Addio Maradona!

Un lutto enorme per chi ama il calcio. Una sensazione amarissima per la scomparsa di un uomo del suo tempo, umanissimo, ma irregolare. Aveva da poco compiuto sessant’anni. La notizia da poco comparsa sui giornali di tutto il mondo mi ha colpito moltissimo perché il calcio é una mia passione che resiste a tutte le brutture che negli ultimi anni sono cadute addosso a questo mondo sportivo. Negli ultimi tempi non si può andare neanche allo stadio a causa del Coronavirus, occorre accontentarsi del surrogato televisivo.

Addio Diego!

Un ricordo per Don Aldo Rabino

Don Rabino

Un’iniziativa è in corso in questi giorni per ricordare lo scomparso Don Aldo Rabino  che ha dedicato la sua vita sia nell’impegno sociale con l’associazione O.A.S.I., sia nello sport come cappellano del Torino Calcio.
Le possibilità di adesione sono sostanzialmente due:

  • Attraverso una sottoscrizione chiamata “don-azione” volta a sostenere il centro sportivo Laura Vicuna di Rivalta, a cui lui si era dedicato anima e corpo negli ultimi 15 anni.
    Per saperne di più clicca qui > donazione2015
  • Acquistando la maglietta di don Aldo al costo di euro 10.
    Per vedere la maglietta clicca qui > magliettadonaldo

Storica figura di riferimento soprattutto per il mondo del Torino Calcio, data la sua fede granata, don Aldo aveva fondato l’associazione O.A.S.I. nel 1969, sulla scia del gruppo Operazione Mato Grosso Torino, di cui lui stesso era stato promotore. Impegno attivo anche nel mondo dello sport, dato che il sacerdote era stato consigliere nazionale della Figc ed era attualmente presidente onorario della Fondazione Stadio Filadelfia.

Don Aldo Rabino era nato a Torino nel 1939. Promessa del calcio giovanile aveva lasciato lo sport attivo per diventare, nel 1968, sacerdote salesiano. Una vita nell’oratorio, da vero seguace di don Bosco. Dal 1969 si dedica anima e corpo ai giovani di Torino e ai poveri dell’America Latina attraverso l’Associazione O.A.S.I. (Ora Amici Sempre Insieme) da lui fondata e che conta oggi circa 500 volontari. Nel 1971 don Francesco Ferraudo gli lascia l’incarico di padre spirituale del Torino e quindi da oltre quarant’anni seguiva le gesta della sua amata squadra e dei suoi ragazzi.

Juventus: Allegri?

Allegri

Dimmi come giochi (o non giochi) e ti dirò chi sei: il 3-5-2, favorito per lo scontro con il Manchester City compete con il 4-3-1-2 che resta la seconda opzione di Massimiliano Allegri. Fra i due schemi c’è una differenza filosofica, ancor più che tecnica, lo stesso allenatore la stagione scorsa lavorò soprattutto per tornare alla difesa a quattro e, come diceva lui, proporre un gioco più europeo. La difesa a tre, fondamenta del 3-5-2, modulo preferito da Conte rimase pronto all’uso, specialmente nei secondi tempi, quando la partita poteva essere gestita. Stasera il 3-5-2 saprebbe di partita d’attesa, di contenimento come si diceva una volta. Con quel modulo di ottiene molto meno possesso palla, e l’atteggiamento offensivo diventa prudente. Questo potrebbe risultare il più furbo, nella tana di uno squadrone come il City, ma sarebbe davvero una scelta di prospettiva? Non credo. Il momento è pessimo, ma una squadra che vuole fare un salto di qualità che, dopo il risultato dell’anno scorso, non può essere altro che vincere la Champions a Milano, deve osare anche contro le corazzate senza fare calcoli. Un risultato positivo sarebbe il viatico per una ripresa in Serie A.

Il capitano della Juventus, Gigi Buffon, parla chiaro alla vigilia della prima gara della stagione in Champions League: “Il momento è quello che è, ma chi si piange addosso mi infastidisce. Nella vita ci vuole orgoglio, soprattutto quando hai la consapevolezza di essere una squadra forte, senz’altro futuribile, ma anche con un presente importante”. Secondo Gigi Buffon, la gara dell’Etihad Stadium servirà sopratutto per sapere qual è il valore della Juventus”. Al momento non ci sono certezze. “Chi siamo lo scopriremo solo giocando – ha spiegato Buffon -. So di certo, però, chi sarà la Juve da qui a poco: una squadra che tornerà a confermare le belle partite che ha fatto fino a qualche mese fa. Siamo un gruppo di giocatori, tecnici e dirigenti che rema dalla stessa parte, quindi quando ci sono queste prerogative, magari puoi non vincere, ma difficilmente puoi fallire una stagione”.

braccia rubate all’agricoltura

coglione

Le domande non sono mai banali, lo sono, a volte, le risposte. Ora vengo alla domanda: “ma quest’uomo lo è o lo fa?”

A voi amici la risposta. Vi ringrazio anticipatamente per la risposta che fornirete.

La memoria va allenata!

hysel Caremani

Venerdì scorso 29 maggio, presso la Sala Viglione di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio Regionale del Piemonte, si è tenuta la commemorazione della strage dello Stadio Heysel di Bruxelles avvenuta il 29 maggio 1985. La cerimonia è stata organizzata da Alessandro Benvenuto, Consigliere Regionale, Presidente della Consulta Regionale dei Giovani e Andrea Lorentini, Presidente dell’Associazione fra i Familiari delle Vittime dell’Heysel. I parenti delle vittime hanno ricostituito l’associazione a suo tempo fondata da Otello Lorentini e che era appunto rappresentata dal nipote Andrea Lorentini, figlio di Roberto una delle vittime della strage. Erano presenti: Nereo Ferlat che nel 1985 scrisse il primo libro sull’accaduto “L’ultima curva”, Darwin Pastorin giornalista, Massimo Pavan vicedirettore di Tuttojuve.com e  Francesco Caremani giornalista, scrittore, noto tifoso juventino, conosciuto al pubblico soprattutto per il suo impegno sulla ricerca della verità sulla triste vicenda dell’Heysel.

Mancava totalmente la rappresentanza della Società Juventus nonostante che “In questi ultimi anni – come ha spiegato Andrea Lorentini il responsabile all’associazione – con la presidenza di Andrea Agnelli, la Juventus si è posta in maniera diversa verso la tragedia di Bruxelles dopo che per oltre vent’anni ha completamente dimenticato e ignorato quella notte e le famiglie delle vittime. Di questo rendo merito al dottor Agnelli che si è  fatto carico di una nuova sensibilità e attenzione verso quella tragedia”.

Molto significativa invece la presenza di Domenico Beccaria, Custode della Memoria storica granata presso il Museo del Grande Torino , il quale ha giustamente sottolineato il fatto che la rivalità sportiva non deve mai, mai sfociare nella violenza.

Nereo Ferlat nel suo intervento ha detto: «Mi ricordo ancora all’improvviso. Rivedo i morti. La faccia del signor Gianfranco Sarto da San Donà di Piave. L’ avevo conosciuto sul pullman. Sento ancora fisicamente quella sensazione orribile delle membra schiacciate, immobilizzate, senza respiro. Non riuscivo più a respirare, ho capito che sarei morto. Con i pensieri ho salutato mia moglie e mia figlia, allora aveva sette anni. Poi ho pregato padre Pio. Non lo so di preciso cosa sia successo, ci ripenso ancora. Sono stato al posto giusto nel momento giusto. Sono stato estremamente fortunato. Un’ onda umana, una spinta improvvisa, mi ha sollevato invece che abbattermi definitivamente. Sono riuscito ad aggrapparmi a una schiena con tutta la forza che mi restava. Poi è crollato il muretto che dava verso il campo e ho ripreso a respirare. Mi ha colpito negativamente che un po’ tutti, la Juventus per prima, abbiano scelto il silenzio. C’ è stata una grande opera di rimozione. Ma le tragedie non vanno dimenticate, anche per questo ho scritto un libro che s’intitola “L’ultima curva”. Per chi non si è più rialzato. Perché trentanove vittime chiedono memoria». La memoria va allenata!

l'ultima curva

La cerimonia è stata toccante e commovente, ha avuto culmine nella lettura del Monologo teatrale: Heysel “Io sono la Memoria” – Lettera da Bruxelles. Ideato e scritto da Domenico Laudadio, membro dell’associazione. Basato sul racconto di quella serata. Il dramma, la morte e le cause di quella tragedia. Un percorso della memoria, attraverso l’inferno dell’Heysel e di quel maledetto 29 maggio 1985. Interpretato da Francesca Cassottana, giovane attrice, milanese di nascita e laureata alla scuola arte drammatica di Milano e Piemontese d’adozione. Per ricordare i fatti, mi pare giusto riportare di seguito l’incipit di un’intervista a Francesco Caremani.

striscione Heysel

1. Ciao Francesco cercherò di farti delle domande diverse dalle consuete, intanto ti ho presentato bene?

«“Noto tifoso juventino”? Non direi, per vari motivi (e non per colpa mia). Il primo e più semplice è che da ragazzo tifavo Juventus, nel senso più appassionato del termine, ma oggi non mi riconosco affatto nella parola “tifoso” dietro la quale si nascondono in troppi dopo aver detto e fatto le peggio cose. Il secondo, banale, è che sono un giornalista, ho fatto tanta fatica per diventarlo e secondo me un giornalista tifoso non è un buon giornalista; un giornalista deve essere credibile piuttosto che tifoso e le due cose spesso (nel calcio italiano) sono l’una contraria dell’altra. Il terzo risale a qualche tempo fa, dopo una bellissima presentazione del libro sull’Heysel a Mantova con Bruno Pizzul su Facebook arriva un commento che augura la morte all’ex telecronista Rai accusato di essere antijuventino, cosa per me inaccettabile, così controbatto in maniera forte e decisa, la risposta? Guai a me se mi consideravo juventino (e non era la prima volta). Oggi c’è tanta voglia di rilasciare patenti, di mettere le persone in un contenitore (forse perché chi ha un pensiero indipendente, non catalogabile, crea diffidenza, paura, panico, crisi d’ansia, come una figurina fuori posto, ma per fortuna siamo uomini), con me o contro di me. Ho 43 anni e ‘vengo’ da un altro calcio, un calcio in cui gli avversari si ammiravano, dove s’imparavano ad amare quando vestivano tutti insieme la maglia della Nazionale, l’odio verso la quale per me è pura blasfemia, quindi puoi ben capire quanto le ragioni (se di ragione si tratta) del tifo siano lontane dal mio modo di pensare, intendere e raccontare il calcio, lo sport più in generale. Se penso a me come tifoso penso a me come tifoso della Nazionale. Però, c’è un però, c’è stato un momento in cui molti giornalisti che fino al momento prima avevano beatificato la Juventus le si sono rivoltati contro per mera sopravvivenza (gli stessi che adesso le si stanno riavvicinando), per contingenza e puro calcolo personale. Ecco, quando non conveniva non ho nascosto la mia passione giovanile e la squadra per cui facevo il tifo (che poi ti resta attaccata addosso per sempre), sono fatto così, sono un giornalista nel bene e nel male, quello che conviene lo lascio agli altri, tifosi compresi, come dimostra il libro sull’Heysel: se una cosa è accaduta, quindi vera, lo è a prescindere dai colori sociali. A pensarci bene sono anch’io un ultrà: del giornalismo e delle cose in cui credo, come il fair play, per esempio. Poi siamo in democrazia e ognuno può affibbiarmi le patenti che vuole, questo non cambierà quello che sono, tanto meno le mie idee. Ovviamente grazie per il “noto”, troppo buono».

2. Sinceramente, ti spiace essere conosciuto più che altro per i tuoi scritti sull’Heysel, dato che è una vicenda triste e in fondo hai scritto tanti altri libri, o è un qualcosa che non ti pesa affatto?

«Il mio nome è legato indissolubilmente all’Heysel (grazie a Otello Lorentini, già presidente dell’Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles, voce narrante del libro) e in un Paese dove si cerca di dimenticare, soprattutto le tragedie con precise responsabilità, capisci quanto abbia pesato e pesi dal punto di vista professionale. A me non interessano le mode (complimenti a chi sa cavalcarle; oggi, per esempio, va a ruba il giornalista schierato) a me interessa fare le cose giuste e l’Heysel lo è stata. Questa domanda mi ha fatto molto piacere perché quando uno fa il giornalista sportivo si occupa di tanti argomenti diversi, è un cammino con tante tappe, alcune più corte altre più lunghe, alcune sono delle semplici gare in linea, altre parte di un tour, alcuni di questi hanno una conclusione, altri no, ci accompagnano nel nostro cammino professionale. Se c’è una cosa che amo del mio lavoro sono le persone, quelle che racconti, quelle che incontri per caso, ognuna ti resta attaccata addosso in maniera diversa, come nella vita di tutti i giorni. Otello Lorentini è una di queste, una di quelle persone che porterò sempre con me, perché mi ha insegnato tante cose, come la dignità, la voglia di giustizia e verità, l’amore incondizionato per i figli (lui al suo, morto all’Heysel, ha dedicato tutta una vita), l’umiltà e l’orgoglio di chi ha tutto da perdere e scende ugualmente sul campo di battaglia con le poche certezze che possiede: se lo dovrebbero ricordare soprattutto quelli (troppi) che parlano (troppo spesso) a vanvera di ciò che è accaduto il 29 maggio 1985 e dopo. Io ho scritto altri libri, alcuni più belli dal punto di vista squisitamente narrativo, ma per tutti i motivi che ho elencato quello sull’Heysel resta il più importante».

Lascaris_facciata

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