La casa comune europea e la filantropia a sostegno dei valori della democrazia

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Per la Biennale Democrazia di Torino, che quest’anno ha come tema “Visibile Invisibile” e si svolge dal 27 al 31 marzo, ho assistito al “Dialogo” dal titolo “La casa comune europea e la filantropia a sostegno dei valori della democrazia”.

Ha condotto l’incontro la giornalista Paola Severino Melograni moderando il dialogo fra Massimo Lapucci presidente di EFC – European Foundation Centre e Elena Casolari direttore generale di OPES Impact Fund, intervenuta al posto del sottosegretario Vincenzo Spadafora annunciato dal Catalogo della manifestazione.

A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino l’Europa è attraversata da spinte centrifughe che, ovviamente, rendono difficili anche le iniziative filantropiche di grande respiro economico e temporale.

Così la Finanza d’impatto, che coordina il capitale umano con il cosiddetto “capitale paziente” cioè quello impiegato a lungo termine con pazienza e comprensione verso i risultati attesi dall’investimento, intravede ulteriori difficoltà che potranno aggiungersi a quelle già proprie.

L’Agenzia Europea dei Diritti Fondamentali: sembra un fantasma che non interviene quando i diritti sono calpestati. Diventa quindi difficile investire nella filantropia capitale privato per scopi di pubblica utilità. 

Tenuto conto che l’un percento della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 99 percento, le fondazioni private hanno un’azione distributiva del reddito con motivazioni filantropiche che possono produrre valore, reddito. La filantropia ha reso la finanza d’impatto interessante a chi vuole produrre reddito con pazienza. Il microcredito è una dei primi esempi di capitali d’investimento e non “a dono”. 

La Carta europea dei diritti fondamentali è praticamente la Costruzione Europea che risulta ignorata. Esiste infatti una indifferenza delle istituzioni. Gli Stati Nazionali non vogliono cedere sovranità all’Europa per motivi di populismo.

L’attività di antiterrorismo Usa con stringenti norme antiriciclaggio ha motivazioni anche di prevaricazione nei confronti di altri Paesi concorrenti. Ciò crea ulteriori freni alla filantropia transfrontaliera che deve già essere sviluppata contro le tendenze nazionaliste che contrastano il mercato comune della stessa filantropia. 

C’è insomma una confusione e una pelosa comunicazione che rende difficile la filantropia. Inoltre ci sono poche regole per la creazione delle Onlus no profit, ciò favorisce i malintenzionati che provocano discredito sul sistema. 

Un tentativo di normalizzazione delle risorse private per il bene comune è il “Manifesto della Filantropia – Per un’Europa migliore”. Per renderci conto del tema, ricordiamo che in Europa la filantropia istituzionale conta più di 148 mila fra enti donatori e fondazioni, con stanziamenti annuali superiori ai 50 miliardi di euro e un patrimonio complessivo superiore ai 400 miliardi di euro.

AppendiNo

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Una situazione poco Chiara. E non è una battuta. Il Sindaco è spesso assente quando ci sono eventi politici di prima grandezza. Infatti Chiara Appendino probabilmente avrebbe fatto a meno del voto di ieri in Consiglio Comunale che non le frutta la benedizione dei No Tav e, per di più, arricchisce il campo dei suoi avversari. Intanto se n’era partita in mattinata per Dubai dove ha partecipato al forum globale dell’industria e della finanza islamica (?).

Il documento contro la Tav approvato ieri dal Consiglio comunale di Torino, prevede di sospendere i lavori della Torino-Lione in attesa dell’analisi sui costi e benefici promessa dal governo e poi valutare se non sia meglio potenziare la linea storica piuttosto che costruirne una nuova.  “Presto io e Danilo Toninelli incontreremo Appendino per continuare a dare attuazione al contratto di governo” ha detto Di Maio.

Il leader dei No Tav Alberto Perino è stato tagliente con l’atteggiamento del Sindaco: “Forse non vuole metterci la faccia». Sarcastico il suo predecessore, Piero Fassino, che con tutto il centrosinistra è stato espulso dall’aula per proteste: “Non c’è perché ha una gran coda di paglia. Tra l’altro sono curioso di sapere quali investimenti proporrà a Dubai, visto che dice di no a tutto”.

Intanto per la prima volta nella storia del Consiglio comunale di Torino tutte le associazioni produttive – undici – sono accorse contro chi amministra la città: sindacati e “padroni”, commercianti e architetti, artigiani e metalmeccanici, persino avvocati, notai e commercialisti. Tutti contro Appendino e stavolta definitivamente se pure il leader degli industriali Dario Gallina, spesso accusato di essere troppo morbido, perde le staffe: “questi ci ricevono tenendo i libri dei No Tav sul tavolo e parlano di droni. Ma chi se ne frega! Questo territorio senza infrastrutture muore”.

Gallina tenta ora la carta della trattativa con la Lega. Dopo aver interrotto i rapporti con il ministro Toninelli  che, tra l’altro, aveva stoppato una visita al cantiere di Chiomonte con il sottosegretario Rizzi organizzata proprio dagli industriali piemontesi; l’associazione punta ora sul Carroccio per riuscire a evitare quello che in molti anche ieri davano per probabile se non possibile: uno stop alla Tav con l’assenso di Salvini. Ma l’ala piemontese della Lega – con il capogruppo della Camera Riccardo Molinari e il capogruppo in Comune Fabrizio Ricca – spinge perché l’opera si faccia: “E’ utile, Punto e basta” ha ribadito ancora ieri Ricca.

La tempesta perfetta!

Verso il nuovo campionato di basket

Un’ala, dalla grande fisicità (201 centimetri per 104 kg), alla sua prima esperienza europea, nato a Milwaukee (USA) il 21 novembre 1991. Queste le note essenziali di Jamil Wilson, secondo americano che arriva nelle fila dell’Auxilium Cus Torino per la stagione 2016/2017.
Carriera giovanile presso la University of Oregon (Oregon Ducks) nel 2009/2010, poi dal 2011 al 2014 presso la Marquette University (Marquette G. Eagles). La sua prima formazione di club americana è stata quella dei Bakersfield Jam, in D-League (2014-2015). Lo scorso anno altra esperienza in D-League, per Jamil, con i colori dei Texas Legend. Quindi ha messo in mostra le sue performance nel Campionato portoricano, nelle fila dei Cangrejeros de Santurce, società con sede a San Juan e fondata nel 1956. Nell’ultima stagione in D-League percentuali di 15,3 punti a partita, 39,1% da tre e 53,1% da due, 5 rimbalzi a partita con circa 32 minuti giocati a match.Jamil Wilson

E’ l’ultimo arrivato in termini temporali nel roster dell’Auxilium Cus Torino 2016/2017, ha saputo immediatamente integrarsi con il resto della compagnia, come hanno testimoniato i primi suoi allenamenti torinesi al PalaRuffini, al quale ieri ha assistito un gruppetto di appassionati tifosi. Corre, suda, smista palloni, si impone per esuberanza fisica, Jamil. Alcune domande e chiare risposte, una delle quali colpisce per sincerità e voglia di far bene, senza presunzione alcuna:“Odio perdere, fin da quando ho iniziato da far sport e basket. Questa la motivazione per cui ho cambiato in corsa il College finendo nelle fila della Marquette University”.

Un biglietto da visita assolutamente interessante per chi ha voluto fortemente Torino e l’esperienza europea: “Avrei ancora avuto la possibilità di frequentare le sfere NBA in D-League – prosegue Jamilma le alternative erano decisamente interessanti, con Francia e Italia in testa. Ho voluto l’Italia anche perchè mia sorella che faceva danza c’era già stata con il College e me ne aveva parlato molto bene. La proposta di Torino mi è piaciuta, così il Progetto di crescita della Società. Ma si è trattato di un sì legato anche al fatto di volermi arricchire dal punto di vista personale, conoscendo un altro modo di vivere, una cultura profondamente diversa dalla mia”.

Un giocatore pensante, Jamil, in campo e fuori: “Sono ancora un po’ sofferente per il cambio di fuso – sottolinea – ma questo non mi ha impedito di andare alla ricerca di qualche scorcio della mia nuova città. Mi ha subito affascinato, per la bellezza delle vie del centro, l’austera architettura, la sua capacità di attrarre anche il turista”.
Parliamo di basket. Come ti sei trovato in questi primi giorni di allenamenti con gli altri compagni di avventura?: “Benissimo, e non è sempre così facile il primo approccio. Tutti siamo motivati a far bene e diamo il massimo per farci trovare pronti ai primi appuntamenti di stagione. Si parla molto inglese, ognuno con il proprio slang e anche questo è piacevole. Dei miei nuovi compagni conoscevo DJ White e Deron Washington per fama, con il secondo che era stato grande protagonista al College, e Tyler Harvey di cui ho sperimentato personalmente le qualità lo scorso anno quando l’ho visto da avversario mettere contro di noi 9 bombe in una sola partita”.

Cosa ti ha asciato l’esperienza del College dal punto di vista cestistico?:“L’idea che ogni possesso è importante, fondamentale per l’esito finale degli incontri”. Un concetto che si lega splendidamente al basket nostrano e che se abbinato al suo grido di “odio perdere” autorizza a ben sperare in chiave personale e Auxilium Cus Torino 2016/2017.

il vento del cambiamento

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Un vento dimenticato spira su questa Torino umida di fine primavera che si prepara al ballottaggio. Forse non gonfierà le vele di una nuova maggioranza. Ma intanto sbatte, fa rumore. Soffia dalle periferie alle università, dovunque qualcuno si senta escluso dal sistema di potere che da un quarto di secolo ruota intorno al centrosinistra. Prima che di un cambiamento, indica la voglia di un ricambio.  Per chi lo osserva dai vetri, quello che governa Torino è un sinedrio chiuso che ti ammette al suo interno solo per cooptazione. Le stesse persone che da decenni si incontrano alle stesse cene, si scambiano gli stessi incarichi e partecipano allo stesso banchetto di soldi pubblici che anche gli esclusi hanno contribuito con le loro tasse ad allestire. A chi non ne fa parte interessa poco che questa aristocrazia, riunita oggi intorno a Fassino, sia la migliore delle grandi città italiane e probabilmente più preparata di quella che circonda Chiara Appendino. Per gli esclusi il desiderio di aprire le finestre è così impellente che prevale persino sul rischio di fare entrare aria cattiva.  Ho letto su Facebook il post di un militante liberale, uno di quei torinesi di centrodestra che hanno votato Berlusconi per anni senza mai amarlo. Tratteggia il futuro a tinte fosche che attende Torino nel caso di una conquista grillina, profetizzando anni di Terrore giacobino a base di linciaggi e politiche afflittive (No Tav, No Cittadella della Salute, No tutto). Ma, dopo avere descritto la vittoria dei Cinquestelle come una sciagura, annuncia a sorpresa che voterà per loro. Perché, scrive, solo da una fase distruttiva potrà sorgere una classe dirigente nuova, finalmente basata sulla competenza invece che sulla vicinanza. Un’utopia in un Paese come l’Italia, dove nel campo delle nomine pubbliche l’amicizia non è considerata un limite, ma un vantaggio. Eppure ci sono dei momenti in cui le utopie si mescolano alle invidie, le invidie alle rabbie, e insieme sollevano un vento che va a infrangersi contro il primo albero lungo il cammino.  Piero Fassino è un albero esile, ma ben radicato. Persino i suoi rivali, lontano dai microfoni, ne riconoscono le qualità. Il vento che rischia di travolgerlo o almeno di scuoterlo non prende tanto di mira lui, quanto l’aristocrazia del potere rosé di cui il sindaco è la figura di riferimento. Gli osservatori neutrali sostengono che la squadra di assessori dei Cinquestelle non valga quella che ha governato Torino negli ultimi decenni. Ma per chi sta dentro quel vento, l’incompetenza e persino l’incapacità sono valori positivi. E Chiara Appendino è presenza garbata, abbastanza abile da non ostentare la giovinezza in una città di anziani, mascherandola dietro pettinature e atteggiamenti rassicuranti da «madamin».  Di solito ai ballottaggi si vota il male minore. Ma mentre in pochi andranno a votare Fassino per paura di una vittoria di Appendino, più di qualcuno potrebbe votare Appendino per la gioia di vedere perdere Fassino (e Renzino). Non è detto che succeda. Ma, per la prima volta dopo un quarto di secolo, ciò che a Roma sembra molto probabile a Torino è diventato possibile. Sarà l’effetto del vento. Massimo Gramellini – La Stampa

Lunedì prossimo Torino avrà un nuovo sindaco e non sarà Fassino Piero, sindaco uscente, colpevole di essere brutto come la fame, scontroso come un orso marsicano e espressivo come un tonno durante la mattanza. Altro difetto di Piero: è politicamente vecchio, da troppo tempo nelle stanze dei bottoni. E poi a Torino governano più o […]

 

#senzachiederepermesso

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Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, si occupa di produzione e post-produzione cinematografica (in pellicola e video) su un terreno di impegno militante in quel di Torino. Mentre Piero Perotti, oggi ufficialmente pensionato, è una delle memorie storiche della classe operaia piemontese e delle azioni sindacali e sociali, messe in atto per migliorarne le condizioni di lavoro e di esistenza e per contrastare le “bronzee leggi” del capitale, fin dagli anni sessanta.

Insieme e nel corso di diversi anni hanno raccolto una serie di materiali straordinari sulla lotta di classe a Mirafiori, fuori e dentro la fabbrica, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980. Molte immagini, collezionate all’interno del film, provengono dalla cinematografia militante di quegli anni, ma ciò che costituisce il cuore di questo documento audiovisivo è dato dalle immagini “rubate” dallo stesso Perotti alle manifestazioni operaie e ai cancelli dello stabilimento Fiat con la piccola cinepresa portatile che aveva deciso di procurarsi proprio a tale fine.

In un’età di tablet, smart-phone, telecamere portatili o miniaturizzate in qualsiasi cellulare e di selfie, ci si dimentica troppo facilmente quanto fosse difficile, qualche decennio addietro, documentare gli eventi. Anche quelli che, a differenza di quelli fin troppo documentati di oggi, erano destinati a cambiare il rapporto tra le classi a favore dei diseredati.

Tra il 1969 e gli anni settanta, la classe operaia di uno dei più grandi stabilimenti automobilistici del mondo cambiò le regole del gioco. Le immagini del film ce ne trasmettono tutta la potenza, la creatività, anche la violenza spesso sufficientemente espressa, quest’ultima, più in potenza che in atto. Fu, in quegli anni, la classe operaia torinese l’epicentro di uno scontro globale che fece tremare le fondamenta dell’edificio costruito sulla base dello sfruttamento di classe.

Per questo, più tardi nel 1980, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo. Avrebbe dovuto essere spogliata della sua capacità di resistenza, organizzazione ed iniziativa, politica e sindacale, per essere restituita, nuda, alle sue condizioni iniziali di sottomissione e dipendenza dall’iniziativa avversaria.

Il film documenta benissimo, in maniera spesso commovente, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni alle porte della FIAT, tutto ciò. La formazione di una coscienza, lo sviluppo delle lotte e della solidarietà di classe, la capacità di reagire uniti su richieste egualitarie ed unificanti e quella di reagire alle provocazioni messe in atto dall’azienda, dai crumiri, dai fascisti e dalla polizia. Una forza immensa era entrata nell’arena della Storia; sì, proprio quella con la S maiuscola.

Donne e uomini, immigrati meridionali e lavoratori piemontesi lottavano uniti, creavano uniti un nuovo modo di fare politica ed attività sindacale, marciavano uniti per le strade prima del quartiere, poi della città. Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia.

Tutto questo, forse, molti di quegli operai l’avrebbero imparato dopo, eppure ripresero il cammino proprio là dove era stato interrotto dalle repressione antisindacale ed antioperaia, ancor prima che anticomunista, degli anni cinquanta. E che aveva visto un primo, selvaggio risveglio, fuori da qualsiasi direttiva partitica o sindacale, proprio nei fatti di Piazza Statuto del luglio 1962.

Molti di loro erano in fabbrica da anni, molti, forse i più, erano entrati alla Fiat in seguito alla recente emigrazione dal Sud o al rientro dalle fabbriche tedesche. Simili a una moderna creatura di un capitalismo novello dottor Frankenstein, avevano imparato ad odiare il proprio creatore e a combatterlo. Ovunque, dentro e fuori gli stabilimenti.

I cortei interni, le perquisizioni dei guardiani alle porte, i volantinaggi, i fuochi dei picchetti, gli studenti con i giornaletti dell’estrema sinistra, il blocco della produzione, gli scioperi spontanei: tutto è documentato con un ritmo serrato, accompagnato dalla narrazione personale e vivace di Pietro Perotti. Così che, ancora una volta, la memoria personale si mescola con la memoria di classe, rifondandola. Come quasi sempre accade.

Non nei testi accademici, non nelle tesi di Partito, non nelle logiche politiche e nelle strategie sindacali, ma nella voce narrante, ancor più che in qualsiasi forma scritta, noi ritroviamo la memoria e la Storia delle classi subalterne. Subalterne soprattutto sul piano della comunicazione. Soprattutto là dove la comunicazione è scritta, dove la sintassi è ancora un’arma del padrone e, ancor più, lo è lo strumento televisivo, o radiofonico come ai tempi del Duce.

Per questo il gesto di Pietro, comperare ed imparare ad usare una piccola cinepresa, diventa così grande ed importante. Non solo per noi che, ora, possiamo usufruire di quelle straordinarie immagini, ma anche per l’epoca. Un’altra barriera veniva abbattuta, appunto senza chiedere permesso, precedendo di poco la nascita delle radio libere. La lotta operaia, ancora una volta, inventava una nuova cultura e nuova comunicazione. Di cui Pietro si fece portatore anche negli anni successivi all’abbandono della fabbrica, attraverso i suoi manifesti e i suoi mascheroni che accompagnano ancora tante manifestazioni.

Suo era il grande ritratto di Marx che, appeso alle porte della palazzina di Mirafiori, avrebbe assistito, ammutolito e attonito, all’ultima battaglia degli operai della città-fabbrica. La più amara.  Quella in cui si consumarono, durante i 37 giorni dell’autunno del 1980, tutti i tradimenti sindacali e politici possibili. Quella con cui l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, aveva deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla forza lavoro. Con un costo altissimo per tutta la classe operaia italiana.

E, sotto questo punto di vista, le immagini parlano e dicono più di ogni commento. Negli anni precedenti i lavoratori di Mirafiori avevano occupato il territorio. Erano diventati punto di riferimento per gli operai di tutto l’indotto Fiat e per quelli degli altri settori produttivi. Per gli studenti, gli operai, per i soldati inquadrati nei Proletari in divisa, per ogni settore della società. Avevano guardato fuori, al mondo e lo avevano fatto proprio.

Nei 37 giorni, tra il 10 settembre e il 16 ottobre 1980, gli operai che sono fuori dalle officine guardano verso l’interno della fabbrica. Un rovesciamento di prospettiva che prelude soltanto alla sconfitta. I grandi viali sono alle loro spalle e sono esclusi dalle officine. Guardano il balletto degli oratori, con capofila Berlinguer e i leader sindacali, che altro non fanno che illuderli e deviarli verso la resa. Che avverrà con una votazione truffa dopo la marcia dei quarantamila. Truffaldina anche quella, nei numeri e nei partecipanti.

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I capi sono stati affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10 – 12.000 (questa anche la prima cifra ufficiale della prefettura). Il corteo ha un carattere decisamente reazionario e antioperaio […] Nel pomeriggio,incontro Fiat -sindacati. Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <<all’accertamento dell’ipotesi conclusiva>>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di 100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia […] All’alba (giorno successivo) l’apparato del PCI è mobilitato ai cancelli per convincere i suoi militanti che bisogna accettarla1

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della lotta dei 35 giorni alla Fiat si sarebbe potuta fermare, non farla neanche partire”. E’ quello che sostiene Pietro Perotti nel film. E probabilmente ha ragione, ma sarebbe occorso che gli operai della fabbrica più grande d’Italia tornassero a fare quello che avevano fatto nel decennio precedente, ogni volta che si era presentata l’occasione: occupare le strade e la città.

Ma in quel momento, una volta allontanati dalle officine, con gli arresti o i licenziamenti, tutti coloro che avevano guidato le lotte, i reparti non reagirono più allo stesso modo. La stanchezza e la sfiducia presero il posto del coraggio, della sfida e della lotta. Con una sapiente regia del sindacato e del Partito comunista. Soprattutto della federazione torinese del Partito che annoverava tristi figuri del calibro di Piero Fassino e di Giuliano Ferrara.

Le conseguenze si fanno sentire ancora adesso a Melfi, in quel che rimane degli stabilimenti torinesi, nel job act e nella spocchia di Marchionne e di Renzi. Quello fu un appuntamento storico e tutti i carnefici di adesso possono rallegrarsi ancora di quella sconfitta.
A noi rimangono la memoria di momenti gloriosi e di volti magnifici. Sconosciuti e conosciuti che, per chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e quelle lotte, non possono non far spuntare lacrime di nostalgia, di tenerezza e di rabbia. Che ci accompagneranno sempre.

Sacrificio al Colle dell’Agnello

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Orgoglio, vittoria e lacrime per Vincenzo Nibali che in una delle tappe più dure del Giro d’Italia ha vinto per distacco la 19/a tappa del Giro d’Italia, da Pinerolo a Risoul di 162 km, una delle frazioni più dure della corsa rosa con la Cima Coppi ai 2744 metri del Colle dell’Agnello. Nibali ha preceduto lo spagnolo Mikel Nieve (Sky) giunto a 47″, e il colombiano Chaves, nuova maglia rosa, e terzo al traguardo con un distacco di 50″. Quarto Diego Ulissi con un ritardo di 1′. Esteban Chaves è la nuova maglia rosa del 99/o Giro d’Italia di ciclismo. Il colombiano adesso precede in classifica Vincenzo Nibali di 44″ e Steven Kruijswijk di 1’05”.

Sulla neve ghiacciata del Colle dell’Agnello, Steven ci ha lasciato il primato e a momenti ci lasciava pure l’osso del collo. Dove osano le aquile, rischiano, soffrono e piangono le umane genti. La discesa dai 2744 metri della Cima Coppi era appena iniziata e Vincenzo Nibali, dopo aver anche sofferto nei 21 km abbondanti di ascesa, ritrovava smalto, disegnando le curve come Giotto e tornando a sentire profumo di podio perché Valverde l’altitudine proprio non la tollera andando in difficoltà. Il rosso d’Olanda lo segue, forse troppo da vicino. Una nebbia spettrale, un asfalto viscido, un errore: piroetta in volo, un atterraggio tutto meno che morbido a cui seguono problemi meccanici e la comprensibile crisi dell’uomo che vede un sogno tornare di colpo impossibile. Kruijswijk disperato, i suoi compagni sono stati polverizzati dal forcing dell’Orica di Chaves sul colle dell’Agnello, cerca alleanze trasversali con soldati ormai stanchi e demotivati. E’ un leone, la maglia rosa: dà tutto ma non può bastare in una giornata del genere. La deve cedere al Colibrì Chaves che pensa “Ora siamo vicini a Torino e perchè no… Domani proveremo a fare il massimo, sicuro lasceremo la pelle sulla strada”.  Ma Vincenzo è tornato!

Torino vista dallo spazio

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Sono passati ormai 5 mesi dall’inizio del nostro percorso con il pranzo in comune alle ex-vetrerie, e sono stati mesi dove abbiamo dimostrato di poter esprimere una voce importante in questa città.

Ora dobbiamo aumentare il nostro impegno e usare le prossime settimane per far conoscere la nostra coalizione al maggior numero di persone. Nel frattempo continueremo a raccontare la nostra città e le sue sfide più importanti, una Torino che, come stiamo dicendo, vorremmo Grande per Tutti/e.

Sabato 23 aprile dalle 10 alle 13, presso il CINEMA ELISEO in Via Monginevro 42, zona P.zza Sabotino, sarà presentata ufficialmente la lista di TORINO IN COMUNE – La Sinistra, insieme alle due liste che sostengono la candidatura di Giorgio Airaudo: “Ambiente Torino” e “Pensionati e Invalidi Giovani Insieme”. 

Siete tutti invitati a partecipare e diffondere l’invito ai vostri contatti.  Qui potete trovare l’evento Facebook, sabato vi consegneremo del materiale da utilizzare durante la campagna elettorale, manifesti con il logo, volantini, locandine e spillette. Inoltre vi daremo un breve vademecum per la campagna social, a costo zero, dove far girare attraverso i profili o le pagine dei vari social network (Facebook, twitter, instagram, etc.) le info che riguardano la lista, il logo, il programma.

Ci vediamo sabato per presentare il nostro progetto e la nostra squadra!

A presto!
Giorgio Airaudo

p.s. (ndr):  nell’assemblea dell’Altra Europa di Torino che si è svolta lo scorso 11 aprile, sono state decise all’unanimità dei presenti le candidare nella lista di Torino in Comune: 

Fiorenza Arisio, disoccupata ex delegata sindacale SLC-CGIL e militante No Tav

Giancarlo Chiusano, pensionato ex insegnante.

Torino in comune

stadio Grande Torino

Stadio Olimpico

Il Comune di Torino ci informa che lo Stadio Olimpico, ristrutturato in occasione delle Olimpiadi Invernali del 2006 e palcoscenico delle gare casalinghe della squadra granata, sarà intitolato alla memoria del Grande Torino. La decisione all’unanimità e il via libera l’ha dato la Commissione Toponomastica, che ha inoltre stabilito di intitolare una via al terzino della Juventus Andrea Fortunato, morto a 24 anni di leucemia, e un’altra a Orfeo Pianelli, presidente dell’ultimo scudetto del Torino.

Personalmente penso che l’aggettivo olimpico è alla base della rinascita economica di Torino, dopo i colpi di Marchionne. Se lo togliamo allo Stadio Olimpico quell’aggettivo va attribuito in altra modalità alla toponomastica torinese; ad esempio, rinominiamo piazza d’armi in piazza Olimpiadi Invernali del 2006.

Sviluppo e rilancio del turismo e Università, sono realtà rese più organizzate e fruibili dalle Olimpiadi,  sono da conservare per il futuro con molta cura per procurare e salvaguardare posti di lavoro. Mamma Fiat ha finito di succhiare soldi allo Stato (a noi) ed è emigrata all’Estero dove paga anche le tasse delle residue attività produttive italiche. Questo con soddisfazione del nostro premierino che preferisce Marchionne ai sindacalisti.

Il profondo rosso nell’attualità economica di Torino, come della Regione, come di molte Aziende Comunali e Regionali è da attribuire oltre che alla Fiat ai dirigenti amministrativi e politici degli ultimi trent’anni che hanno sottoscritto e rinnovato prodotti finanziari derivati a loro proposti come investimento dei fondi disponibili (nostri) di cui non erano in grado di capire la portata negativa. Oltre a sottoscrivere i contratti hanno sottoscritto ampie manleve liberatorie a favore e scarico di responsabilità del proponente finanziario. Con questi chiari di luna continueremo a versare nelle casse del Comune o della Regione tasse, tariffe e prebende varie a fondo perduto, perché quei debiti contratti per investire sono impossibili da ripianare, salvo rinuncia del creditore.

Le Olimpiadi sono state per Torino il trampolino di lancio, costoso, ma determinante per l’economia locale. Certo, come ho già accennato, occorre fare molto per conservare il trend turistico positivo. Spererei anche in qualche dirigente amministrativo illuminato che rinegozi a favore nostro i debiti di cui ho parlato; dai politici non mi aspetto quasi nulla. Fassino sarà rieletto e tenterà nuovamente di vendere le Aziende municipalizzate ai privati alla faccia nostra. Airaudo e Appendino si appenderanno all’opposizione sterile e parolaia. amen

La Piola Libreria di Catia in Borgo Vittoria.

La-Piola-di-Catia

Avrei voluto ribloggare il post che segue, che trovate in originale cliccando qui, ma trovo bello ed utile, condividendone il contenuto, riportarne il testo completo. Negli ultimi anni popolare è divenuto in qualche caso sinonimo di trascurato, fatiscente, dice l’amica autrice, ma io che sono orgoglioso di appartenere al popolo minuto, quello che, per campare, deve alzarsi ogni giorno di buon ora per recarsi al lavoro invece dico che questo luogo popolare mi appartiene e mi inorgoglisce.

Sono nata e cresciuta in Borgo Vittoria, un quartiere della periferia nord di Torino. Era una zona popolare di fabbriche e operai, con una storia di elaborazioni, discussioni, partecipazione politica e sociale da far invidia al resto della città. Cose che da troppo tempo abbiamo tutti noi dimenticato. Sono sempre stata orgogliosa di crescere in un quartiere “pop”, perché amo le cose semplici e terra a terra, perché ti fanno comprendere meglio la vita che ci gira intorno. Negli ultimi anni però popolare è divenuto in qualche caso sinonimo di trascurato, fatiscente. Se guardo a certi angoli del quartiere, noto in effetti che qualcosa è sfuggito, che le città sono altro ormai dal luogo per accogliere e vivere, sono dormitori, centri di accoglienza improvvisati, luoghi in cui la speculazione vince e non gli interessi della gente. Che poi, noi gente, avremmo bisogno proprio di poco: un giardino sicuro, una scuola funzionante, servizi accessibili, pulizia e socialità. E di un luogo laico dove provare a scambiare due idee, dove parlare di cultura, di letture, della vita, di com’è e di come la immaginiamo. Così è una fortuna che abbia aperto La Piola Libreria di Catia, in un quartiere dove non c’è nemmeno una biblioteca. La Piola è lì fin dagli anni sessanta. Mesceva vini e liquori, la conoscevamo tutti, era a buon prezzo ma era pur sempre una piola, un bar per le carte e qualche bicchiere di troppo. Catia l’ha trasformata in un cortile delle idee, in uno spazio aperto e pulito in cui sono disponibili i libri, da leggere, da sfogliare, da acquistare e un bancone da cui lei, astemia, sa consigliarti i vini di nicchia del suo paese di origine. Un luogo dove ti siedi e anche se  sei “straniero”, puoi consumare un caffè, guardare un libro ed uscirne che sei già “di casa”. Cosa avrà spinto questa donna quarantenne a dedicare tanta attenzione e tanta cura in questa sua nuova avventura? Chiedetelo a lei. Fate un giro in questo luogo dello spirito. Vedere un volto sorridente e trasparente, generoso e colto, fa bene al cuore. E a noi del quartiere ci fa sentire meno la distanza con certi luoghi della città. In fondo non si è soli se hai un libro che ti fa sognare e una persona che col sorriso ti porta, senza che tu lo chieda, un bicchiere d’acqua, così, giusto per farti sentire a casa.

Catia della Piola


La Piola Libreria di Catia è in Via Bibiana 31 a Torino

Info qui

Forza Auxilium!

Auxilium Cus Torino

È tornata l’Auxilium! Che ricordi: gli anni 80 con i grandi successi delle 3 semifinali scudetto concentrate in 4 stagioni! Grazie alla PMS che ha riportato il basket torinese in paradiso dopo tanto purgatorio. Antonio Forni aveva promesso, rilevando la PMS, che in tre anni sarebbe approdata alla serie A. Bene, sogno realizzato. Comincia oggi con questa pagina una storia che ci appartiene. Collegno (chi non ricorda il periodo dell’Auxilium Basket Collegno?), San Mauro Torinese e Moncalieri hanno covato per Torino il ritorno al grande basket. Ora tocca a noi tifosi appoggiare con la nostra passione questa avventura sportiva.

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