aderì al Partito Comunista Italiano l’anno successivo. In quel medesimo inverno venne incarcerato e liberato perché i vertici del suo partito lo candidarono come deputato in Parlamento. Bendini fu eletto, ma nel 1927 venne nuovamente arrestato e processato dal Tribunale Fascista che lo condannò a vent’anni di reclusione. Riuscì ad evitare la galera scappando in Francia, paese in cui aderirà alla lotta partigiana con il soprannome di “Rossi”. Bendini trovò la morte in battaglia il 13 luglio del 1944 a Carmaux. A lui venne assegnata la Legion d’Onore. Inoltre a Collegno è tuttora presente la casa che fu di Luciano Moglia, partigiano caduto durante la Resistenza e principale fautore degli scioperi operai del marzo 1943. La casa si trova in Viale Gramsci ed  espone all’esterno una targa in ricordo di Luciano Moglia.
La città di Collegno è tristemente nota per l’eccidio dei 68 martiri tra il 29 e il 30 aprile del 1945, quando dunque la liberazione era già avvenuta. La strage di Grugliasco e Collegno fu un eccidio perpetrato dai nazisti in ritirata verso civili e partigiani di queste cittadine. I responsabili della strage facevano parte della 34ª Panzer Division del generale Hans Schlemmer, divisione che operava prevalentemente in Liguria e che si era già distinta per gravi efferatezze. L’esercito tedesco era prossimo alla resa e la colonna avrebbe dovuto ritirarsi aggirando il capoluogo piemontese per cercare di raggiungere il Brennero. I nazisti, una volta arrivati a Grugliasco, cominciarono la rappresaglia sui civili. Fra le vittime compaiono anche il segretario comunale del comune di Grugliasco e il parroco. L’ultimo corpo trovato senza vita fu quello di Romano Dellera, ragazzo grugliaschese di soli 13 anni, giustiziato a abbandonato nel cimitero di Rivoli il 1 maggio 1945. Per questo eccidio la città di Collegno è stata insignita della Medaglia d’argento al merito civile il 18 aprile 2008.

Quest’anno il 25 aprile è celebrato anche nel segno dei 70 anni del Voto alle donne.

La Città di Torino ha organizzato un folto programma di incontri, dibattiti, spettacoli. Ecco la testimonianza di una delle tante donne che partecipò alla Resistenza, tratta dal film di Elisabetta Sgarbi «Quando i tedeschi non sapevano nuotare»:

“ERA IL 18 FEBBRAIO DEL 1945, L’APPUNTAMENTO ERA PER LE 10 DI MATTINA IN PIAZZA. FU LÌ CHE TROVAI LE DONNE. SI AVVICINÒ LA MIA AMICA SILVANA: «Dobbiamo fare una cosa noi donne mi disse però bisogna avere pazienza e stare attenti con chi si parla, perché questa cosa deve riuscire. Avvicina le persone per bene, che sai come la pensano, e chiedi di fare un po’ di passaparola, perché la cosa si allarghi, perché dovremo essere in tante.»
E fu così che tutto cominciò. Con tanta titubanza e tanta paura fu così che quella domenica mattina, il 18 febbraio, ci trovammo verso le dieci. Fu anche difficile per me uscire, dovevo raccontar bugie a mia madre, perché in casa nessuno sapeva che facevo parte di questa organizzazione. Insomma, quel mattino, in tre, io, Silvana e Vittorina Dondi, che abitava a Ospitale sulla strada che porta a San Biagio verso la foce del Po, siamo partite. (…) E fu così: lei con un cartone con scritto sopra «Vogliamo pane, abbiamo fame, basta con la guerra!», siamo partite. (…)”

Avevo 15 anni e lo ricordo perfettamente

rischiatutto

Ieri sera sono tornato indietro di 45 anni, tanti ne avevo nel 1970 quando Mike Buongiorno (che Dio l’abbia in gloria!) lanciò sull’unico canale Rai di allora il Rischiatutto. Fabio Fazio ha recuperato l’archetipo di una tv che spopolava negli anni ’70 in un’Italietta che faceva i conti con il post ’68 e il terrorismo, con i mutui, le scuole serali e gli straschichi dell’autunno caldo dei metalmeccanici, ma il giovedì sera restava incollata davanti ai televisori – con punte di ascolto oltre i 20 milioni di spettatori – per seguire il quiz che mescolava nozionismo e misura, cultura e intelligenza, in barba alla filosofia sempre imperante della “spintarella”. Ogni puntata mi vedeva attivo e partecipe: rispondere alle domande di Mike prima del concorrente di turno era il mio gioco preferito, l’ho fatto anche ieri sera. Grazie Fabio!

Buona Pasqua!

coniglio

Vi siete mai chiesti quale sia l’origine dello scambio delle uova? Si potrebbe pensare che sia una tradizione tutta cristiana. Pare nata nel Medioevo, in occasione della festività di Pasqua, i cristiani si donavano le uova a simboleggiare la resurrezione del Nazareno dal santo sepolcro. Inizialmente si usavano quelle vere, colorate e con dediche ben auguranti: le uova venivano bollite avvolte con delle foglie, o insieme con dei fiori, in modo da assumere una tonalità vivace. Gli aristocratici, che potevano permettersi certi lussi, le rivestivano di metalli preziosi. Così fece Edoardo I, re d’Inghilterra dal 1272 al 1307, che commissionò la creazione di circa 450 uova dorate da donare per Pasqua ai suoi amici. Solo dal ‘900, complice l’avvento della commercializzazione, hanno preso sempre più piede le uova di cioccolato, con all’interno una sorpresa. Nate per i più piccini, oggi seducono anche i grandi.

In verità, già il mondo pagano aveva caricato di significato l’uovo ben prima dell’avvento del cristianesimo. Gli antichi greci, per esempio, consideravano il cielo e la terra come due parti distinte che, se unite, formavano un uovo. Dal canto loro, gli egiziani pensavano che lo stesso fosse il cuore dei quattro elementi: terra, aria, fuoco e acqua. Tornando allo scambio delle uova, va detto che i primi ad adottare questa usanza sono stati storicamente i persiani. All’arrivo della primavera essi erano soliti regalarsi delle uova di gallina finemente colorate. In questo modo i persiani suggellavano la fine dell’inverno e il ritorno della vita. Come dire: passano i secoli, cambiano le culture, ma l’uovo resta sempre il simbolo di una rinascita, di una vittoria della Vita sulla morte.

Tip Tap

il mondo impuzzolisce

charlie_hebdo_2016

“Come continuare a fare il giornale? A darci la forza è stato tutto ciò che avevamo costruito in 23 anni. Non saranno due stronzetti incappucciati a mandare all’aria il lavoro di tutta la nostra vita. Non saranno loro a far crepare Charlie. È Charlie che li vedrà crepare”.

Ha scelto il giorno dell’anniversario della strage di Charlie Hebdo un ventenne di origini marocchine che ieri ha cercato di introdursi all’interno di un commissariato a Parigi.  Il tentativo è stato subito fermato. Erano le 11,30 quando ha urlato  “Allah Akbar”, tentando di aggredire un agente. Voleva vendicare le vittime siriane, ma è stato ucciso dai proiettili della polizia. Aveva una cintura esplosiva finta, un’imitazione, un coltello, un pezzo di carta con disegnata la bandiera dell’Is e una rivendicazione manoscritta in arabo. Nel testo parlava della sua volontà di “vendicare i morti in Siria”, e giurava fedeltà all’autoproclamato califfo dell’Is.

Ora si cerca di fare luce sull’identità dell’uomo ucciso dagli agenti. Mi pare si sia perso l’equilibrio sia in un senso che nell’altro, il mondo impuzzolisce ogni giorno di più, lo diceva già la buonanima di mio nonno durante la mia oramai lontana infanzia.

Un ricordo per Don Aldo Rabino

Don Rabino

Un’iniziativa è in corso in questi giorni per ricordare lo scomparso Don Aldo Rabino  che ha dedicato la sua vita sia nell’impegno sociale con l’associazione O.A.S.I., sia nello sport come cappellano del Torino Calcio.
Le possibilità di adesione sono sostanzialmente due:

  • Attraverso una sottoscrizione chiamata “don-azione” volta a sostenere il centro sportivo Laura Vicuna di Rivalta, a cui lui si era dedicato anima e corpo negli ultimi 15 anni.
    Per saperne di più clicca qui > donazione2015
  • Acquistando la maglietta di don Aldo al costo di euro 10.
    Per vedere la maglietta clicca qui > magliettadonaldo

Storica figura di riferimento soprattutto per il mondo del Torino Calcio, data la sua fede granata, don Aldo aveva fondato l’associazione O.A.S.I. nel 1969, sulla scia del gruppo Operazione Mato Grosso Torino, di cui lui stesso era stato promotore. Impegno attivo anche nel mondo dello sport, dato che il sacerdote era stato consigliere nazionale della Figc ed era attualmente presidente onorario della Fondazione Stadio Filadelfia.

Don Aldo Rabino era nato a Torino nel 1939. Promessa del calcio giovanile aveva lasciato lo sport attivo per diventare, nel 1968, sacerdote salesiano. Una vita nell’oratorio, da vero seguace di don Bosco. Dal 1969 si dedica anima e corpo ai giovani di Torino e ai poveri dell’America Latina attraverso l’Associazione O.A.S.I. (Ora Amici Sempre Insieme) da lui fondata e che conta oggi circa 500 volontari. Nel 1971 don Francesco Ferraudo gli lascia l’incarico di padre spirituale del Torino e quindi da oltre quarant’anni seguiva le gesta della sua amata squadra e dei suoi ragazzi.

Silvano, non valevole CICCIOLI

Per ricordare Enzo Jannacci, senza che ricorra un’occasione particolare o una scadenza, se così vogliamo dire, ecco un testo della maturità, che fa parte del filone del non sense di Jannacci. Un testo, recuperato dal repertorio di Cochi e Renato, con allusioni ironiche a pratiche sessuali insolite. Uno dei tanti riff intramontabili che dobbiamo a Enzo Jannacci.

Silvano

A vunn, a du, a tri…
il titolo è amami:
amami e sgonfiami
e amami, sdentami, stracciami, applicami
e dopo stringimi
dammi l’ebbressa dei tendini
oh yeah
prendimi, con le tue labbra caressami
Rino, non riconosco gli aneddoti
e sfiondami spostami tutte le efelidi
aprimi, picchiami solo negli angoli
oh yeah
Brivido, no non distinguo più i datteri
Silvano non valevole Ciccioli
Silvano mi hai lasciato sporcandomi
e la gira la gira la roda la gira
e la gira la gira la roda la gira
e la storia del nostro impossibile amore
continua anche sensa di te
Silvano non valevole Ciccioli..te!
Silvano mi hai sporcato girandoti
e la gira la gira la roda la gira
e la gira la gira la roda la gira
e la storia del nostro impossibile amore
continua anche sensa di te..te!
E allora amami
amami, stringimi, sgonfiami, amami
e allora amami,
sdentami, stracciami, applicami,
amami
e stringimi
dammi l’ebbressa dei tendini,
prendimi con le tue labbra fracassami
oè oè
Rino
sfodera, scuse plausibili,
girati, scaccia il bisogno del passero
lurido, soffiati il naso col pettine
Everest, sei la mia vetta incredibile
Silvano non valevole Ciccioli
…………

Enzo Jannacci fu autore di testi anche per Cochi e Renato, per il celebre duo scrisse nel 1978 “Silvano”, una canzone che interpretò personalmente nel 1980, divenne il lato B del singolo “Ci vuole orecchio”.
“Silvano” é un pezzo che parla di una nemmeno troppo velata storia d’amore gaia.

Dire che le strofe abbiano un senso sarebbe un nonsense (appunto).
“Silvano”, infatti, snocciola parole buffe e musicali, quasi a voler anticipare lo stile di un futuro paroliere, Pasquale Panella, che nel 1986 Lucio Battisti avrebbe condotto alla ribalta con il suo “Don Giovanni”.
“Amami, sdentami, stracciami, dammi l’ebrezza dei tendini”, recita il testo, introducendo la figura di un soggetto, tale Rino, che non ci é ben dato di sapere chi é.
“Schiodami, spostami tutte le efelidi” prosegue Enzo, arrivando a complicare ulteriormente le cose con il ritornello che dice “Silvano non valevole ciccioli”.
Il grande Jannacci la storia l’ha raccontata presentando la canzone durante un concerto: il padre di Silvano quando lo registrò all’anagrafe disse all’impiegato che l’avrebbe voluto chiamare Silvano e un altro nome; l’impiegato che non capì quale, scrisse “non valevole” e quello diventò il secondo nome del povero Silvano.
Ma ecco che nella seconda strofa ritorna il misterioso Rino, con cui probabilmente il protagonista sta cercando di scordare il suo amore infelice, al quale dice, senza tanti mezzi termini, “girati, scaccia il bisogno del passero”.
Ok, Dottor Jannacci… va bene che eravamo nei dintorni del Derby (che era praticamente il nonno di Zelig), però c’è un limite anche ai doppi sensi.
E poi non le sembra di essere un po’ megalomane quando, millantando dimensioni alla Rocco Siffredi, canta “Everest, sei la mia vetta incredibile? Ma va la, va la… ipocrita bacchettone! (questo sarei io)

“Silvano” è un pezzo divertente ed irriverente. Inutile volergli attribuire chissà quali significati. Va preso per quello che è, con la sua goliardia e la sua voglia di parlare di diversità con quei toni allegri e scanzonati, per sdrammatizzare, in tempi ancora pregni di oscurantismo sull’argomento omosessualità.

E questo sì che era puro genio. Oh, yessss!

EJ

circolo rosso Aurora

Aurora

L’avventura del Circolo Aurora (tanto per non avere dubbi, il nome deriva dall’incrociatore russo che sparò il primo colpo della rivoluzione sovietica) è adesso un libro, che verrà presentato oggi alle 18 alla Festa Democratica in piazza d’Armi. S’intitola «Circolo Aurora» (Imprimix Edizioni Visual Grafika) ed è stato scritto dalla giornalista Rosanna Caraci, già volto noto dell’emittenza torinese, che ora si occupa di comunicazione politica. «Non è un saggio né tanto meno un volume con velleità storiche – spiega l’autrice – ma solo una raccolta di testimonianze e di storie umane di chi ha vissuto in prima persona almeno parte di questi sessant’anni ». Parte o addirittura tutti, come Luciano Manzi, (clicca e leggi tutto)

smemorati o svaniti?

Ora che i giochi sono fatti, sarebbe importante che nei prossimi giorni, mesi ed anni si parlasse seriamente e secondo la vigente Costituzione (cioè col concorso di tutti) di riforme istituzionali per iniziare veramente l’epoca di una nuova repubblica. Temo però che, in considerazione dei precedenti, si tratti di una pia illusione.
La Lega che, con tutta probabilità, sarà il banco di prova del prossimo esecutivo, continuerà a cercare la riforma costituzionale su cui aveva tanto insistito all’epoca della devolution?
Da oltre vent’anni viene recitata sul palcoscenico della politica italiana una piece denominata riforme istituzionali. Quello che si è visto nel corso di un ventennio è stato un dibattito spesso inconcludente tutto orientato a dilazionare i problemi cercando formule di facciata con contenuto sostanziale minimo. Eppure il Paese è letteralmente affamato e bisognoso di una radicale riforma dell’assetto costituzionale, invecchiato e responsabile dei mali peggiori dei quali ha sofferto la cosiddetta Prima Repubblica: spreco di risorse, corruzione, parassitismo, perdita di competitività internazionale per le imprese.
Con la riforma del Titolo V della Costituzione approvata in fretta e furia dalla penultima maggioranza di centrosinistra e dal relativo referendum confermativo, si è creò una situazione di caos, un puzzle a incastro di competenze, un insieme paludoso di materie concorrenti e conflitti fra Stato e Regioni con conseguente pioggia di ricorsi alla Consulta. Risultato: ritardi, decisioni mancate e disfunzionalità.

La devolution fu la prosecuzione di quella tendenza. Un’ulteriore forma di decentramento: poche e marginali materie delegate alle Regioni ma legate finanziariamente al governo centralizzato. Si tentava di mettere ordine al complicato intreccio di competenze lasciato in eredità dalla riforma precedente.
Quel testo contorto e farraginoso fu spazzato via agevolmente dal referendum gettando discredito sul Federalismo, ritenuto comunque irrealizzabile o fonte di gravi problemi.
Ora è presto per parlarne ma si sono già udite parole come federalismo fiscale pronunciate da Maroni e disponibilità di collaborazione per le riforme rilanciate da Veltroni. Siamo alle schermaglie iniziali ma la sensazione d’inconcludenza permane. La doppia velocità dell’economia italiana è una zavorra per qualsiasi seria idea di federalismo.

Scritto il 17 Aprile 2008

bottiglia

Il tempo passa e i messaggi rimangono nella bottiglia!