per Alessandro

locomotiva

Alessandro, i tuoi diciannove anni si sono infranti sotto un treno che, correva veloce in direzione di Avigliana, in un pomeriggio di sole. Stavi affrontando con serena spensieratezza il tuo esame di maturità. Amo pensare che avresti approfittato dell’occasione per commentare questo brano: “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.” *

Brano certamente lontano dalla tua esperienza di vita, ma foriero di riflessioni sul senso che si può comunque dare allo scorrere del tempo. E’ che il mondo corre e non si ferma, proprio come una locomotiva.

Y la locomotora parecía un monstruo raro

Que el hombre dominaba con su mente y con su mano,

Rugiendo, se dejaba atrás distancias que parecían infinitas,

Y su potencia parecía amedrentadora,

La misma fuerza que la dinamita,

La misma fuerza que la dinamita,

La misma fuerza que la dinamita.

 

La vita non è altro che una comunione di solitudini. (Corrado Alvaro*)

Un maestro, mi ha lasciato, ci ha lasciati…

ECO 1997 Bustina di Minerva

Nato ad Alessandria nel 1932, emerito Ordinario di Semiotica e della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna, misconosciuto in Italia sino alla pubblicazione, 1980, del suo primo romanzo: “Il nome della rosa”, premio Strega 1981. L’opera che deve il suo titolo ad un verso: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“, del “De contemptu Mundi” di Bernardo Morliacense, monaco benedettino del XII secolo. “Il nome della rosa” è il punto di confluenza degli studi di Eco, che al riparo di un avvincente “giallo” intreccia il dibattito fondamentale sia religioso che laico dell’epoca, quello sul “nominalismo”: ciò che ci rimane di tutte le cose, le più grandi città, gli uomini famosi, le più belle donne, sono solo nomi. E’ la versione mediovale del dibattito che attraversa tutta la storia della Filosofia dal suo nascere ad oggi. E’ il racconto del Medio Evo per bocca di un cronista dell’epoca ed è un “giallo” perché, al pari della Metafisica, “il racconto poliziesco rappresenta una storia di congettura allo stato puro” come ha affermato lo stesso Umberto Eco.

Nell’opera, come in tutti i successivi romanzi di Eco confluisce lo studio semiotico dell’autore: il fluire della trama è dato infatti proprio dai “codici” medioevali e dall’intreccio dei vari sensi e significati interpretativi dell’epoca. Lo scritto è scorrevole ed avvincente ed il lettore è proiettato nella realtà monastica medioevale, nel “tempo” medioevale, tutto scandito, dall’alternanza tra tempo sacro (dal “mattutino” a “compieta”, alle festività) e tempo profano, così come anche lo spazio è diviso in sacro (il luogo della preghiera) e profano. “Il nome della rosa” è affascinante ed Umberto Eco è catapultato anche finalmente da noi a quel primissimo piano che gli spetta e che a livello mondiale già gli era riconosciuto.

Umberto è ora nell’olimpo definitivo dei più grandi scrittori italiani del XX e XXI secolo.

il mondo impuzzolisce

charlie_hebdo_2016

“Come continuare a fare il giornale? A darci la forza è stato tutto ciò che avevamo costruito in 23 anni. Non saranno due stronzetti incappucciati a mandare all’aria il lavoro di tutta la nostra vita. Non saranno loro a far crepare Charlie. È Charlie che li vedrà crepare”.

Ha scelto il giorno dell’anniversario della strage di Charlie Hebdo un ventenne di origini marocchine che ieri ha cercato di introdursi all’interno di un commissariato a Parigi.  Il tentativo è stato subito fermato. Erano le 11,30 quando ha urlato  “Allah Akbar”, tentando di aggredire un agente. Voleva vendicare le vittime siriane, ma è stato ucciso dai proiettili della polizia. Aveva una cintura esplosiva finta, un’imitazione, un coltello, un pezzo di carta con disegnata la bandiera dell’Is e una rivendicazione manoscritta in arabo. Nel testo parlava della sua volontà di “vendicare i morti in Siria”, e giurava fedeltà all’autoproclamato califfo dell’Is.

Ora si cerca di fare luce sull’identità dell’uomo ucciso dagli agenti. Mi pare si sia perso l’equilibrio sia in un senso che nell’altro, il mondo impuzzolisce ogni giorno di più, lo diceva già la buonanima di mio nonno durante la mia oramai lontana infanzia.

apologia dell’ignoranza

Cincinnato

Nella zona nord di Torino è stata distrutta la lapide dedicata ai martiri delle foibe. L’attentato è avvenuto a due giorni dal Giorno del ricordo, che commemora proprio le vittime dei massacri delle foibe.

La targa era stata eretta nel cuore del quartiere di Lucento in ossequio alla storia e alla cultura della più numerosa comunità istriana di Torino che negli anni ’50 si raccolse nel Villaggio Santa Caterina.

Non è la prima volta che viene distrutta. Era già successo nel 2011, anche in quel caso a ridosso del Giorno del ricordo. Danneggiata a martellate, era stata anche imbrattata con la scritta «Carogne, tornate nelle fogne», accompagnata dalla lettera “A” cerchiata, simbolo degli anarchici.

Riparata e rimessa al suo posto, oggi è stata nuovamente distrutta. «Ancora una volta l’odio e l’ignoranza colpiscono al cuore l’orgoglio dei tanti torinesi esuli dall’Istria e dalla Dalmazia, fuggiti decenni addietro dall’orrore delle foibe», è la denuncia di Augusta Montaruli e Maurizio Marrone, consigliere regionale e comunale di Fratelli d’Italia, che hanno organizzato un picchetto di solidarietà nel luogo in cui si trovava la targa.

Ecco che un avvenimento sancito dalla nostra legge come il giorno del ricordo diventa occasione di speculazione politica e rivendicazioni ignoranti la Storia da parte fazioni politiche contrapposte il cui interesse si dimostra lontano da quello che è l’occasione di ricordo. Almeno diecimila persone, negli anni drammatici a cavallo del 1945, sono state torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. In gran parte, vennero gettate, molte ancora vive, dentro le voragini naturali disseminate sull’altipiano del Carso, le “foibe”. Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta, sufficientemente chiarito gli avvenimenti la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta ed oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.

foibe

Beppe Fenoglio morì 50 fa

Cinquant’anni fa Alba («… la presero in duemila e la persero in duecento…») rischiò nuovamente di soccombere. La sua sentinella, Beppe Fenoglio, combatteva nell’ospedale Molinette l’estrema battaglia. Si congederà il 18 febbraio, ma lasciando un’eredità letteraria e civile che nel tempo assurgerà a bussola, a trincea, a fortezza, a imperativo categorico, da Johnny svelato a un comandante inglese: fare «una cosa alquanto piccola ma del tutto seria, un’altra Italia».

Dominante, negli ultimi giorni dello scrittore e partigiano («Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello»), un pensiero, la figlia, la piccola Ita, due anni appena compiuti. Ita, Margherita, è via via cresciuta, ha frequentato il liceo Govone, si è laureata in Giurisprudenza, è divenuta avvocato, lo studio nel cuore della capitale langarola, non lontano dalla natale casa paterna, in piazza Rossetti. Gli occhi sono verdi, i capelli spruzzati di bianco, nel viso brilla una fierezza «imprudente e innamorata di sé», come gli antenati scolpiti da Fenoglio.

In edicola l’articolo integrale di Bruno Quaranta. Clicca qui per scaricare la versione digitale.

Beppe Fenoglio era nato ad Alba il 1° marzo 1922″Scrivo per un’infinità di motivi.
Non certo per divertimento.
Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce
spensierata da una decina
di penosi rifacimenti.”

Portale ufficiale dello scrittore Beppe Fenoglio.

lo smemorato ricorda

Ancora oggi mi chiedo come due «scheletri come noi abbiano potuto riconoscersi» disse l’olandese Nanette Blitz Konig, nel raccontare il suo ultimo incontro con la compagna di scuola Anna Frank nel Lager di Bergen-Belsen. Era il 12 marzo 1945. Anna sarebbe morta poco più di due settimane dopo. Figlia di un agiato dirigente della Amsterdamsche Bank, frequentava il Joods Lyceum di Amsterdam, nella stessa classe di Anna Frank, che con il suo diario, pubblicato in 67 lingue, avrebbe svelato al mondo il dramma di milioni di ebrei. «Anna era una ragazzina piena di vita, amava molto parlare, e le piacevano i ragazzi! Se fosse ancora viva sono convinta che sarebbe diventata un’eccellente scrittrice».

Del celebre diario, pubblicato dal padre di Anna, Otto, soltanto dopo la guerra, Nanette era a conoscenza. Fu infatti regalato il 12 giugno 1942, proprio durante la festa per i 13 anni cui anche Nanette partecipò. «C’eravamo tutti noi compagni di classe. Mi ricordo che proiettarono alcuni filmati sulla parete, per noi era una novità. Prima la pubblicità di una marmellata e poi Rintintin . E non capivamo cosa c’entrassero le due cose insieme». La marmellata della pubblicità era quella prodotta dalla Opekta, la fabbrica di Otto Frank, e la donna ripresa a prepararla sarebbe entrata nella storia: si trattava di Miep Gies, la dipendente che avrebbe aiutato la famiglia Frank a nascondersi.

Poi il destino brutalmente separa le due ragazzine. Anna si nasconde con la famiglia nel retro di un ufficio di via Prinsengracht; Nanette, invece, viene arrestata con i suoi. Si ritroveranno solo nel 1944 nel campo 7 a Bergen-Belsen, a 300 chilometri da Berlino.

«Nelle varie occasioni in cui riuscii ad andare a trovarla nella sua baracca, Anna mi parlava del diario e mi diceva che voleva usarlo solo come punto di partenza per un libro che avrebbe scritto su quello che stavamo vivendo». Le due ragazzine a Bergen-Belsen si ammalarono entrambe di tifo. Nanette riuscì a salvarsi, Anna no. «Quando la vidi l’ultima volta era debolissima, pelle e ossa, aveva addosso una coperta perché non riusciva più a sopportare gli abiti pieni di pidocchi. Quasi facemmo fatica a riconoscerci e a parlarci».

Nel campo di concentramento «le persone speravano. Tutti speravamo di sopravvivere e per questo lottavamo. Vivevamo nel terrore di non sapere quello che da un momento all’altro ci sarebbe potuto accadere. Una volta dovevamo fare l’appello. Ci fecero rimanere in piedi per 36 ore. Durante questi appelli i nazisti potevano prendere chiunque dalla fila, avevano sempre i cani con sé, tanto che per anni ho avuto il terrore di questi animali. Mi presero e in quel momento cominciai a tremare perché non sapevo cosa mi sarebbe accaduto. Ma ebbi davvero fortuna perché l’ufficiale sparò in aria e mi rimandarono indietro nella fila senza torturarmi né uccidermi. Sono sopravvissuta per puro caso».

In quel campo, che oggi non esiste più, Nanette non sarebbe mai più tornata dopo la guerra, ma il giorno della liberazione si è cristallizzato nella sua memoria come fosse ieri. «Il 13 aprile 1945, i nazisti che facevano la guardia al campo scapparono. Gli inglesi entrarono il 15. Noi prigionieri abbiamo vissuto due giorni nel limbo, ma eravamo così deboli che se gli inglesi non fossero arrivati, noi da soli non saremmo riusciti ad andare da nessuna parte. E quando finalmente ci liberarono una persona mi disse: sei sopravvissuta. E io ero completamente persa perché non sapevo che cosa mi sarebbe accaduto nel futuro».

Nanette fu l’unica della sua famiglia a uscire viva. Pesava appena 32 chili. Sua madre, suo padre, i nonni, il fratello, tutti sono morti nei campi di concentramento.

Quanto al papà di Anna, Otto, Nanette riuscì a incontrarlo. Fu lui a renderle visita, dopo la guerra, nel sanatorio in cui la ragazza era ricoverata. «Ma poi, non ebbi mai più il coraggio di andarlo a trovare con i miei tre figli. Tutti vivi. Era un confronto che trovavo disumano per lui».

anne-frank

Il 13 gennaio scorso, l’associazione Zaatar informava che “A Yarmouk, sobborgo di Damasco, principale campo in Siria, prosegue da 21 giorni il blocco economico, con le forze governative, poste all’ingresso del campo, che impediscono l’arrivo di qualsiasi merce, inclusi cibo, medicine e forniture energetiche. All’interno del campo invece proseguono i tiri dei cecchini: gli ultimi giorni sono stati molto sanguinosi, si riportano 4 morti nella giornata di ieri, tra cui un bambino di 3 anni, e 10 oggi (…) Scontri e bombardamenti si registrano anche nell’altro campo vicino Damasco, Husseinieh, con 4 morti e diversi feriti. I volontari del Jafra Foundation (www.associazionezaatar.org) stanno lavorando alla distribuzione di cibo“.

Emilio Brustolon stroncato da un infarto a 26 anni

Emilio Brustolon, informatico di 26 anni residente a Chivasso (Torino), è morto improvvisamente, l’altro ieri sera, per un arresto cardiaco verificatosi durante una partita di calcio a sette disputata fra amici su un campo di San Carlo Canavese  in provincia di Torino.

Colto dal malore sul campo, il giovane è stato soccorso sul posto da un medico presente che ha allertato il 118 che lo ha trasportato con un’ambulanza all’ospedale di Cirié, ma i medici del pronto soccorso non sono riusciti a salvarlo.  Come vuole la prassi gli atti sul suo decesso sono stati trasmessi alla procura di Torino.

Al Padre del ragazzo va il mio pensiero e la mia solidarietà, la mamma purtroppo era già mancata ad Emilio qualche anno fa. La sfortuna si è, evidentemente, accanita contro la famiglia chivassese. Enrico sii forte!

Palestina sempre in fiamme, perchè?

Sono morti almeno in diciotto nelle ultime ore nelle incursioni aeree israeliane sulla Striscia di Gaza. Il bilancio totale delle vittime dall’inizio delle operazioni è di 49 palestinesi uccisi, e di tre israeliani. I feriti sono oltre 345, molti sono bambini. Questo terribile bilancio è purtroppo sicuramente provvisorio, avere questa certezza è terribile. D’altro canto è dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale che in quella regione si succedono sempre gli stessi fatti.  Al momento non ci sono segnali confermati ufficialmente di una tregua, ma il presidente egiziano Mohammed Morsi – principale mediatore tra le due parti – ha annunciato il contrario: a breve Hamas e Israele potrebbero firmare un accordo per un cessate il fuoco.

Sono passati cinque giorni da quando è stata lanciata l’operazione ‘Colonna di nuvola’. Per la maggior parte degli abitanti della Striscia lasciare Gaza è impossibile. Mancano medicinali d’emergenza, sacche per raccogliere il sangue, benzina per garantire elettricità e quindi la possibilità di interventi chirurgici e di effettuare dialisi ai pazienti, ha detto Foad Aodi, presidente delle Comunità arabe in Italia (Comai) e dell’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi), che resta in contatto continuo con le fonti mediche di Gaza.

Nel pomeriggio di ieri il sistema anti-missilistico ‘Iron Dome’ di Israele ha intercettato e distrutto un razzo lanciato contro Tel Aviv senza che neanche riuscisse a toccare il suolo. E’ stato eliminato in aria e le foto hanno immortalato il fumo nero nel cielo. Il ‘Fajr-5’ scagliato dalla Striscia di Gaza è il terzo da mercoledì, hanno precisato fonti della polizia locale, aggiungendo che la batteria entrata in funzione è la quinta operativa in città, e che era stata installata poche ore prima dell’attacco, con largo anticipo rispetto alla tempistica originariamente stabilita, cioè fra qualche mese. Le stesse fonti hanno ribadito che non ci sono stati feriti. Il ministro dell’Educazione israeliano Gideon Saar ha confermato: “Hamas non è nella posizione di poter dettare alcuna condizione. Qualunque cosa – ha detto – sia successa prima dell’operazione non continuerà dopo che sarà finita. Nel momento in cui saremo certi di questo, ci fermeremo”.

“Come hanno potuto? Un missile lanciato contro la santità di Gerusalemme. Un missile la sera del venerdì, non appena conclusa la giornata di preghiera dei musulmani; scagliato cioè contro la santità dello Shabbat, la festività ebraica del sabato annunciata da un tramonto inconfondibile: i riflessi dorati delle rocce di Giudea, divenute pietre e mura della Città sacra ai credenti dell’unico Dio. L’ora in cui i fedeli indossano le vesti anacronistiche della tradizione e si affrettano per i vicoli del mercato verso il Kotel, detto Muro delle Lamentazioni, ultimo recinto esterno sopravvissuto del Tempio che l’imperatore Tito distrusse due millenni or sono.
Là dove non aveva osato neppure Saddam Hussein hanno preso la mira, per giunta vantandosene, le Brigate Izzedine al Qassam, braccio armato di Hamas. Poiché la storia nel Medio Oriente contemporaneo viene manipolata grottescamente dai fanatici barbuti sequestratori del sacro, non escludo che i miliziani si autorappresentino continuatori dell’impresa di Saladino: il principe curdo che nel 1187 assediò la Gerusalemme crociata e pose fine, dopo ottantotto anni, al Regno Latino procedendo a quella che i musulmani celebrano come la Liberazione della Sposa: cospargendo di acqua di rose la moschea di al-Aqsa e il Duomo della Roccia per riconsacrarli all’Islam, dopo che i Templari avevano trasformato la spianata nel loro bivacco.
Nella visione degli integralisti Israele è un corpo estraneo destinato all’estinzione né più né meno di quei regni crociati. La parola d’ordine jihad al-Quds –guerra santa per Gerusalemme- resta il distintivo dell’indisponibilità a ogni compromesso territoriale.”

Queste le parole di Gad Lerner una persona sicuramente ragionevole, ma quando le persone ragionevoli sono coinvolte personalmente non restano ne ragionevoli ne indipendenti. L’uomo e la sua emotività passa oltre le ragioni delle parti, questa è la principale fra le ragioni che sono alle origini di questo infinito conflitto.

“…la religione di Mosè abita il nostro pianeta, facendo valere diritti che spesso sono metastorici più che storici, connessi a testi sacri più che al divenire ordinario dei popoli e del tempo. E’ come se a un unico popolo fosse dato, per volontà divina, di vivere una condizione di libertà assoluta, mentre il resto dei mortali perdurerebbe nel duro regno della necessità.” (La strana guerra. Barbara Spinelli: Ebraismo senza “mea culpa” La Stampa 28 ottobre 2001).

Questa affermazione è forte, ma a seguire alcune vicende della storia israeliana si è spesso tentati di pensarla come Barbara Spinelli. In effetti, per me, che pure sono osservatore non coinvolto nei fatti, è difficile restare freddo di fronte alle strumentalizzazioni di cui i fatti mediorientali sono sempre e comunque oggetto. Una volta all’anno, vengono celebrate rievocazioni dell’Olocausto il cui vero scopo, sembra quello di tramandare il ricordo della ferocia umana ai più giovani, per evitarne il ripetersi. Certamente tutto può essere vanificato dall’ipocrisia che spesso, in queste occasioni di ricordo, traspare chiaramente ma eliminare anche queste rimembranze formali migliora la situazione? Esiste anche la buonafede di chi per quanto possibile vuole ricordare per tramandare la conoscenza dell’orrore e contribuire che la storia non si ripeta. Per quanto utopica la speranza che l’uomo si ravveda non ci deve abbandonare. So cosa accade nel mondo ogni giorno, spesso gli stessi orrori di ieri si ripetono e spesso ci vengono tenuti nascosti. Ma sperare che, conoscendo quanto avvenuto ieri, si riesca ad acquisire qualche anticorpo per contrastare quello che avviene oggi mi pare il minimo.

D’altro canto si avverte la mancanza, nell’ebraismo di un’assunzione di colpa nei confronti di popolazioni e individui che hanno dovuto pagare il prezzo del sangue o dell’esilio per permettere a Israele di esistere. E mi pare di poter dire che di pari gradazione fu il dolore a cui furono sottoposti pochi anni fa i coloni israeliani delle terre palestinesi. Questa fu la decisione del governo di uno Stato che nel 1967 spinse nella direzione opposta i coloni israeliani di Gaza. Dopo molti anni essi furono costretti ad abbandonare le terre che avenano duramente dissodato e le case in cui sono nati i loro figli. Ci troviamo di fronte ad un groviglio di interessi, sentimenti e passioni inestricabile e continuamente alimentato.

siamo alle solite

Decine di migliaia di persone hanno manifestato oggi in tutta Italia per lavoro e scuola. Episodi di guerriglia urbana si sono registrati a Roma, Torino, Milano e Padova. Decine di agenti feriti, una cinquantina di manifestanti fermati nella Capitale. Subito diffuse sul web le immagini dei tafferugli.

In serata è arrivata la «ferma condanna» delle violenze da parte del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, che ha espresso «apprezzamento» per l’operato delle forze di polizia.

Intanto siamo all’ignorante sfruttamento delle idee di un padre della Patria come Pier Paolo Pasolini da parte di un saltimbanco: poliziotti e carabinieri figli, del popolo e sottopagati dovrebbero secondo il genovese più antipatico d’Italia compiere «un atto rivoluzionario»: «Soldato, togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco». E così citando allo specchio l’appello di Pasolini agli studenti seguito agli scontri a Valle Giulia del ’68 («Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano») Grillo invita dal suo blog le forze dell’ordine ad unirsi con studenti ed operai. Questo masaniello dei miei stivali ha passato ogni segno di populismo, basta!

I partiti intanto si dividono tra condanna dei manifestanti violenti o critche alla gestione dell’ordine pubblico. «È vergognoso il comportamento del governo che ha mandato oggi nelle piazze italiane le forze dell’ordine a caricare gli studenti», dice il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Fds Paolo Ferrero. Per il leader di Sel Nichi Vendola «la violenza rischia di rendere opaco il senso di una giornata straordinaria». «Cerchiamo invece di mettere l’orecchio alle ragioni dei lavoratori e degli studenti -dice il segretario del Pd Pier Luigi Bersani- purtroppo gli incidenti e l’esercizio della violenza oscurano motivazioni e libere espressioni di dissenso».
Solidale con le forze dell’ordine il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. Stringato il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che su twitter ha scritto: «Le forze dell’ordine che oggi sono in piazza hanno tutta la mia solidarietà».
Attenzione amici delle forze dell’ordine quella solidarietà pelosa viene da chi vi ha affamato con stipendi inadeguati e penosi! Penosi per voi che dovete affrontare i vostri figli e nipoti, i vosti padri e fratelli sulle piazze d’Italia con la consapevolezza di tornare a casa con quattro soldi in tasca e la dignità sotto i tacchi. Non date retta al capopolo, fate il vostro mestiere con dignità, questo è un Paese Civile che non ha bisogno di confondere i ruoli. I poliziotti della Caserma Veglia di Torino e dei Reparti Celere di Milano che, nel 1969, per sfogare le loro compresse e giuste rivendicazioni di libertà, volevano andare oltre i già pesanti ordini ricevuti contro il popolo ribelle, non sono i vostri eroi, essi furono strumento bilama di un potere che si rinnova uguale a se stesso. Non schieratevi ne col popolo ne contro il popolo fate il vostro dovere istituzionale senza eccedere, controllare per tenere l’ordine pubblico non significa per forza di cose essere spietati picchiatori.

oggi abbiamo salutato l’amico Sergio Polin

Oggi giovedì 25 ottobre 2012, alle ore 11:00, si sono svolti a Torino, nella chiesa di Sant’Anna, i funerali di Sergio Polin, 43 anni, originario di Aosta.

L’uomo, non vedente, è stato investito, insieme al cane guida Dharma sulla strada statale 24 a Oulx, lo scorso sabato sera. L’animale è morto sul colpo mentre l’uomo è deceduto all’ospedale, dove era giunto in condizioni gravissime. Lascia la moglie e tre figlie. Chi volesse, può onorare la memoria di Sergio, utilizzando i seguenti dati. La famiglia utilizzerà i fondi per beneficienza:

 

POSTE PAY N. 4023600629335565

INTESTATA A ELISABETTA GRANDE

 

Una messa in suffragio sarà celebrata domenica prossima alle 11 nella chiesa di Saint-Martin de Corléans ad Aosta. La messa di trigesima sarà celebrata il 24 novembre a Torino.

Elisabetta la moglie di Sergio ha introdotto la funzione dicendo: “Questa mattina Sergio mi ha detto di venire da voi a rassicurarvi, perché lui non è li in quella bellissima bara coperta di fiori belli e profumati, li c’è solo il suo corpo. Sergio è qui accanto a me ed insieme a tutti noi. Questa mattina ho proprio visto il suo sorriso di sempre, quando mi ha detto questo. Quindi non siate tristi egli continua la sua vita accanto a noi.” Lei era leggermente emozionata, ma non commossa. La sua Fede era evidente come quella della figlia undicenne che ci ha ricordato il papà più avanti, fatte le dovute proporzioni persino una delle gemelline di sei anni, che ha parlato al microfono in braccio alla giovanissima tata, era piena di Fede.

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

Questa poesia è stata letta alla fine dei numerosi e commoventi saluti, che parenti ed amici intimi di Sergio, hanno voluto rivolgergli davanti a tutti noi. Anche se Elisabetta all’inizio della cerimonia e per tutto il suo proseguimento ci ha dato l’esempio evitando l’aperta commozione, confesso di non aver resistito: mi sono commosso numerose volte per quello che è stato un vero ed accorato saluto a Sergio che ha lasciato, grazie al suo entusiasmo trascinante nella vita, un indelebile ricordo in tutti noi.