una perfetta confusione

Quando si mandano le truppe dove non si è capaci di capire la situazione: locale, culturale e politica, si favoriscono alleanze con soggetti corrotti ed impresentabili, utili a fare sorgere la reazione contro le truppe d’invasione. Ora un rigurgito del Daesh inutilmente sconfitto in Siria e Iraq prenderà il sopravvento sulla stremata e forse indifferente popolazione civile (quella vera).

Ricordiamo il prezzo dell’occupazione per la nostra amata e dissennata Patria:

– 53 morti;

– 723 feriti;

– 8 miliardi di Euro.

A che pro?

“La storia ci insegna costantemente quante minacce vi siano alla libertà e quanti sacrifici sono richiesti per conquistarla. Ci indica anche che si tratta di un bene indivisibile tra le donne e gli uomini di ogni Continente. Ci rendiamo conto di quanto la mancanza di libertà o la perdita di essa in altri luoghi del mondo colpisca la nostra coscienza e incida sulla comune convivenza nella sempre più integrata comunità mondiale. Nuove sfide si pongono, quindi, continuamente davanti a noi”. (Sergio Mattarella)

Ogni volta che si è parlato o si parla di Afghanistan, in questi anni, i temi erano e sono gli stessi: guerra, violenza e traffico di droga. Del popolo Afgano non si è, quasi mai, trattato: un torto nel torto. Oggi gli attentati, di cui non si capisce la matrice, aggiungono confusione a una situazione assolutamente opaca in cui l’unica vittima sicura è il popolo Afgano che continua a vivere nel terrore e nell’incertezza. Ciò che a me appare lampante è il definitivo abbandono dei traditori del Popolo, da parte delle forze di occupazione, che li hanno usati senza scrupoli e, che pure hanno avuto la loro quota di sangue versato. La strategia della confusione è ancora una volta perfetta, forse lascia tracce anche nella mia analisi.

#senzachiederepermesso

senza-chiedere-permesso

Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, si occupa di produzione e post-produzione cinematografica (in pellicola e video) su un terreno di impegno militante in quel di Torino. Mentre Piero Perotti, oggi ufficialmente pensionato, è una delle memorie storiche della classe operaia piemontese e delle azioni sindacali e sociali, messe in atto per migliorarne le condizioni di lavoro e di esistenza e per contrastare le “bronzee leggi” del capitale, fin dagli anni sessanta.

Insieme e nel corso di diversi anni hanno raccolto una serie di materiali straordinari sulla lotta di classe a Mirafiori, fuori e dentro la fabbrica, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980. Molte immagini, collezionate all’interno del film, provengono dalla cinematografia militante di quegli anni, ma ciò che costituisce il cuore di questo documento audiovisivo è dato dalle immagini “rubate” dallo stesso Perotti alle manifestazioni operaie e ai cancelli dello stabilimento Fiat con la piccola cinepresa portatile che aveva deciso di procurarsi proprio a tale fine.

In un’età di tablet, smart-phone, telecamere portatili o miniaturizzate in qualsiasi cellulare e di selfie, ci si dimentica troppo facilmente quanto fosse difficile, qualche decennio addietro, documentare gli eventi. Anche quelli che, a differenza di quelli fin troppo documentati di oggi, erano destinati a cambiare il rapporto tra le classi a favore dei diseredati.

Tra il 1969 e gli anni settanta, la classe operaia di uno dei più grandi stabilimenti automobilistici del mondo cambiò le regole del gioco. Le immagini del film ce ne trasmettono tutta la potenza, la creatività, anche la violenza spesso sufficientemente espressa, quest’ultima, più in potenza che in atto. Fu, in quegli anni, la classe operaia torinese l’epicentro di uno scontro globale che fece tremare le fondamenta dell’edificio costruito sulla base dello sfruttamento di classe.

Per questo, più tardi nel 1980, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo. Avrebbe dovuto essere spogliata della sua capacità di resistenza, organizzazione ed iniziativa, politica e sindacale, per essere restituita, nuda, alle sue condizioni iniziali di sottomissione e dipendenza dall’iniziativa avversaria.

Il film documenta benissimo, in maniera spesso commovente, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni alle porte della FIAT, tutto ciò. La formazione di una coscienza, lo sviluppo delle lotte e della solidarietà di classe, la capacità di reagire uniti su richieste egualitarie ed unificanti e quella di reagire alle provocazioni messe in atto dall’azienda, dai crumiri, dai fascisti e dalla polizia. Una forza immensa era entrata nell’arena della Storia; sì, proprio quella con la S maiuscola.

Donne e uomini, immigrati meridionali e lavoratori piemontesi lottavano uniti, creavano uniti un nuovo modo di fare politica ed attività sindacale, marciavano uniti per le strade prima del quartiere, poi della città. Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia.

Tutto questo, forse, molti di quegli operai l’avrebbero imparato dopo, eppure ripresero il cammino proprio là dove era stato interrotto dalle repressione antisindacale ed antioperaia, ancor prima che anticomunista, degli anni cinquanta. E che aveva visto un primo, selvaggio risveglio, fuori da qualsiasi direttiva partitica o sindacale, proprio nei fatti di Piazza Statuto del luglio 1962.

Molti di loro erano in fabbrica da anni, molti, forse i più, erano entrati alla Fiat in seguito alla recente emigrazione dal Sud o al rientro dalle fabbriche tedesche. Simili a una moderna creatura di un capitalismo novello dottor Frankenstein, avevano imparato ad odiare il proprio creatore e a combatterlo. Ovunque, dentro e fuori gli stabilimenti.

I cortei interni, le perquisizioni dei guardiani alle porte, i volantinaggi, i fuochi dei picchetti, gli studenti con i giornaletti dell’estrema sinistra, il blocco della produzione, gli scioperi spontanei: tutto è documentato con un ritmo serrato, accompagnato dalla narrazione personale e vivace di Pietro Perotti. Così che, ancora una volta, la memoria personale si mescola con la memoria di classe, rifondandola. Come quasi sempre accade.

Non nei testi accademici, non nelle tesi di Partito, non nelle logiche politiche e nelle strategie sindacali, ma nella voce narrante, ancor più che in qualsiasi forma scritta, noi ritroviamo la memoria e la Storia delle classi subalterne. Subalterne soprattutto sul piano della comunicazione. Soprattutto là dove la comunicazione è scritta, dove la sintassi è ancora un’arma del padrone e, ancor più, lo è lo strumento televisivo, o radiofonico come ai tempi del Duce.

Per questo il gesto di Pietro, comperare ed imparare ad usare una piccola cinepresa, diventa così grande ed importante. Non solo per noi che, ora, possiamo usufruire di quelle straordinarie immagini, ma anche per l’epoca. Un’altra barriera veniva abbattuta, appunto senza chiedere permesso, precedendo di poco la nascita delle radio libere. La lotta operaia, ancora una volta, inventava una nuova cultura e nuova comunicazione. Di cui Pietro si fece portatore anche negli anni successivi all’abbandono della fabbrica, attraverso i suoi manifesti e i suoi mascheroni che accompagnano ancora tante manifestazioni.

Suo era il grande ritratto di Marx che, appeso alle porte della palazzina di Mirafiori, avrebbe assistito, ammutolito e attonito, all’ultima battaglia degli operai della città-fabbrica. La più amara.  Quella in cui si consumarono, durante i 37 giorni dell’autunno del 1980, tutti i tradimenti sindacali e politici possibili. Quella con cui l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, aveva deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla forza lavoro. Con un costo altissimo per tutta la classe operaia italiana.

E, sotto questo punto di vista, le immagini parlano e dicono più di ogni commento. Negli anni precedenti i lavoratori di Mirafiori avevano occupato il territorio. Erano diventati punto di riferimento per gli operai di tutto l’indotto Fiat e per quelli degli altri settori produttivi. Per gli studenti, gli operai, per i soldati inquadrati nei Proletari in divisa, per ogni settore della società. Avevano guardato fuori, al mondo e lo avevano fatto proprio.

Nei 37 giorni, tra il 10 settembre e il 16 ottobre 1980, gli operai che sono fuori dalle officine guardano verso l’interno della fabbrica. Un rovesciamento di prospettiva che prelude soltanto alla sconfitta. I grandi viali sono alle loro spalle e sono esclusi dalle officine. Guardano il balletto degli oratori, con capofila Berlinguer e i leader sindacali, che altro non fanno che illuderli e deviarli verso la resa. Che avverrà con una votazione truffa dopo la marcia dei quarantamila. Truffaldina anche quella, nei numeri e nei partecipanti.

marx-alle-porte

I capi sono stati affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10 – 12.000 (questa anche la prima cifra ufficiale della prefettura). Il corteo ha un carattere decisamente reazionario e antioperaio […] Nel pomeriggio,incontro Fiat -sindacati. Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <<all’accertamento dell’ipotesi conclusiva>>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di 100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia […] All’alba (giorno successivo) l’apparato del PCI è mobilitato ai cancelli per convincere i suoi militanti che bisogna accettarla1

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della lotta dei 35 giorni alla Fiat si sarebbe potuta fermare, non farla neanche partire”. E’ quello che sostiene Pietro Perotti nel film. E probabilmente ha ragione, ma sarebbe occorso che gli operai della fabbrica più grande d’Italia tornassero a fare quello che avevano fatto nel decennio precedente, ogni volta che si era presentata l’occasione: occupare le strade e la città.

Ma in quel momento, una volta allontanati dalle officine, con gli arresti o i licenziamenti, tutti coloro che avevano guidato le lotte, i reparti non reagirono più allo stesso modo. La stanchezza e la sfiducia presero il posto del coraggio, della sfida e della lotta. Con una sapiente regia del sindacato e del Partito comunista. Soprattutto della federazione torinese del Partito che annoverava tristi figuri del calibro di Piero Fassino e di Giuliano Ferrara.

Le conseguenze si fanno sentire ancora adesso a Melfi, in quel che rimane degli stabilimenti torinesi, nel job act e nella spocchia di Marchionne e di Renzi. Quello fu un appuntamento storico e tutti i carnefici di adesso possono rallegrarsi ancora di quella sconfitta.
A noi rimangono la memoria di momenti gloriosi e di volti magnifici. Sconosciuti e conosciuti che, per chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e quelle lotte, non possono non far spuntare lacrime di nostalgia, di tenerezza e di rabbia. Che ci accompagneranno sempre.

bandiere

Cesare Maldini

(Immagine tratta da Wikipedia)

Due mesi fa ci lasciò un grande uomo, i meccanismi strani della memoria me l’hanno riportato oggi, ho quindi deciso di ricordarlo quale rappresentante di quei calciatori bandiera di cui si sta perdendo traccia anche a causa del denaro e della troppa attenzione mediatica che ha oramai preso in mano il calcio e lo stanno lentamente stritolando.

Cesare Maldini nacque a Trieste nello storico quartiere della Servola nel 1932. Egli scelse e fu scelto dallo sport più popolare in Italia. L’esordio da calciatore con la Triestina avvenne il 24 maggio del 1953. Maldini, difensore di grande qualità dopo aver esordito passò al Milan e da difensore ha giocato fino al 1966.

Maldini è stato un rivoluzionario anche se molto egli deve all’arrivo al Milan di Gipo Viani, due anni dopo il suo esordio. Con lui Maldini vinse due scudetti. Cesare giocava “libero” con eleganza, intelligenza, luce, per se stesso e per i compagni. Sul campo di pallone Maldini ha dato e ha lasciato tanto, altrettanto ha fatto insegnando calcio.

Nel 1963, quando in panchina c’era Nereo Rocco, sollevò, dopo averla vinta, la Coppa dei Campioni. Resterà nella storia del calcio per i suoi successi con il Milan e con la Nazionale, ma anche per la sua umanità, le sue bonarie sfuriate così ben imitate da Teo Teocoli che ne ha fatto un eroe popolare, quando aveva terminato il suo ciclo attivo.

Cesare Maldini è stato una ‘bandiera’, figura che nel calcio sembra sempre più passare di moda, ma nella famiglia Maldini è valsa per ben due generazioni consecutive, prima lui, poi il figlio Paolo altro grande difensore e bandiera milanista.

Sempre al Milan (per non cambiare bandiera), nella Nazionale e in mille altre squadre, recentemente sembrava esserci da sventolare un’altra bandiera di nome Mario Balotelli. In realtà quella bandiera non è riuscita a salire sul pennone per ora… per sempre?

In effetti i bene informati ci raccontano che Marione Balotelli, rimasto fuori dalle convocazioni del ct Conte per gli Europei ed in attesa di conoscere il proprio futuro, si è concesso una vacanza per staccare la spina dopo l’ultima complicata stagione con il Milan: meta esotica per l’attaccante, con il fratello Enock si è rilassato a Dubai. Buon per lui che è sempre al centro dei riflettori, anche di quelli di calciomercato visto che il suo futuro è ancora un rebus: il Liverpool lo ha scaricato, il Milan non sembra intenzionato a confermarlo al termine del prestito e l’ingaggio da 6 milioni di euro netti a stagione frena molte pretendenti. Eppure c’è sempre chi è pronto a tendere una mano all’attaccante, Lazio e Besiktas chiamano a gran voce. Non sono però questi gli unici club interessati: anche il Galatasaray monitora mentre la Sampdoria spaventata dai costi resta più defilata. Insomma, c’è sempre chi è disposto a dare un’ultima chance a Balotelli. Altro giro altra bandiera: il $!

la festa dei lavoratori

Primo-Maggio

Il lavoro è stato e resta uno dei cardini fondativi della nostra Repubblica. La res pubblica non si gestisce senza lavoro perché la dignità personale di ogni essere umano e la sua libertà sono strettamente legate al lavoro. Buona festa a tutti!

Anche quest’anno la festa dei lavoratori cade in un periodo in cui quel diritto al lavoro, base primaria della nostra Costituzione, traballa sotto l’attacco di chi, continua a voler uscire dalla crisi economica, caricandola interamente sulle spalle di chi produce. Ci raccontano che hanno riformato quel diritto per permettere un ricambio a favore dei giovani, ma al momento il cosiddetto Job Act ha solo prodotto trasformazioni surrettizie dei contratti di chi il lavoro l’aveva già.  L’ultima riforma della previdenza sociale, detta Legge Fornero, ha allungato i tempi di uscita dalla attività produttiva. Molte aziende sono costrette a chiedere accordi sindacali per un’uscita in mobilità per periodi accettabili alle parti. Inoltre nel mercato del lavoro i datori di lavoro illuminati sono pochi, c’è sempre chi trova nuovi modi per sottopagare il lavoro ottenendo anche un impegno più intenso dal lavoratore a causa del ricatto contrattuale insito nel Job Act.

E’ per questo che il 1° maggio deve essere una giornata di festa, ma anche una giornata di lotta e di rivendicazione dei diritti dei lavoratori messi pesantemente in dubbio.
La crisi economica sta comportando un impoverimento continuo, questo oltre una certa soglia può mettere in serio pericolo la stessa democrazia. Il rilancio dello sviluppo e dell’occupazione è l’unico orizzonte di speranza che può ridare spinta alle nuove generazioni.

stadio Grande Torino

Stadio Olimpico

Il Comune di Torino ci informa che lo Stadio Olimpico, ristrutturato in occasione delle Olimpiadi Invernali del 2006 e palcoscenico delle gare casalinghe della squadra granata, sarà intitolato alla memoria del Grande Torino. La decisione all’unanimità e il via libera l’ha dato la Commissione Toponomastica, che ha inoltre stabilito di intitolare una via al terzino della Juventus Andrea Fortunato, morto a 24 anni di leucemia, e un’altra a Orfeo Pianelli, presidente dell’ultimo scudetto del Torino.

Personalmente penso che l’aggettivo olimpico è alla base della rinascita economica di Torino, dopo i colpi di Marchionne. Se lo togliamo allo Stadio Olimpico quell’aggettivo va attribuito in altra modalità alla toponomastica torinese; ad esempio, rinominiamo piazza d’armi in piazza Olimpiadi Invernali del 2006.

Sviluppo e rilancio del turismo e Università, sono realtà rese più organizzate e fruibili dalle Olimpiadi,  sono da conservare per il futuro con molta cura per procurare e salvaguardare posti di lavoro. Mamma Fiat ha finito di succhiare soldi allo Stato (a noi) ed è emigrata all’Estero dove paga anche le tasse delle residue attività produttive italiche. Questo con soddisfazione del nostro premierino che preferisce Marchionne ai sindacalisti.

Il profondo rosso nell’attualità economica di Torino, come della Regione, come di molte Aziende Comunali e Regionali è da attribuire oltre che alla Fiat ai dirigenti amministrativi e politici degli ultimi trent’anni che hanno sottoscritto e rinnovato prodotti finanziari derivati a loro proposti come investimento dei fondi disponibili (nostri) di cui non erano in grado di capire la portata negativa. Oltre a sottoscrivere i contratti hanno sottoscritto ampie manleve liberatorie a favore e scarico di responsabilità del proponente finanziario. Con questi chiari di luna continueremo a versare nelle casse del Comune o della Regione tasse, tariffe e prebende varie a fondo perduto, perché quei debiti contratti per investire sono impossibili da ripianare, salvo rinuncia del creditore.

Le Olimpiadi sono state per Torino il trampolino di lancio, costoso, ma determinante per l’economia locale. Certo, come ho già accennato, occorre fare molto per conservare il trend turistico positivo. Spererei anche in qualche dirigente amministrativo illuminato che rinegozi a favore nostro i debiti di cui ho parlato; dai politici non mi aspetto quasi nulla. Fassino sarà rieletto e tenterà nuovamente di vendere le Aziende municipalizzate ai privati alla faccia nostra. Airaudo e Appendino si appenderanno all’opposizione sterile e parolaia. amen

Il citatissimo David Bowie

Una delle notizie degli ultimi giorni ha riguardato Marte, il pianeta rosso molto simile per composizione e rotazione alla Terra. Dicono che siano state trovate tracce di acqua salata sulla superficie di quel pianeta così legato alle nostre fantasie e alla fantascienza. Trainato da questa promozione formidabile quanto inconsapevole e senza precedenti, in questi giorni si può godere nei cinema il Sopravvissuto – The Martian film di Ridley Scott. In questo film, una buona parte la gioca la colonna sonora.

Qual è la musica che si ascolta nello spazio? Ridley Scott ha creato una piacevole e divertente contrapposizione tra il mondo super tecnologico, ma silenzioso come quello di Mark Watney (il sopravvissuto), e una colonna sonora anni Settanta che vede tra i pezzi proposti I will survive di Glory Gaynor, Starman di David Bowie, Waterloo degli Abba e molti altri.

Il brano di David Bowie all’epoca della sua pubblicazione suscitò varie interpretazioni; alcuni intravidero nel testo un accenno alla seconda venuta di Cristo, una sorta di annuncio messianico l’uomo delle stelle rappresenterebbe un Creatore extraterrestre già visitatore della Terra in epoche passate che considera l’idea di tornare per controllare come la vita umana sta procedendo. D’altra parte Starman può essere vista anche come metafora dalla rockstar che una volta era uguale al suo pubblico e che a successo conseguito viene considerata come un figura divina che si erge sulla folla. L’atto autocelebrativo della nascita di una nuova stella divenne quindi un veicolo mediante il quale Bowie affermò il proprio status di icona.

« There’s a starman waiting in the sky,
he’d like to come and meet us
but he thinks he’d blow our minds… »
 «C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo,
vorrebbe venire e incontrarci
ma pensa che potrebbe mandarci fuori di testa… »

Un momento florido di citazioni quello che coinvolge il duca bianco: “Per tutti quelli che hanno una vetta da conquistare”, ecco la pubblicità dell’acqua Levissima che ha scelto Heroes come colonna sonora. Lo spot, dal titolo Levissima Everyday Climbers, sta andando in onda dal 4 ottobre 2015.

Scritta da David Bowie e Brian Eno, Heroes è la canzone che dà il titolo all’omonimo album del 1977.

levissima

I, I will be king – Io, io sarò re
And you, you will be queen – e tu, tu sarai la regina
Though nothing will drive them away – anche se niente li porterà via
We can beat them, just for one day – possiamo batterli, solo per un giorno
We can be Heroes, just for one day – possiamo essere eroi, solo per un giorno

And you, you can be mean – E tu, tu puoi essere mediocre
And I, I’ll drink all the time – e io, io berrò tutto il tempo
‘Cause we’re lovers, and that is a fact – perché siamo amanti, e questo è un fatto
Yes we’re lovers, and that is that – Sì siamo amanti, è proprio così

Though nothing, will keep us together – Anche se niente, ci terrà insieme
We could steal time – Potremmo rubare il tempo
just for one day – solo per un giorno
We can be Heroes, for ever and ever – possiamo essere eroi, per sempre
What d’you say? – che ne dici?

I, I wish you could swim – Io, io vorrei che tu sapessi nuotare
Like the dolphins, like dolphins can swim – Come i delfini, come i delfini nuotano
Though nothing, will keep us together – anche se niente, ci terrà insieme
We can beat them, for ever and ever – possiamo batterli, per sempre
Oh we can be Heroes, just for one day – possiamo essere eroi, solo per un giorno

I, I will be king – Io, io sarò re
And you, you will be queen – e tu, tu sarai la regina
Though nothing will drive them away – anche se niente li porterà via
We can beat them, just for one day – possiamo batterli, solo per un giorno
We can be Heroes, just for one day – possiamo essere eroi, solo per un giorno

I, I can remember (I remember) – Io, io posso ricordare
Standing, by the wall (by the wall) – in piedi accanto al Muro
And the guns shot above our heads (over our heads) – E i fucili spararono sopra le nostre teste
And we kissed – e ci baciammo
as though nothing could fall (nothing could fall)– come se niente potesse accadere
And the shame was on the other side – e la vergogna era dall’altra parte
Oh we can beat them, for ever and ever – Oh possiamo batterli, ancora e per sempre
Then we could be Heroes, just for one day – Allora potremmo essere Eroi, solo per un giorno

We can be Heroes – Possiamo essere Eroi
We can be Heroes – possiamo essere Eroi
We can be Heroes – possiamo essere Eroi
Just for one day – solo per un giorno
We can be Heroes – possiamo essere Eroi

We’re nothing, and nothing will help us – Siamo niente, e niente ci aiuterà
Maybe we’re lying – forse stiamo mentendo
then you better not stay – allora è meglio che tu non rimanga
But we could be safer – ma potremmo essere al sicuro
just for one day – solo per un giorno

just for one day – solo per un giorno.

Visto che con le citazioni arrivano i soldi, spero che David si decida a produrre un altro disco. Da fan d’antica data (1970) l’aspetto con ansia e curiosità.

Nereo Ferlat: l’Ultima curva

Nei primi giorni di giugno del 1985 il mio amico ed allora collega Nereo Ferlat, scosso dagli eventi straordinari che gli erano accaduti a cominciare dal pomeriggio del 29 maggio 1985 a Bruxelles, capitale d’Europa, mi chiese di scrivere qualche riga su quell’avvenimento tragico e terrificante che porta il nome di strage dello stadio Heysel.

l'ultima curva old

Accettai di buon grado perchè ero rimasto estremamente colpito ed addolorato da quell’avvenimento che aveva tolto la vita a 38 persone (aumentate successivamente a 39) e spento i miei sogni di tifoso. Dovevo attendere il 1996 per vedere vincere alla Juventus la sua prima Coppa dei Campioni. Oggi la chiamano Champions, ma per me resta sempre Coppa dei Campioni d’Europa. Scrissi allora le mie impressioni, un paio di pagine dattiloscritte, niente di più. Le consegnai a Nereo, ma inspiegabilmente non volli firmare la manleva che serviva all’editore per la cessione dei diritti d’autore. Sinceramente non so ancora spiegarmi il perchè. Conservai quei fogli e li usai come segnalibro quando Nereo mi consegnò una copia de “L’ultima curva”. Credo che siano ancora li, ma non trovo più il libro che sicuramente giace nei cartoni di un trasloco di vent’anni fa. Prometto che se lo ritrovo lo pubblicherò su queste pagine.

Nereo Ferlat

Non ci ho messo tanto a procurarmi una copia della riedizione del libro, appena ho saputo tramite i miei contatti Facebook che Nereo l’aveva data alle stampe rinnovata ed accresciuta di testi e molte immagini significative.

l'ultima curva

Un’altra occasione di memoria. In effetti a trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza di migliaia di tifosi juventini che hanno passato e passano il testimone del ricordo alle generazioni successive, fa sì che i 39 Angeli dell’Heysel siano sempre al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti, come me, che ne tramandano la memoria senza stancarsene i Martiri dell’Heysel sono destinati a rimanere con noi finchè ci saremo.

Naturalmente la nuova edizione del libro di Nereo Ferlat29-5-1985 “Z” – L’ultima curva” farà la sua parte per conservare questa memoria. Il libro ha una prefazione scritta da Beppe Franzo, il quale ha voluto riprendere e sottolineare la frase “Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, sempre” riportata anche dai tifosi dello Stadium sullo striscione che hanno dedicato ai 39 morti all’Heysel durante l’ultima partita di campionato giocata in casa dalla Juventus contro il Napoli e vinta per 3 a 1.

Fra l’altro, nella nuova edizione, si può leggere la poesia “39 angeli all’Heysel” di Domenico Laudadio, il gestore del sito della memoria. Inoltre è presente una scelta di riproduzioni fotografiche di giornali dell’epoca e le fotografie di quella triste giornata scattate da Paolo Gugliotta, fotografo della polizia scientifica di Roma. Molte buone ragioni per leggerlo e conservarlo.

circolo rosso Aurora

Aurora

L’avventura del Circolo Aurora (tanto per non avere dubbi, il nome deriva dall’incrociatore russo che sparò il primo colpo della rivoluzione sovietica) è adesso un libro, che verrà presentato oggi alle 18 alla Festa Democratica in piazza d’Armi. S’intitola «Circolo Aurora» (Imprimix Edizioni Visual Grafika) ed è stato scritto dalla giornalista Rosanna Caraci, già volto noto dell’emittenza torinese, che ora si occupa di comunicazione politica. «Non è un saggio né tanto meno un volume con velleità storiche – spiega l’autrice – ma solo una raccolta di testimonianze e di storie umane di chi ha vissuto in prima persona almeno parte di questi sessant’anni ». Parte o addirittura tutti, come Luciano Manzi, (clicca e leggi tutto)

un parco al campo volo

campo volo
Campo volo sarà il polmone verde
Collegno lo acquisirà insieme a Regione, Provincia e paesi vicini

Là dove c’era l’erba ci sarà un parco. Quando si parla del Campo volo si tocca un argomento lungo 30 anni, spinoso e costellato di polemiche. Lustri di discorsi, progetti e battaglie. La destinazione dell’area pare avere un futuro più certo, con il progetto dell’amministrazione collegnese, «Che vuole acquisirla nella massima trasparenza e farne un patrimonio verde della città», come ribadisce il sindaco Silvana Accossato. Un parco insomma, un polmone verde senza case e negozi.

Leggi l’articolo completo cliccando qui!

Uso sostenibile del territorio.

difficoltà politiche di natura tecnica

roberta-lombardi

Il premier incaricato Bersani ha incontrato i rappresentanti del M5S. Erano presenti il capogruppo alla Camera Roberta Lombardi e quello al Senato Vito Crimi, con loro una piccola delegazione di esponenti del Movimento. Beppe Grillo, probabilmente, avrà visto l’incontro on line, in diretta streaming come ha richiesto.

Roberta Lombardi è stata, ieri, protagonista del commento all’allentamento del vincolo di bilancio, essenziale per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. Secondo la capogruppo di M5S si tratterebbe di una “porcata di fine legislatura”, la Cittadina Lombardi lo ha dichiarato in un post pubblicato sul sito di Beppe Grillo.
Secondo Lombardi: “Visto che le commissioni non partono per problemi di poltrone, si deve istituire una Commissione speciale. L’atto più importante è appunto la relazione al Parlamento del Governo sull’allentamento del vincolo di bilancio e la revisione (in negativo) dei saldi di finanza pubblica, per un futuro decreto legge che stanzi i soldi creati con nuovo debito pubblico, per i pagamenti dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione. Si tratta di 40 miliardi, 20 miliardi per il 2013 e 20 per il 2014. Bisogna allentare il Patto di stabilità per un decreto legge visto che la materia è urgente. Fermo restando che siamo assolutamente a favore del pagamento dei crediti alle piccole e medie imprese, non ci hanno convinto due punti della relazione di Grilli. Il primo: ‘una parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al sistema creditizio, se da un lato questo aspetto diminuisce l’impatto sul sistema economico, dall’altro contribuisce a ridurre le tensioni all’interno del sistema creditizio, si attende una riduzione dei tassi d interesse alla clientela e un’attenuazione delle tensioni sull’offerta di credito’. Ossia: i cittadini prendono un impegno per 40 miliardi di debito pubblico, di cui una parte (nessuno sa quanta) andrà direttamente alle banche e da questa generosa, ennesima, regalia ci si aspetta che subito erogheranno prestiti e finanziamenti alle PMI italiane. L’esperienza di questi anni ci ha reso cauti sugli effetti nell’economia reale dei finanziamenti alle banche”.

Veramente singolare questa posizione della capogruppo che si dimostra a digiuno delle normali logiche economiche. Una semplice domanda andrebbe fatta alla Cittadina Lombardi: quando un’azienda non riesce a farsi pagare i crediti, con quali soldi va avanti se non con quelli rivenienti da finanziamenti propri e bancari? Mi pare ovvio che una parte dei pagamenti che arriveranno dalla Pubblica Amministrazione contribuiranno a diminuire l’esposizione debitoria delle Imprese nei confronti delle banche finanziatrici. Questo è un motivo ostativo al provvedimento che il Governo ha annunciato?

Solo per chiarezza ricordiamo che il Patto di Stabilità Interno nasce dall’esigenza di convergenza delle economie degli Stati membri della UE verso specifici parametri, comuni a tutti, e condivisi a livello europeo in seno al Patto di stabilità e crescita e specificamente nel trattato di Maastricht (Indebitamento netto della Pubblica Amministrazione/P.I.L. inferiore al 3% e rapporto Debito delle Amministrazioni Pubbliche AA.PP. e il P.I.L. convergente verso il 60%). Credo che il Governo abbia tenuto conto di tutto ciò prima di proporre un allentamento del vincolo.

Mi pare ovvio che Bersani e compagni debbano tener conto del fatto che il problema non è solo conquistare il voto dei grillini per formare il Governo, ma anche quello di dover “educare” molti di loro alle logiche politiche che sottintendono un’esperienza di vita e delle conoscenze economiche e politiche di base, tali che permettano di avere un dialogo.