occhiali rotti

Ho lasciato la mancia al boia per essere sicuro

che mi staccasse la testa in una volta sola e ti assicuro

non lo pagai sperando di fermarlo

come mai si ritirò è un mistero e il motivo non so spiegarlo

ma so andarmene lontano

se nessuno mi trattiene

e tornarmene a Milano nonostante le catene

Ho lasciato la mancia al boia, sai quanto mi servisse

un orologio Bulova

se il tempo lo scandiva la mia tosse

tanto che poi in cambio ottenni acqua

e un sorriso che pensai

fosse un rischio persino per lui

per capirmi è necessaria la curiosità di Ulisse

di viaggiare in solitaria

vedendo il mondo per esistere.

E chissà che poi non capita che ad uccidermi

sia per caso la pallottola amica di un marine

ma se chi dovrebbe darti aiuto respinge il tuo saluto cosa fai?

bestemmi o preghi il dio del vetro andando marciandietro via dai guai

e vai all’inferno

che la differenza in fondo non ci sta

Ho lasciato la mancia al boia per essere sicuro

che mi staccasse la testa in una volta sola e ti assicuro

non lo pagai sperando di fermarlo

come mai si ritirò è un mistero e il motivo non so spiegarlo

ma nel giro di un minuto dietro a un paio di lenzuola

è sbucato il sostituto

con in mano una pistola

Finalmente un po’ di musica

ma che nostalgia di quando avevo preso la chitarra elettrica e l’ho data via

chissà se gli errori del passato sono ancora adesso in garanzia

e se mi verrà mai perdonato il fatto che io spesso andassi via

un bacio a tutti, quanti sogni belli e quanti brutti

i miei occhiali si son rotti

ma qualcuno un giorno li riparerà.

Finalmente un po’ di musica

ma che nostalgia di quando avevo preso la chitarra elettrica e l’ho data via

chissà se gli errori del passato sono ancora adesso in garanzia

e se mi verrà mai perdonato il fatto che non fossi a casa mia

un bacio a tutti, fate sogni belli e pochi brutti

i miei occhiali si son rotti

ma qualcuno un giorno se li metterà

e a occhi semichiusi

attraverserà posti distrutti

e silenziosi

(Samuele Bersani)

« Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski. »

Enzo Baldoni

Enzo Baldoni,

pubblicitario e collaboratore del settimanale Diario, morì dodici anni fa, rapito e ucciso dall’Esercito islamico in Iraq. 

 

 

60

Buon compleanno

(Grazie a Google per il gentile pensiero)

Sessant’anni o, se preferite, i “mitici” Sessant’anni sono arrivati.

Gli eventi socio-politici e culturali di questi anni hanno inevitabilmente influenzato e modificato profondamente valori, aspirazioni e stile della mia vita. Ora sono un ragazzo di sessant’anni, diversamente giovane. Dentro questa mia categoria c’è di tutto: i tenaci, gli espulsi, i liberati (dal lavoro) gli edonisti, i nostalgici. Chi vuole la vita “di prima” e chi ne vuole un’altra.

Non c’è più una linea di confine certa tra maturità e la vecchiaia. Le età che un tempo erano dedicate al “meritato riposo”, alla panchina del parco, al tirare i remi in barca, stanno diventando sempre più età in cui si rimane attivi. E i modi cui si è attivi sono molteplici: ad esempio, io continuando a lavorare, prendendomi cura dei familiari che ne hanno bisogno, altri dedicandosi ad iniziative di volontariato, coltivando passioni, facendo sport e attività fisica, viaggiando, imparando cose nuove eccetera.

La vita media si è allungata: siamo a 80-85 anni, e arriveremo, chissà? A 90 anni! Come usare questo tempo in più? Non voglio rispondere a questa domanda, certamente il percorso di vita individuale è più importante dell’età pensionabile e non bisogna aver paura delle sfide e delle svolte, anche brusche. Buona vita a tutti!

La memoria va allenata!

hysel Caremani

Venerdì scorso 29 maggio, presso la Sala Viglione di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio Regionale del Piemonte, si è tenuta la commemorazione della strage dello Stadio Heysel di Bruxelles avvenuta il 29 maggio 1985. La cerimonia è stata organizzata da Alessandro Benvenuto, Consigliere Regionale, Presidente della Consulta Regionale dei Giovani e Andrea Lorentini, Presidente dell’Associazione fra i Familiari delle Vittime dell’Heysel. I parenti delle vittime hanno ricostituito l’associazione a suo tempo fondata da Otello Lorentini e che era appunto rappresentata dal nipote Andrea Lorentini, figlio di Roberto una delle vittime della strage. Erano presenti: Nereo Ferlat che nel 1985 scrisse il primo libro sull’accaduto “L’ultima curva”, Darwin Pastorin giornalista, Massimo Pavan vicedirettore di Tuttojuve.com e  Francesco Caremani giornalista, scrittore, noto tifoso juventino, conosciuto al pubblico soprattutto per il suo impegno sulla ricerca della verità sulla triste vicenda dell’Heysel.

Mancava totalmente la rappresentanza della Società Juventus nonostante che “In questi ultimi anni – come ha spiegato Andrea Lorentini il responsabile all’associazione – con la presidenza di Andrea Agnelli, la Juventus si è posta in maniera diversa verso la tragedia di Bruxelles dopo che per oltre vent’anni ha completamente dimenticato e ignorato quella notte e le famiglie delle vittime. Di questo rendo merito al dottor Agnelli che si è  fatto carico di una nuova sensibilità e attenzione verso quella tragedia”.

Molto significativa invece la presenza di Domenico Beccaria, Custode della Memoria storica granata presso il Museo del Grande Torino , il quale ha giustamente sottolineato il fatto che la rivalità sportiva non deve mai, mai sfociare nella violenza.

Nereo Ferlat nel suo intervento ha detto: «Mi ricordo ancora all’improvviso. Rivedo i morti. La faccia del signor Gianfranco Sarto da San Donà di Piave. L’ avevo conosciuto sul pullman. Sento ancora fisicamente quella sensazione orribile delle membra schiacciate, immobilizzate, senza respiro. Non riuscivo più a respirare, ho capito che sarei morto. Con i pensieri ho salutato mia moglie e mia figlia, allora aveva sette anni. Poi ho pregato padre Pio. Non lo so di preciso cosa sia successo, ci ripenso ancora. Sono stato al posto giusto nel momento giusto. Sono stato estremamente fortunato. Un’ onda umana, una spinta improvvisa, mi ha sollevato invece che abbattermi definitivamente. Sono riuscito ad aggrapparmi a una schiena con tutta la forza che mi restava. Poi è crollato il muretto che dava verso il campo e ho ripreso a respirare. Mi ha colpito negativamente che un po’ tutti, la Juventus per prima, abbiano scelto il silenzio. C’ è stata una grande opera di rimozione. Ma le tragedie non vanno dimenticate, anche per questo ho scritto un libro che s’intitola “L’ultima curva”. Per chi non si è più rialzato. Perché trentanove vittime chiedono memoria». La memoria va allenata!

l'ultima curva

La cerimonia è stata toccante e commovente, ha avuto culmine nella lettura del Monologo teatrale: Heysel “Io sono la Memoria” – Lettera da Bruxelles. Ideato e scritto da Domenico Laudadio, membro dell’associazione. Basato sul racconto di quella serata. Il dramma, la morte e le cause di quella tragedia. Un percorso della memoria, attraverso l’inferno dell’Heysel e di quel maledetto 29 maggio 1985. Interpretato da Francesca Cassottana, giovane attrice, milanese di nascita e laureata alla scuola arte drammatica di Milano e Piemontese d’adozione. Per ricordare i fatti, mi pare giusto riportare di seguito l’incipit di un’intervista a Francesco Caremani.

striscione Heysel

1. Ciao Francesco cercherò di farti delle domande diverse dalle consuete, intanto ti ho presentato bene?

«“Noto tifoso juventino”? Non direi, per vari motivi (e non per colpa mia). Il primo e più semplice è che da ragazzo tifavo Juventus, nel senso più appassionato del termine, ma oggi non mi riconosco affatto nella parola “tifoso” dietro la quale si nascondono in troppi dopo aver detto e fatto le peggio cose. Il secondo, banale, è che sono un giornalista, ho fatto tanta fatica per diventarlo e secondo me un giornalista tifoso non è un buon giornalista; un giornalista deve essere credibile piuttosto che tifoso e le due cose spesso (nel calcio italiano) sono l’una contraria dell’altra. Il terzo risale a qualche tempo fa, dopo una bellissima presentazione del libro sull’Heysel a Mantova con Bruno Pizzul su Facebook arriva un commento che augura la morte all’ex telecronista Rai accusato di essere antijuventino, cosa per me inaccettabile, così controbatto in maniera forte e decisa, la risposta? Guai a me se mi consideravo juventino (e non era la prima volta). Oggi c’è tanta voglia di rilasciare patenti, di mettere le persone in un contenitore (forse perché chi ha un pensiero indipendente, non catalogabile, crea diffidenza, paura, panico, crisi d’ansia, come una figurina fuori posto, ma per fortuna siamo uomini), con me o contro di me. Ho 43 anni e ‘vengo’ da un altro calcio, un calcio in cui gli avversari si ammiravano, dove s’imparavano ad amare quando vestivano tutti insieme la maglia della Nazionale, l’odio verso la quale per me è pura blasfemia, quindi puoi ben capire quanto le ragioni (se di ragione si tratta) del tifo siano lontane dal mio modo di pensare, intendere e raccontare il calcio, lo sport più in generale. Se penso a me come tifoso penso a me come tifoso della Nazionale. Però, c’è un però, c’è stato un momento in cui molti giornalisti che fino al momento prima avevano beatificato la Juventus le si sono rivoltati contro per mera sopravvivenza (gli stessi che adesso le si stanno riavvicinando), per contingenza e puro calcolo personale. Ecco, quando non conveniva non ho nascosto la mia passione giovanile e la squadra per cui facevo il tifo (che poi ti resta attaccata addosso per sempre), sono fatto così, sono un giornalista nel bene e nel male, quello che conviene lo lascio agli altri, tifosi compresi, come dimostra il libro sull’Heysel: se una cosa è accaduta, quindi vera, lo è a prescindere dai colori sociali. A pensarci bene sono anch’io un ultrà: del giornalismo e delle cose in cui credo, come il fair play, per esempio. Poi siamo in democrazia e ognuno può affibbiarmi le patenti che vuole, questo non cambierà quello che sono, tanto meno le mie idee. Ovviamente grazie per il “noto”, troppo buono».

2. Sinceramente, ti spiace essere conosciuto più che altro per i tuoi scritti sull’Heysel, dato che è una vicenda triste e in fondo hai scritto tanti altri libri, o è un qualcosa che non ti pesa affatto?

«Il mio nome è legato indissolubilmente all’Heysel (grazie a Otello Lorentini, già presidente dell’Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles, voce narrante del libro) e in un Paese dove si cerca di dimenticare, soprattutto le tragedie con precise responsabilità, capisci quanto abbia pesato e pesi dal punto di vista professionale. A me non interessano le mode (complimenti a chi sa cavalcarle; oggi, per esempio, va a ruba il giornalista schierato) a me interessa fare le cose giuste e l’Heysel lo è stata. Questa domanda mi ha fatto molto piacere perché quando uno fa il giornalista sportivo si occupa di tanti argomenti diversi, è un cammino con tante tappe, alcune più corte altre più lunghe, alcune sono delle semplici gare in linea, altre parte di un tour, alcuni di questi hanno una conclusione, altri no, ci accompagnano nel nostro cammino professionale. Se c’è una cosa che amo del mio lavoro sono le persone, quelle che racconti, quelle che incontri per caso, ognuna ti resta attaccata addosso in maniera diversa, come nella vita di tutti i giorni. Otello Lorentini è una di queste, una di quelle persone che porterò sempre con me, perché mi ha insegnato tante cose, come la dignità, la voglia di giustizia e verità, l’amore incondizionato per i figli (lui al suo, morto all’Heysel, ha dedicato tutta una vita), l’umiltà e l’orgoglio di chi ha tutto da perdere e scende ugualmente sul campo di battaglia con le poche certezze che possiede: se lo dovrebbero ricordare soprattutto quelli (troppi) che parlano (troppo spesso) a vanvera di ciò che è accaduto il 29 maggio 1985 e dopo. Io ho scritto altri libri, alcuni più belli dal punto di vista squisitamente narrativo, ma per tutti i motivi che ho elencato quello sull’Heysel resta il più importante».

Lascaris_facciata

Prosegui la lettura dell’intervista cliccando qui!

l’ultima curva

l'ultima curva

Sono un sopravvissuto della curva Z. Io la “signora in nero” l’ho toccata con mano e mentre avevo ormai salutato mentalmente i miei cari e la vita, trovandomi schiacciato tra migliaia di persone che cercavano di sfuggire alla morte, un’ennesima spinta mi ha proiettato verso l’alto, non so neanch’io come (le immagini televisive lo testimoniano), passando sopra inermi tifosi caduti, calpestati e urlanti dolore o già morti, mi sono ritrovato in campo sano e salvo! Questo, perciò, è un debito di coscienza io mi auguro, con questo memoriale-verità, di poter nel mio piccolo, contribuire affinché queste vittime, con il loro sacrificio, non siano morte invano, ma siano state le ultime di questa pseudo-società che rifiuta di vedere e di capire anche davanti all’evidenza.

Nereo Ferlat

A trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza da parte di migliaia di tifosi juventini che hanno passato il testimone del ricordo alle generazioni successive, fa sì che i 39 Angeli dell’Heysel siano sempre al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti, come me, che ne tramandano la memoria senza stancarsene i Martiri dell’Heysel sono destinati a rimanere con noi finchè ci saremo. Lo striscione e il bandierone tirati fuori dalla curva juventina al minuto 39 del primo tempo di Juventus – Napoli recitavano così: “Nessuno nuore veramente se vive nel cuore di chi resta per sempre: +39, rispetto”. Lo Juventus Stadium ha ricordato le 39 vittime della strage dell’Heysel, di cui il 29 maggio ricorrerà il trentennale. Attorno all’enorme striscione, i tifosi hanno esposto cartelli con i nomi delle vittime, travolte dalla furia degli hooligan inglesi sugli spalti dello stadio di Bruxelles, sede della finale di Coppa Campioni 1984/85 tra Juventus e Liverpool. Tutto il pubblico ha applaudito a lungo in piedi. Un momento emozionante, forse più della successiva cerimonia durante la quale la Juventus ha ritirato e festeggiato la Coppa del suo 33° Scudetto, dopo aver vinto la partita contro il Napoli per 3 a 1.

striscione Heyselnucleo 1985

non placido passaggio del 24 maggio

24 maggio

Sondaggio de La Stampa in relazione all’esposizione del Tricolore sugli edifici in occasione dei 100 anni della Grande Guerra, a seguito della decisione della Provincia autonoma di Bolzano. Risultati all’ora in cui scrivo questo post:

– 49% # La bandiera va esposta: 1409 voti;

– 10% # Esporre la bandiera è fuori luogo: 298 voti;

– 41% # Meglio bandiere a mezz’asta: 1189 voti.

In occasione del centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia la presidenza del Consiglio dei ministri, per il tramite del commissariato del governo, come nel resto del Paese ha diramato una nota nella quale si invitano gli enti pubblici, e quindi anche i Comuni, a esporre sia la bandiera italiana che quella europea. In Alto Adige l’ordine di esporre il tricolore ha destato indignazione. In primo luogo da parte degli Schützen, che hanno diramato una dura nota, nella quale si spiega che mentre il resto d’Europa commemora i morti della grande guerra, l’Italia festeggia così non solo la conquista del Tirolo ma pure la morte di mezzo milione di soldati italiani.

Dopo la provincia autonoma di Bolzano una nuova contestazione alla disposizione di esporre la bandiera italiana il 24 maggio è arrivata dalla provincia di Trento. “Le bandiere dell’Italia e dell’Europa il 24 maggio le esporremo, ma a mezz’asta – ha dichiarato il presidente Ugo Rossi – perché l’inizio di quella guerra, come di tutte le guerre, è già di per sé una sconfitta per l’umanità e per chi crede nell’ideale della convivenza pacifica”.
Sinceramente non riesco a dare torto a chi ha preso la decisione di non festeggiare l’inizio di una guerra, anzi mi pare giusto e doveroso. Vediamo ora le posizioni dei politici. Secondo la Svp la decisione di Roma è “incomprensibile e sbagliata”. Secondo il segretario del partito dei sudtirolesi, Philipp Achammer, “sarebbe più opportuno ricordare le migliaia e migliaia di vittime di questa guerra con la fascia da lutto”. Critiche sono state espresse anche dai partiti di opposizione di lingua tedesca Sudtiroler Freiheit e BurgerUnion: “l’Italia si conferma un paese fascista e nazionalista” e dagli Schutzen: “l’Italia festeggia la morte di mezzo milione di soldati italiani”. Mentre per l’onorevole Michaela Biancofiore (Fi) si tratta di un boomerang per il premier Renzi, “nazionalista secondo convenienza”. L’esponente di Forza Italia ha parlato di “porta in faccia presa” dal premier “proprio dal suo amico Kompatscher, presidente della Provincia di Bolzano col quale solo qualche giorno fa sorrideva sornione da un palco in Alto Adige”. Perplessità arrivano anche da Sel Alto Adige: “Il 24 maggio, data dell’entrata in guerra dell’Italia, non può e non deve essere una festa, ma un giorno di riflessione nel segno della pace e del ricordo delle sofferenze e delle vittime di quella che, giustamente, il Papa Benedetto XV definì inutile strage. Non solo nella nostra terra con la sua storia e le sua sensibilità, ma dappertutto le bandiere dovrebbero essere a mezz’asta, tricolore incluso”.

Don Ciotti a Firenze contro Mafia e Terrorismo

libera
“Francesco è un nome che rappresenta uno stile di sobrietà, essenzialità, di una Chiesa che deve essere capace di essere al servizio dei poveri, che deve essere chiesa dei poveri e chiesa povera essa stessa”.

Questa l’accoglienza che il fondatore di Libera don Luigi Ciotti ha riservato al Papa Francesco in attesa della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie” che oggi, sabato 16 marzo si è tenuta a Firenze, significativamente nel 35° anniversario della strage che diede inizio al rapimento di Aldo Moro.

Mafia e terrorismo sono i due cancri che hanno avvelenato e avvelenano la nostra società, proprio per questo dobbiamo guardare con fiducia e speranza a quell’esercito pacifico di migliaia di persone che dalla Fortezza da Basso allo stadio Franchi si sono incontrate per la diciottesima giornata della memoria e dell’impegno che quest’anno si è tenuta a Firenze nel ventesimo anniversario della strage dei Georgofili.

La cadenza terribile delle stragi segna il nostro ricordo e la nostra storia per questo non é stato “un corteo come gli altri – come ha detto Don Ciotti – perché a partecipare sono i familiari delle vittime della mafia, una mafia che è una peste che si espande come un cancro per tutto il Paese. Per combatterla non basta commuoversi, bisogna muoversi” e bisogna farlo “per 365 giorni l’anno”.

Dal palco Don Ciotti ha invitato le oltre centomila persone che hanno partecipato a non dimenticare, ricevendo l’ovazione della folla quando ha affermato che chi dice “che i magistrati sono peggio della mafia dovrebbe vergognarsi”. Egli non ha dimenticato di citare le vittime di tutti i grandi misteri dello Stato, dai morti per l’Eternit a quelli della strage di Viareggio, dalla Thyssen a Ustica.

“La mafiosità può annidarsi dentro ognuno di noi, e dentro le coscienze addormentate o addomesticate. E’ una peste – ha detto Don Ciotti – chiamatela con questo nome”. Un applauso lungo e caldo come un abbraccio ha salutato Don Ciotti e poi sono arrivate le note de “La storia siamo noi” e “Io non ho paura” cantate da Fiorella Mannoia.

Papa Francesco guarderà con orgoglio questo sacerdote “di strada” che si spende da quarant’anni in difesa degli ultimi e sarà contento che, Laura Boldrini nuova Presidente della Camera dei Deputati, abbia centrato il suo discorso d’insediamento proprio su quegli ultimi.

apologia dell’ignoranza

Cincinnato

Nella zona nord di Torino è stata distrutta la lapide dedicata ai martiri delle foibe. L’attentato è avvenuto a due giorni dal Giorno del ricordo, che commemora proprio le vittime dei massacri delle foibe.

La targa era stata eretta nel cuore del quartiere di Lucento in ossequio alla storia e alla cultura della più numerosa comunità istriana di Torino che negli anni ’50 si raccolse nel Villaggio Santa Caterina.

Non è la prima volta che viene distrutta. Era già successo nel 2011, anche in quel caso a ridosso del Giorno del ricordo. Danneggiata a martellate, era stata anche imbrattata con la scritta «Carogne, tornate nelle fogne», accompagnata dalla lettera “A” cerchiata, simbolo degli anarchici.

Riparata e rimessa al suo posto, oggi è stata nuovamente distrutta. «Ancora una volta l’odio e l’ignoranza colpiscono al cuore l’orgoglio dei tanti torinesi esuli dall’Istria e dalla Dalmazia, fuggiti decenni addietro dall’orrore delle foibe», è la denuncia di Augusta Montaruli e Maurizio Marrone, consigliere regionale e comunale di Fratelli d’Italia, che hanno organizzato un picchetto di solidarietà nel luogo in cui si trovava la targa.

Ecco che un avvenimento sancito dalla nostra legge come il giorno del ricordo diventa occasione di speculazione politica e rivendicazioni ignoranti la Storia da parte fazioni politiche contrapposte il cui interesse si dimostra lontano da quello che è l’occasione di ricordo. Almeno diecimila persone, negli anni drammatici a cavallo del 1945, sono state torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. In gran parte, vennero gettate, molte ancora vive, dentro le voragini naturali disseminate sull’altipiano del Carso, le “foibe”. Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta, sufficientemente chiarito gli avvenimenti la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta ed oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.

foibe

Beppe Fenoglio morì 50 fa

Cinquant’anni fa Alba («… la presero in duemila e la persero in duecento…») rischiò nuovamente di soccombere. La sua sentinella, Beppe Fenoglio, combatteva nell’ospedale Molinette l’estrema battaglia. Si congederà il 18 febbraio, ma lasciando un’eredità letteraria e civile che nel tempo assurgerà a bussola, a trincea, a fortezza, a imperativo categorico, da Johnny svelato a un comandante inglese: fare «una cosa alquanto piccola ma del tutto seria, un’altra Italia».

Dominante, negli ultimi giorni dello scrittore e partigiano («Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello»), un pensiero, la figlia, la piccola Ita, due anni appena compiuti. Ita, Margherita, è via via cresciuta, ha frequentato il liceo Govone, si è laureata in Giurisprudenza, è divenuta avvocato, lo studio nel cuore della capitale langarola, non lontano dalla natale casa paterna, in piazza Rossetti. Gli occhi sono verdi, i capelli spruzzati di bianco, nel viso brilla una fierezza «imprudente e innamorata di sé», come gli antenati scolpiti da Fenoglio.

In edicola l’articolo integrale di Bruno Quaranta. Clicca qui per scaricare la versione digitale.

Beppe Fenoglio era nato ad Alba il 1° marzo 1922″Scrivo per un’infinità di motivi.
Non certo per divertimento.
Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce
spensierata da una decina
di penosi rifacimenti.”

Portale ufficiale dello scrittore Beppe Fenoglio.