la Napoli di Bellavista

libro la napoli di bellavista

Sono del 1979 gli scatti d’autore di Luciano De Crescenzo, nell’insolita veste di fotografo che pubblicò nel suo libro di immagini, ora quasi introvabile: “La Napoli di Bellavista” edito da Mondadori. Lo scrittore, poeta, regista e attore raccontava con l’obiettivo le numerose facce e contraddizioni della sua città. Un viaggio ironico e nostalgico tra i chiaroscuri partenopei,  Luciano insinua nel libro la sua “napoletanità”, autoironica, mai sciovinista e dal riso amaro, che può riassumersi nella foto grottesca di due addetti alle pompe funebri che mangiano un panino mentre trasportano la bara di un caro estinto. L’ex ingegnere della IBM fotografava gli aspetti curiosi della sua città, le scene di vita di strada che possiamo ritrovare ancora oggi a Napoli. Un bel viaggio tra luoghi unici con immagini oramai storiche, entrate nell’immaginario collettivo come quella su San Gennaro, invitato a fregarsene, “Futtenenne” quando la Chiesa tentò di “declassarlo” o quella di “Fortunato” venditori ambulante di taralli ed altri cibi immortalato anche nella musica di Pino Daniele “Furtunat ten’ a robba bella”.

Esilaranti anche i brani che accompagnano le foto, per farci un’idea leggiamo insieme:

Quanto volete per questo fondale di presepe?”
“Dottò, perché siete voi, ottomila lire”
“Ottomila lire? Ma fusseve asciuto pazzo? Io l’anno scorso, tremila lire e non me lo sono voluto comprare!”
“A parte il fatto che io l’anno passato questo fondale qua non lo vendevo per meno di cinquemila lire, avete fatto male voi a non comprarvelo. E già perché adesso per fare un fondale di questa posta ci vogliono tremila lire di materiale e tre giorni di fatica. Metteteci pure ‘e stellette ‘argiento, ‘a cumeta e ‘a farina azzeccata pe fa ‘a neve e poi fatevi il conto”
“Va bè, va, voglio fare una pazzia, eccovi le cinquemila lire”
“Dottò, mi dispiace per voi, ma non vi posso accontentare: qua se non escono settemila lire, una sopra all’altra, io il fondale dal muro non lo posso nemmeno staccare”
“Santa pace di Dio! Io l’ho detto che a San Gregorio Armeno non ci debbo più venire! Ma lo sapete che Upìm vende i poster a duemila lire con tutte le montagne che volete? Ce ne sta uno dove si vedono pure le Dolomiti”
“E voi compratevi i poster all’Upìm. Vuol dire che, quando è Natale, a Gesù bambino lo fate nascere in mezzo alle Dolomiti e a San Giuseppe ‘o vestite ‘a tirolese!”

La foto che segue è la mia preferita, ringrazio Luciano per le tante risate che mi ha fatto fare. Luciano De Crescenzo quest’anno, ad agosto, compie 88 anni i suoi libri vengono venduti più all’estero che in Italia. In particolare, in Germania, dove “Storia della filosofia” è stato adottato come testo scolastico per il Ginnasio. Ecco cosa ci racconta di se in una recente intervista:

Ha mai assistito ad una conferenza dove si parlava di Luciano De Crescenzo come storico e scrittore, in Germania?

Non parlo tedesco e quindi non ho idea di cosa abbiano detto.

Molti suoi libri sono stati scritti sui Greci. Cosa è per lei il mito?

Non parlo greco, ma mi hanno conferito la cittadinanza greca. E’ una nomina ad honorem. Il mito è un racconto che rimane nei tempi, cioè è una storia che resiste negli anni.

Lei si sente un mito?

Spero di no.

Nel 1984, “Così parlò Bellavista” era un mito, vero?

Si, è stato uno dei 100 libri che hanno fatto l’Italia, così hanno scritto i giornali.

De Crescenzo come nasce scrittore?

Tutto merito di una donna. Lei si chiamava Nunziata ed era un po’ ignorante; una mia compagna di classe. Io al liceo facevo copiare tutti e spesso facevo due o tre copie del compito di matematica. Per Nunziata, oltre al compito di matematica, scrivevo anche quello d’italiano, ero costretto a scrivere due volte e questo per anni. Ed e’così che sono diventato scrittore.

Ma con chi diventa famoso? Come?

Mi ricordo che all’inizio io ero un ammiratore di due grandi personaggi: Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Li vedevo in tv e li invidiavo. Un giorno presentai il mio libro da Costanzo, che faceva un programma che si chiamava “Bontà loro”. Grazie a questa finestra, fui invitato anche nel programma di Arbore e così divenni subito popolare.

Lei è un ingegnere che lavorava in Ibm? Le piaceva il suo lavoro?

No, non ho mai amato i numeri. Mi piacciono molto di più le donne della matematica, anche se non mi ricordo più a cosa servono.

A proposito di donne, la sua storia d’amore con Isabella Rossellini?

Sono stato molto fortunato con Isabella Rossellini, perché eravamo fidanzati e un giorno decisi di sposarla, ma lei come risposta se ne partì per gli Usa.

In che cosa si differenzia Luciano De Crescenzo scrittore dal Luciano De Crescenzo regista e sceneggiatore?

Sono due mestieri praticamente uguali, si tratta sempre di inventarsi una storia e poi di raccontarla o per una pagina o per un video, ma comunque in partenza si tratta di una storia. Ho una facoltà, o un merito, cioè quella di immaginare, o di sognarla, di sognarla ad occhi aperti. Mi riesce bene prima delle otto, la mattina, quando mi sveglio. Ad occhi chiusi, da sveglio, immagino una storia. Tutto quello che ho scritto, sia libri che film, li ho immaginati a letto prima della prima colazione. Tra le sei e le otto. Ore molto creative per me.

Così parlò Bellavista”, “Il mistero di Bellavista”, “32 Dicembre”, “Croce e delizia” sono sia libri che film. Quale preferisce?

Preferisco “Croce e delizia”, sono molto legato a questa storia.

E’ stato attore in alcuni film da lei diretti, ma ha lavorato, sempre come attore, ne “La Mazzetta” per la regia di Sergio Corbucci e ne “Il Papocchio” di Renzo Arbore. Tra i due chi preferisce?

Renzo Arbore, ma non solo perché è stato un compagno di lavoro, siamo amici.

Lei ha scritto un filone sui Santi. Si sente un po’ Santo anche lei?

Si tratta di capire cosa vuol dire essere santo. Sono sicuro di non aver mai fatto male a qualcuno, almeno volontariamente.

C’è un suo racconto breve che si chiama “La Storta”, che non è edito da Mondadori. Come mai?

Ero all’inizio. Un mio libro da giovanissimo. Lo editò un piccolo editore del Sud Italia. Si chiamava “Il Filo”.

“Elena Elena, amore mio”, a chi pensava, oltre che alla storia di Elena di Troia?

Una volta conobbi una ragazza squattrinata che si chiamava Elena e per sopravvivere calcava la strada in cambio di soldi. Forse l’incipit me lo diede lei.

I suoi libri non conoscono la resa. Si reputa uno scrittore molto fortunato?

Fino ad ora è andata così, è vero.

Quando parla spesso si accompagna a questa frase: “Grazie a Dio”. Che rapporto ha con la religione?

Non sono né ateo e né credente. Sono uno sperante. A parte le battute, secondo me Dio esiste perché non c’è popolo al Mondo che non creda in Dio. Un giorno fu scoperto, credo nell’Honduras, un piccolo popolo che non superava i mille abitanti, eppure questo popolo credeva in un suo Dio. Se ci credono tutti, vuol dire che esiste. Credo che Dio sia un’idea e come idea esiste.

Il dubbio” è sinonimo d’intelligenza e lei ha scritto un saggio proprio con questo titolo

Ogni volta che conoscete una persona, la prima cosa che bisogna chiedersi è se costui ha dubbi e se non ce li ha, non fidatevi. Bisogna avere paura di persone senza dubbi e purtroppo di nomi importanti la storia ne è piena.

polli e uova

Mio Padre era fascista

Pierluigi Battista riapre le ferite di un rapporto irrisolto con il padre fascista, e gli concede idealmente l’onore delle armi. Così, riannoda i fili spezzati di una tormentata vicenda familiare e trova un modo adulto di confrontarsi, in un libro indimenticabile, con un pezzo non meno tormentato della nostra storia.

L’annichilimento del mondo del padre, la fine dei «decenni della marginalità voluta come simbolo di fedeltà a se stesso», l’angoscia per «quella desolata cerimonia di addio alle armi» si sommava al senso di colpa che finalmente trovava sfogo, al rimpianto per non aver siglato in vita quella riconciliazione che il re Lear shakespeariano offre alla figlia Cordelia: «Andiamo via. In prigione, noi due, là, soli, e canteremo come uccelli in gabbia. Quando tu a me chiederai la mia benedizione, e io a te, in ginocchio, chiederò il tuo perdono». Ora la riconciliazione tra il figlio ribelle e il padre fascista è finalmente arrivata. Ed è questo il libro di Pierluigi Battista, Mio padre era fascista (Mondadori).

copertina Mio padre era fascista

L’autore ieri a Torino, presso il Circolo dei Lettori di Via Bogino, ha presentato il libro che di seguito si descrive con le sue parole: «Quando, dopo la sua morte, ho letto il diario che aveva custodito nel segreto per tutta la vita, mi è parso di avere una percezione più chiara del tormento che ha dilaniato per decenni mio padre fascista, prigioniero a Coltano dopo aver combattuto, ventenne o poco più, dalla parte dei “ragazzi di Salò”. «Ho capito che cosa abbia rappresentato per lui il dolore di essere stato internato in quel campo per i vinti della Rsi vicino alla “gabbia del gorilla” in cui era rinchiuso Ezra Pound. Ho capito quanto abbia sanguinato il suo cuore di sconfitto, di “esule in Patria” nell’Italia in cui era un borghese integrato, maniacalmente attaccato alla civiltà delle buone maniere, ma covando il sentimento di un’apocalisse interiore da cui non si sarebbe mai affrancato. Ho capito quanto sia stata aspra e dolorosa la mia rottura con lui e quanto mi pesi, ancora oggi, il fardello di una riconciliazione mancata. «Allora ho pensato che fosse giunto il momento di raccontare, con i miei occhi e il mio modo di sentire le cose della vita, chi fosse mio padre fascista e cosa pensasse nell’Italia che non credeva più nei miti in cui lui era cresciuto. Che rapporto ricco e difficile avesse instaurato con i suoi figli.

«Mio padre erano due. C’era mio padre integrato. E c’era quello apocalittico. C’era il borghese tranquillo che osservava con orgoglio una sua rigorosa etica del lavoro. E c’era il fascista sconfitto e piagato che rimuginava senza sosta, nel suo foro interiore, risentimento e rabbia. C’era il conservatore e c’era il ribelle. C’era il professionista di successo, l’avvocato stimato nel mondo forense, che esibiva con fierezza la sua casa arredata con gusto tradizionale, la sua famiglia numerosa, i simboli del benessere. E c’era l’uomo intimamente devastato da una storia che lo aveva condannato, tormentato da un dolore indicibile, schiacciato da un’ombra pesante, mangiato dentro da un’ossessione che non lo abbandonava mai. C’era l’italiano solare, socievole, spiritoso, con un senso dell’umorismo che mi piace ricordare ancora arguto e sottile. E c’era un uomo, mio padre, divorato dal suo lato notturno, esacerbato, cupo, talvolta lugubre».

La sofferenza del padre era inasprita dal figlio, che non soltanto aveva scelto la parte opposta, ma rifiutava di ascoltare le sue ragioni, e lo incalzava come se fosse responsabile di tutte le malefatte nell’Italia occupata («sei impazzito, forse? Mi stai accusando pure di aver partecipato alla strage di Sant’Anna di Stazzema?»). La splendida copertina con il Colosseo quadrato all’Eur di Roma evoca i percorsi nella Roma mussoliniana, scanditi dal «guarda!» con cui Vittorio Battista indicava a un ragazzino perplesso i monumenti costruiti e le strade aperte dal Duce, sempre rigorosamente nell’onomastica originale: via dell’Impero, Foro Mussolini; nelle gite fuori porta non si andava a Latina ma a Littoria, a Sabaudia non si ammiravano le dune ma la piazza, a Firenze prima degli Uffizi si visitava la stazione di Piacentini…

Un conflitto che esplode con la morte atroce dei fratelli Mattei, quando Pierluigi torna a casa rauco dal corteo in cui ha urlato «Lollo libero» e Vittorio — «sei proprio un cretino!» — gli mostra le carte del processo, da cui si deduce con chiarezza che Lollo e gli altri «compagni» sono responsabili del rogo di Primavalle; e «i padri della patria» antifascista «non erano turbati da nessuna scossa, da nessun soprassalto emotivo, da nessun senso di sconfinata ingiustizia per la morte atroce di un bambino bruciato vivo, solo perché era figlio di un fascista. Un figlio di fascista anche lui, come me». Ma il tono medio del libro non è affatto triste. E non solo per la ricostruzione della giovinezza dell’autore, da cui scopriamo un Battista «antifascista militante» negli scontri di scuola e di strada; anche se quando finisce nelle mani di «Roccia», temuto picchiatore, «una montagna di muscoli», si salva solo in quanto figlio dell’avvocato che difende gratuitamente i camerati («vedi de ringrazzià tu’ padre»).

Un padre capace di autoironia, che al volante si sorprende a cantare «le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera» o a fare il verso a una celebre scena del film Il federale – «buca», «buca con acqua»… —, che si commuove davanti al Giardino dei Finzi Contini, che rifiuta di fermarsi all’autogrill di Cantagallo perché non hanno servito il suo amico Almirante, che difende gratuitamente pure gli estremisti dell’altra parte chiedendo consulenze linguistiche al figlio — «ma Pigi che diavolo vuol dire “tirare le bocce”?»; «le bocce sono le bottiglie molotov, papà» —, che si diverte a elencare artisti e attori che militarono nella Repubblica sociale (mentre Battista parla di altri scrittori che fecero anche loro i conti con il padre fascista, da Giampiero Mughini a Vincenzo Cerami a Margaret Mazzantini). E alla fine anche chi non ha alcuna accondiscendenza per il fascismo nelle sue varie forme — il regime, Salò, la nostalgia — finisce per provare simpatia per questo padre pieno di humour e di amore frustrato per l’Italia e per i propri figli.

Chi ha la fortuna di conoscere, di persona o attraverso i suoi articoli sul «Corriere», lo spessore culturale e umano di Pierluigi Battista ne ritroverà le radici nella figura del genitore e nell’ambiente familiare, dove si affacciano i fratelli e la madre, innamoratissima del suo uomo fin da quando partì ventenne verso il fronte per restargli accanto a rischio della vita, e dove compaiono anche Silvia, la moglie scomparsa dell’autore, e la loro figlia Marta. Questo però non attenua l’angoscia, anzi rende il lettore ancora più partecipe delle strazianti pagine finali. Vittorio Battista si spegne a 68 anni, poco dopo la morte di Almirante: il suo ultimo riferimento politico, l’uomo che aveva scritto le parole dell’inno del Msi — «siamo nati in un cupo tramonto» — in cui si riconosceva. La sera del funerale, Vittorio diserta la cena dei dirigenti. Chiede al figlio di mangiare una pizza con lui, in silenzio, e ha appena un gesto di disappunto quando Pierluigi fa cadere la brocca dell’acqua. Il padre fascista si spegne serenamente, la famiglia gli si stringe attorno, la barriera ideologica ormai è caduta, ma il figlio ancora non riesce a cavarsi da dentro il dolore.

Il nodo si scioglie cinque anni dopo. Battista segue per «La Stampa» il congresso di Fiuggi, in cui l’Msi abbandona «la casa del padre» per avviarsi a una stagione effimera ma ricca di potere e di ritrovata rispettabilità. La giornata scorre via tra gli appunti, la stesura dell’articolo, la cauta apertura al nuovo corso da parte del «giornale di Bobbio e Galante Garrone», la cena con i colleghi, le celie su «er Pinguino» o «er Pecora», il riposo in albergo. «Non sapevo cosa mi aspettasse oltrepassando quella porta: il luogo imprevisto dove stava per cominciare la notte dello strazio e della disperazione, la notte in cui la calma delle ore precedenti andò in fumo e mi misi mio malgrado a battagliare senza tregua con il fantasma di mio padre fascista». Febbre altissima, brividi sotto il piumone, vomito, panico. «Un pianto interminabile, ore e ore senza pace, sgomento, esterrefatto per quel precipitare in un gorgo per me ignoto». E il desiderio di sentire la voce della madre, «per dirle tra i singhiozzi irrefrenabili quanto mi sentissi solo come mai nella mia vita».

Non esistono i padri “fascisti”, esistono i padri e basta. Lo ha scritto Giampiero Mughini (*) a proposito del libro appena uscito e già così centrale nel dibattito sulle memorie, storiche e familiari. Ed è sicuramente vero, ciò che dice Mughini, ma è anche vero che certi padri meritano un ritratto – sia pur postumo – che ne riabiliti agli occhi degli italiani la generosità d’animo, l’onestà intellettuale e l’amore per il proprio Paese. Perché il padre di Battista era un “fascistone” e sui fascistoni i pregiudizi hanno pesato, e molto. E dunque lo sguardo dolente e affettuoso (e non privo di rimorso) di un figlio “traditore”. Il ritratto è venuto così bene che questo libro può essere letto, come accadde per quello di Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, come un passaggio culturale necessario nella storia del costume: il libro di Pansa tolse per sempre l’aureola ai partigiani, questo rende giustizia a quelli che votavano Msi.

adunata in piazza Venezia - Antonio Marasco

(*) Lettera di Giampiero Mughini a Dagospia 

Caro Dago, sono purtroppo più vecchio di oltre dieci anni di Pigi Battista. E dunque la storia straziante che lui racconta in questo suo ultimo libro (“Mio padre era fascista”, Mondadori), la storia del rapporto lungamente conflittuale tra un figlio zeppo dei “sinistrismi” degli anni Settanta (Pigi è nato nel 1955) e un padre (nato nel 1922) che era andato volontario nella Rsi e che fascista era rimasto per tutti gli anni del secondo dopoguerra sino alla sua morte, quella storia l’avevo vissuta a modo mio una decina d’anni prima.

Anche mio padre (nato nel 1899, toscano), era stato un fascista della prima ora. Nella Catania dove lui aveva conosciuto mia madre e dove io sono nato, nelle gerarchie fasciste papà era secondo solo al podestà. Quando a Firenze – dove ci eravamo trasferiti – arrivarono gli Alleati e i partigiani, mio padre rimase a lungo nascosto. Tornati a Catania, per tutta la vita lui tenne dietro il suo tavolo di lavoro una foto di Benito Mussolini.

Quando all’alba dei Sessanta mi inzuppai a mia volta di “sinistrismi” più o meno squinternati, lui mai mi rivolse una parola di critica o di sconcerto. Quando la rivista alla quale ho dedicato dieci anni della mia giovinezza, “Giovane critica”, non aveva di che pagare la tipografia, lui ne prese l’amministrazione e ne firmò i miei pagamenti. Ci misi meno tempo di quanto abbia fatto Pigi a considerare papà “mio padre” e basta, senza più altri aggettivi e connotazioni.

Che lui non avesse tre narici (da come l’antifascismo di maniera descriveva i fascisti) e che il suo stile di vita quotidiana fosse ai miei occhi quanto di più elegante, ci misi niente ad accorgermene. E del resto di tempo io e lui non ne avevamo molto a disposizione: è morto i primi giorni di febbraio del 1973. Quegli ultimi anni li ho passati ad adorarlo, adorarlo punto e basta. Che avesse indossato “la camicia nera”, me ne strafottevo. O meglio era tutt’altro discorso.

Nei secondi anni Settanta ho conosciuto il poco più che ventenne (e precocissimo) Pigi. Sapevo di quel suo padre un tantino ingombrante. E vedevo che tra figlio (di sinistra) e padre (almirantiano al cento cento) non erano tutte rose e fiori. (Nel suo libro Pigi lo racconta in dettaglio, i litigi e le tensioni sull’uno o sull’altro libro, sull’uno o sull’altro personaggio, sull’uno o sull’altro “valore”, su tutto insomma).

Ben presto ho avvistato e poi conosciuto l’avvocato Vittorio Battista, ai miei occhi un borghese compiuto e delizioso. Sapevo che era stato l’avvocato a protezione della famiglia Mattei, la famiglia missina aggredita dalle fiamme accese da alcuni militanti (delinquenti) di “Potere operaio”, e ne morirono bruciati vivi due dei loro figli.

Mai un attimo ho dubitato che l’attentato fosse opera dell’estrema sinistra e se qualcuno mi si fosse presentato a farmi firmare quel grottesco appello a difesa dell’innocenza degli imputati di cui parla Pigi, lo avrei preso a calci in culo.

Quando poi seppi che l’avvocato Battista era stato scelto come avvocato d’ufficio dell’ex brigatista rosso Valerio Morucci (che non conoscevo e che in seguito sarebbe divenuto mio amico) mi precipitai dal mio direttore all’ “Europeo”, Claudio Rinaldi, a chiedergli di poterlo intervistare. Mi piaceva moltissimo l’idea di uno che difende in punta di diritto ora la famiglia Mattei ora un terrorista “rosso”. In punta di diritto e di verità.

Andai dall’avvocato Battista, di cui mi piaceva anche il modo in cui respirava. Gli chiesi se quando incontrò per la prima volta – in cella – Morucci gli avesse stretto la mano. “Ci ho pensato un attimo primo di farlo. Poi sì, gliel’ho stretta” mi rispose. E in quella risposta c’era tutto intero l’avvocato Battista, c’era tutto intero tuo padre, Pigi. Tuo padre, non “tuo padre fascista”.

Dopo il 25 aprile 1945 non ci sono più fascisti e antifascisti, ci sono persone, ognuna con una sua storia, con un suo dolore, con una sua memoria, con un suo onore, con una sua lealtà, con una sua capacità piccola o grande di misurarsi con il diverso e con “l’altro”. Questa è la vita, questa deve essere la nostra vita. Delle etichette ideologiche, Pigi, mi ci pulisco le scarpe. Come del resto oggi fai anche tu. Grazie della dedica che hai messo nella copia che mi hai inviato.

 

riflettore

spotlight

Riflettore, si riflettore è la traduzione letterale di Spotlight, qualche riflessione dopo averlo visto proprio il giorno in cui è diventato vincitore del Premio Oscar la voglio fare su un film intenso e teso. Ho scelto questi aggettivi per descrivere questo film che segue i classici dettami del cinema americano sulle inchieste giornalistiche tipo Il caso Watergate o polizieschi di cui sono pieni i palinsesti televisivi italiani.

Intenso, perché innervato di tensione psicologica dal primo all’ultimo fotogramma. Teso, perchè tende i nervi di noi cattolici sul filo proprio di una crisi di nervi. In uno dei dialoghi alla base del racconto balena questo dato sconvolgente: il 50 percento dei preti cattolici non rispetta il voto di castità. Non voglio addentrarmi in analisi circa questo dato, ma una riflessione tocca a noi tutti che, crocianamente, non possiamo non dirci cristiani, badate Benedetto Croce diceva cristiani non cattolici.

Lascio raccontare la genesi del film a Martin Baron, direttore esecutivo del Washington Post dal 2013 ed ex direttore del Boston Globe all’epoca dell’inchiesta sui preti pedofili di Boston da cui è tratto “Il caso Spotlight”:

Di solito cerco di seguire con attenzione la cerimonia degli Oscar – o almeno di rimanere sveglio – senza riuscirci. Domenica prossima però lo sforzo sarà compensato da un ovvio interesse personale. E poi sarò seduto al Dolby Theatre di Los Angeles, dove si terrà la cerimonia.

Il caso Spotlight ha portato al cinema i primi sei mesi dell’indagine del Boston Globe che nel 2002 ha reso pubblici gli abusi sessuali seriali di alcuni preti dell’arcidiocesi di Boston, occultati per decenni. Liev Schreiber interpreta la mia parte: il nuovo direttore del Boston Globe che ha dato il via all’indagine. Nel film sono un personaggio imperturbabile, senza senso dell’umorismo e un po’ burbero che molti colleghi hanno riconosciuto immediatamente («Sei tu!»), ma non del tutto familiare per i miei amici più stretti. Lo scandalo svelato dai giornalisti investigativi del Boston Globe finì per assumere una portata globale. Quattordici anni dopo, la Chiesa cattolica, come è giusto che sia, sta ancora rispondendo del modo in cui ha tenuto segreti reati così gravi e di tale portata e dell’adeguatezza delle sue riforme. Il film è stato nominato a sei Oscar, tra cui quello per il miglior film. E – al diavolo l’obiettività giornalistica – spero li vinca tutti quanti. Mi sento in debito verso tutte le persone che hanno lavorato al film, che racconta con incredibile autenticità come il giornalismo viene fatto, e spiega tra le righe perché è necessario. Domenica verranno assegnati dei premi, ma per me la vera ricompensa saranno le gratificazioni che verranno da questo film, e che ci vorrà tempo per osservare.

Le gratificazioni arriveranno se il film funzionerà sul mondo del giornalismo, perché i proprietari, gli editori e i direttori dei giornali tornino a dedicarsi al giornalismo investigativo; sul pubblico scettico, perché i cittadini riconoscano la necessità di un’attività giornalistica locale energica e di organizzazioni giornalistiche forti. E su tutti noi, rendendoci più disponibili a dare ascolto a chi non ha potere e troppo spesso neanche voce, come le vittime di abusi sessuali o di altro tipo.

Al di là del successo di critica, Il caso Spotlight ha già raggiunto un risultato importante: attraverso email, tweet e post su Facebook, molti giornalisti si sono detti ispirati, rinfrancati, e legittimati dal film. Non esistono questioni poco importanti in questa professione così ammaccata. Abbiamo subito i traumatizzanti effetti finanziari causati dalla diffusione internet, e siamo stati criticati da praticamente chiunque, soprattutto da politici in campagna elettorale che ci hanno definito come «feccia». Un giornalista mi ha scritto che «la storia che ha ispirato il film è un fantastico promemoria del perché molti di noi hanno iniziato a fare giornalismo e perché hanno continuato a farlo nonostante i momenti difficili e i colpi subiti durante il percorso». Un altro giornalista di un’importante testata americana ha detto di essere andato al cinema con tutta la famiglia e che i suoi figli «all’improvviso pensano che io sia figo». La reazione di alcuni editori è stata particolarmente rincuorante: un editore in California ha affittato un intero cinema per far vedere il cinema a tutti i dipendenti del giornale. Un altro mi ha scritto su Facebook: «Tu e la squadra di Spotlight mi avete ridato l’energia per trovare un modello di business che sostenga questa professione fondamentale». La cosa che mi ha gratificato più di tutte sono state le parole di sostegno da parte del pubblico. «Ho appena visto Il caso Spotlight», mi ha scritto una persona su Twitter, «il film mi ha ricordato quanto bene possa fare il giornalismo ostinato».

Chi vuole leggere l’intero articolo può farlo  cliccando qui: Cosa pensa di “Spotlight” il vero direttore del Boston Globe.

Concludo dicendo che nella sala cinematografica dove ho visto il film, sui titoli di coda si è scatenato un applauso discretamente torinese, posso assicurarvi che non capita spesso.

 

#petaloso

Questo libro mi è piaciuto tanto. Perché anche una sola persona, con l’aiuto della fantasia, è in grado di cambiare le cose. Da un’idea ne possono nascere altre mille! (Laura, 1H, gruppo “I Fuoriclasse”)

Drilla

Drilla di Andrew Clements è un libro che parla a noi lettori, insegnandoci delle cose divertendoci. Protagonista del libro è una parola, una parola tutta nuova, inventata di punto in bianco da un ragazzino di quinta elementare. La storia di questa parola ci aiuta a capire come funziona il mondo delle parole e a cosa esse servono veramente.

Protagonista del libro è Nick Allen un bambino molto sveglio, forse troppo. Fa lavorare il cervello, nessuno si stupisce più di tanto quando decide che la penna non si dice più penna: da oggi in poi si dirà drilla. Mrs. Granger la maestra, che ha la passione ed il gusto delle parole, non può incoraggiare il piccolo colpo di stato. Deve imporre la sua autorità. Ma drilla è una parola che piace e presto tutti la usano, in tutte le classi, in tutte le scuole del paesino. L’illustratore del libro è quel gran genio di Brian Selznick, l’autore di La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e de La Stanza delle meraviglie.

A partire dal 16 febbraio il libro è stato protagonista, nell’inconsapevolezza dei più, di una vera e propria gara di condivisione su Facebook e sui principali social network. All’origine della gara a base di ashtag #petaloso è quanto accaduto qualche settimana fa quando, un bambino di terza elementare, Matteo, alunno della maestra Margherita Aurora, nella scuola Marchesi di Copparo in provincia di Ferrara. Durante un lavoro sugli aggettivi, il bambino aveva definito un fiore “petaloso”. La parola, ovviamente inventata dal bambino, segnata come errore, era comunque piaciuta alla maestra tanto da convincersi ad inviarla all’Accademia della Crusca per una valutazione. La risposta d’ Accademia, molto garbata, è arrivata attorno a metà febbraio consigliando, fra l’altro, la lettura del libro di Clements.

La lettera dell'accademia della crusca che fa entrare la parola petaloso nel suo vocabolario

In conclusione teniamo conto che le parole ci aiutano a pensare. Chi sa usare bene il linguaggio, ragiona meglio. Più parole si conoscono, più i pensieri si fanno chiari e precisi; le parole ci aiutano a sognare. Non si può avere molta fantasia, se si usano le solite quattro parole in croce; le parole convincono. Quelli che sanno tante parole, sono più interessanti da ascoltare e sanno convincere gli altri a seguire le loro idee e a fare le cose che propongono; le parole arricchiscono.

Ora però, salviamo il bambino petaloso dalla sovraesposizione mediatica. Matteo ha pieno diritto di vivere la sua infanzia, fatta di anche di parole sciocche, di infantili invenzioni, di insulsaggini, di piccole innocenti baggianate. Ora egli è considerato un oracolo. La parolina che l’ha posto al centro della attenzione social-nazionale è diventata la formula magica, l’esorcismo, il mantra da cui ognuno si aspetta saggezza e salvezza. Egli non ha colpa… E’ solo un bambino, che ha fatto un errore di grammatica.

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese

perfetti sconosciuti

Il sottotitolo del film è la frase “ognuno di noi ha tre vite, una vita privata, una vita pubblica e una vita segreta” di Gabriel Garcia Márquez.

Alla luce di questo assunto, il film racconta la storia di una cena durante la quale sette amici, quattro uomini e tre donne, decidono di mettere sul tavolo i loro smartphone e condividere con tutti gli altri tutto ciò che ricevono (foto, messaggi, chiamate). Una commedia che inizia come un gioco, ma come nella vita arrivano anche i momenti drammatici, dovuti alle numerose rivelazioni che gli smartphone messi sul tavolo portano con sé. Il cast di Perfetti sconosciuti è composto da alcuni dei più noti attori italiani: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher e Anna Foglietta.

Il critico letterario ed editore americano George Jean Nathan ebbe a dire che il “dramma è quel che la letteratura fa di notte” , non a caso il maleficio narrativo di Perfetti Sconosciuti si consuma durante un’eclissi di luna, le cui fasi scandiscono il ritmo del film.

In effetti quello che sembrava un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro e si scoprirà che non sempre conosciamo le persone così bene come pensiamo. Col procedere della serata, in maniera progressiva, verranno svelati i lati segreti di ognuno dei protagonisti, sino ad arrivare a un finale inaspettato, la cancellazione a posteriori delle vicende raccontate dal film è sicuramente amaro e cinico, lascia lo spazio ad ogni personale riflessione sulla reale conoscenza che abbiamo delle persone che amiamo e stimiamo senza sospetto. Il vero problema è volersi bene, conoscere se stessi, essere sincero con gli amici, guardarsi negli occhi e dire la verità, subito.

Perturbazione: Le storie che ci raccontiamo

PERTURBAZIONE - Le storie che ci raccontiamo

Vengono da Rivoli e si chiamano Perturbazione, hanno deciso a quasi tre anni dal precedente “Musica X” di pubblicare un nuovo album dal titolo “Le storie che ci raccontiamo “. Si tratta del primo lavoro dopo che, nel 2014, il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana hanno abbandonato il gruppo. Alcune collaborazioni importanti concorrono al disco: il rapper Ghemon in “Everest” e la cantautrice Andrea Mirò in “Cara Rubrica del cuore”. Emma Tricca, cantautrice italiana amatissima nel Regno Unito, ha invece duettato con loro per la traccia che da nome al disco. Al pianoforte collabora Massimo Martellotta (Calibro 35).

La band dei nostri “vicini di casa” conferma di aver ancora molto da dire musicalmente parlando. Il suono contaminato da elettronica e sonorità pop sempre curate si deve alla molta Inghilterra che presenzia questo nuovo album: non a caso i Perturbazione hanno scelto proprio quella nazione per registrarlo. La produzione è stata affidata a Tommaso Colliva che ultimamente ha lavorato per i Muse, ma in passato ha prodotto artisti come: Calibro 35, Afterhours e Ministri. Dieci tracce in tutto per un album che risulta da subito orecchiabile e ballabile, questo può avvicinarli al grande pubblico rendendo l’ascolto fruibile anche al neofita.

Il titolo dell’album rimanda a quelle storie di vita comuni a molti di noi; spesso si tratta di vicende amorose, di incontri o di separazioni. “Le storie che ci raccontiamo” è anche il titolo del brano che chiude il disco in cui si allude al divario tra ciò che siamo e cioè che raccontiamo di essere, perdendo a volte il senso della realtà.

 

blackstar

Black Star

David Bowie, ha festeggiato oggi il 69° compleanno, con l’uscita di un nuovo album: Blackstar. I critici, ed io come suo fan da 44 anni, apprezziamo parecchio questa nuova opera di David. L’amato artista è tornato così sul palcoscenico, dopo il suo ultimo lavoro musicale, The Next Day  uscito nel 2013 all’indomani di un lunghissimo silenzio durato 10 anni.

Il nuovo disco, coprodotto da Tony Visconti, collaboratore storico del Duca Bianco, comprende solo sette brani ed è un album che incrina, ma conferma i legami con il passato di Bowie. L’album è pervaso dalla musica:  jazz, suoni industriali, ballate, folk, hip hop e, per chi lo conosce veramente, di molti richiami ai precedenti 26 albums.

L’opera si avvale delle performance di musicisti della grande mela: Donny McCaslin (il cui sax fenomenale impregna di sonorità l’album), il geniale chitarrista jazz Ben Monder e Jason Lindner alle tastiere, Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria. Ecco la batteria con i suoi suoni cupi, blak, very black stordisce il primo ascolto, ma che personalità ragazzi! Tutti insieme, David e i suoi collaboratori musicali, farciscono Blackstar d’ansia inquieta che è il marchio della nostra epoca. Il risultato finale è grandioso ed emozionante come mi attendevo.

 

la risposta è nelle stelle

The_Longest_Ride_film

(immagine wikipedia)

The Longest Ride, il romanzo dello scrittore statunitense Nicholas Sparks é stato pubblicato in Italia dall’editore Frassinelli nel 2013. Il libro ha ispirato il film di George Tillman Jr. interpretato da Scott Eastwood e Britt Robertson nei ruoli di Luke e Sophia, mentre Jack Huston e la magnifica Oona Chaplin interpretano Ira Levinson e sua moglie Ruth. Il film, attualmente nelle sale italiane, esalta l’amore nella coppia confrontando due storie che si intrecciano in un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Una serie di flash back rendono il film gradevole e godibile, il classico finale all’americana sempre positivo rende irreale una storia che ha una sua forza oserei dire una sua potenza: l’amore è la panacea di ogni male.

Il romanzo vede come protagonisti Ira, Sophia e Luke. Ira Levinson è un anziano di religione ebraica, vedovo di sua moglie Ruth da circa nove anni. Con grande dispiacere di Ruth, i due non possono avere figli a causa di un incidente di guerra accaduto ad Ira, nonostante ciò continuano ad amarsi per tanti lunghi anni concentrandosi sulla passione di lei per le opere d’arte. Un giorno però Ruth muore, lasciando Ira da solo. Così, in una giornata d’inverno, il vecchio Ira si dirige con la macchina nel luogo dove lui e Ruth avevano passato la loro luna di miele ma la strada è ghiacciata e il tempo pessimo, così Ira non vedendo una curva, cade in un burrone. Con le ossa fratturate e al freddo, ad Ira appare l’immagine di Ruth che lo tiene in vita, dandogli la forza per continuare a vivere. Sophia Danko, una studentessa universitaria di storia dell’arte. Si è appena lasciata con il fidanzato Brian, non si decide a voltare pagina finché non incontra Luke, un bull rider: Tra i due sboccia subito l’amore. Luke abita in un ranch che manda avanti grazie ai soldi vinti con le competizioni del rodeo. Dopo una caduta da un toro la struttura ossea del suo cranio si è indebolita, e potrebbe quindi morire ogni volta che partecipa a una gara, rischiando di sbattere la testa o di riportare ferite che potrebbero essergli fatali. Quando rivela a Sophia la verità, lei lo mette di fronte ad un ultimatum: o smette di montare tori, salvaguardando la sua vita, oppure lo lascerà. In un primo momento Luke sembra irremovibile, ma dopo lunghe riflessioni decide di abbandonare il rodeo, mettendo però in pericolo il suo futuro, in quanto il ranch era stato ipotecato dalla madre per coprire le spese sanitarie per la sua riabilitazione dopo l’incidente con il toro. Ma un inaspettato assegno permette a Luke di risanare i debiti e riprendersi il ranch. Ira e sua moglie, Sophia e Luke, non potrebbero essere due coppie più diverse, eppure il futuro le farà incontrare, nel più inaspettato dei modi.

Rinascere

rinascere

Sabato 2 febbraio lo spettacolo “Rinascere”, scritto da Roberto Girardi e allestito dal “Centro culturale S.Rocco” di Sant’Ambrogio viene replicato all’Auditorium “E. Fassino” di Avigliana.
“Lo spettacolo racconta un episodio realmente accaduto nella Russia a fine Ottocento – dice Girardi – Narra la vicenda del nobile Dmitrij Ivanovich che, giurato ad un processo, si trova di fronte la donna che lui ha sedotto, provocandone la caduta e spingendola sulla via del crimine. Divorato dal rimorso, la raggiunge in carcere prospettandole un matrimonio riparatore e la domanda di grazia, promettendole comunque di seguirla in Siberia dove la ragazza dovrà scontare la pena in un campo di lavoro; sarà comunque da lei respinto  e si rifugerà nel Vangelo”.
In scena  Monia Santantonio, Giuseppe Cigno, Dario Geroldi, Laura Serminato, Dolores Serpi, Elena Alberton, Maura Bruno, Rebecca Sardi e Giuseppe Fantino. I suggestivi costumi sono stati creati da Enrica Cantore. Per informazioni telefonare al 3407229490, l’Auditorium è sito in Avigliana Via IV Novembre, 19. Biglietto intero € 6,00 ridotto € 4,00.

non aprite quel portale

Un amico mi ha prestato il dvd del film “Il Quarto Tipo” che ho visionato con una certa apprensione e tensione emotiva. Tensione emotiva che mi ha spinto a fare qualche ricerca e reperire questa recensione che ora offro ai miei lettori. Spero di stimolarne qualche intervento su un argomento che mi trova abbastanza scettico, ma non del tutto indifferente.

“Cosa c’è di vero nelle dichiarazioni rese nel film? Si tratta di un’invenzione cinematografica di Hollywood oppure alla base esiste una storia mai raccontata?”
di Raffaele Di Nicuolo

Dopo l’uscita in Italia del film “Il Quarto Tipo (The Fourth kind)” mi sono chiesto se ci fosse qualcosa di vero nelle dichiarazioni fatte dagli autori del film in merito a quanto proposto nella pellicola.

Vediamo cosa si dice esplicitamente nel film:

“Nel 1972, fu stabilita una scala di misura per gli incontri con gli extraterrestri. Il semplice avvistamento di un UFO è chiamato incontro ravvicinato del 1° tipo, la raccolta di elementi di prova è del 2° tipo, il contatto diretto con gli extraterrestri è definito incontro ravvicinato del 3° tipo. Il livello successivo, quello del rapimento, è un incontro ravvicinato del 4° tipo…. Alaska, ai giorni nostri. Dagli anni 60 si sono verificati tantissimi casi di sparizioni misteriose. Nonostante le molteplici investigazioni del FBI, nessun caso è mai stato risolto. La dottoressa Abigail Tyler, psicologa, comincia a videoregistrare le sedute con pazienti traumatizzati e comincia a scoprire le più inquietanti prove di rapimenti alieni mai documentate…”

Ovviamente tutti i nomi sono fittizi e le storia è completamente da verificare.

Il regista della pellicola, Olatunde Osunsanmi, sostiene di essersi documentato da sostanziosi materiali audio/video appartenuti alla dottoressa psicologa Abigail Tyler. Olatunde sarebbe venuto a conoscenza del caso casualmente nel 2004 mentre si trovava nel Nord Carolina per la post produzione del sul film “The Caver”. Ma non si è mai specificato nulla in merito.

La psicologa era originaria della cittadina di NOME in Alaska ,non distante da Anchorage e si trovava in precarie condizioni di salute. Nel 2000 fu coinvolta in tragici eventi che la segnarono per tutta la vita. Omicidi, sparizioni e gravi incidenti fisici sconvolsero le vite di molti degli abitanti della zona. Da uno studio approfondito sui disturbi del sonno sia lei che il marito si accorsero di strane coincidenze raccontate da pazienti. Indagini approfondite fecero emergere che nella regione avvenivano agghiaccianti eventi che furono oggetto di indagine dell’FBI. Furono notati anche bizzarri fenomeni nei cieli limpidi dell’Alaska.

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