Bruno Segre non si arrende

Bella la serata del 31 gennaio scorso quando, nell’ambito delle conferenze del ciclo “Leggermente“, organizzate dal gruppo di lettura della circoscrizione II di Torino, nel bel sito della Cascina Roccafranca, in assenza del previsto protagonista dell’incontro: Bruno Segre, è stato presentato il libro intervista di Nico Ivaldi “Non mi sono mai arreso”.

Bruno è stato tenuto lontano dall’evento da un male di stagione, comprensibilissimo alla sua veneranda e ultracentenaria età, si può dire che una piccola resa ci può stare. Comunque il suo allievo e amico Nico Ivaldi ha avuto la presenza di spirito per organizzare una carrambata; abbiamo così ascoltato la voce dell’avvocato tramite il cellulare.

Un saluto gradito da una sala gremita fino ai posti in piedi. Nico ha fatto il suo ruolo, ha raccontato l’uomo, le gesta e i fatti che hanno originato le pubblicazioni oggetto della serata alla Cascina Roccafranca, al libro citato si deve aggiungere, infatti, l’aggiornato “Quelli di via Asti” scritto a suo tempo da Bruno Segre.
Al momento degli interventi del pubblico ho voluto rievocare il giorno in cui ho conosciuto l’avvocato. Durante i non lontani tempi dell’occupazione della Caserma di Via Asti da parte di un gruppo coordinato, fra gli altri, dall’allora Consigliere comunale di Torino Michele Curto.
Segre, partecipò ad un incontro organizzato nel cortile della Caserma che verteva sulla difesa della nostra Costituzione Repubblicana dalle modifiche proposte da parte del Governo Renzi.
Grazie al suo impegno e quello di molti altri, si ottenne la sconfitta referendaria della riforma. L’avvocato non si tira mai indietro, quel giorno due robusti uomini sostenendo a mano un sedia, lo trasportarono come su una poltrona gestatoria in uso ai papi di una volta. La sedia fu collocata a fianco del mio posto a sedere. Gli rivolsi un saluto al quale rispose con calore nonostante gli fossi perfettamente sconosciuto.
Un uomo giusto, non mite, ma combattivo, colmo di umanità, che continua ad insegnarci come stare al mondo da socialisti. Bruno Segre nacque a Torino il 4 settembre 1918, a ventiquattro anni conobbe l’esperienza del carcere per “disfattismo politico”, prima di essere nuovamente arrestato nel settembre 1944.

Liberato grazie alla intercessione dei familiari, partecipò alla Resistenza. Da giornalista divento avvocato, impegnato nella difesa dei diritti civili, della giustizia e della laicità: nel 1949 – anno in cui fonda il mensile “L’incontro” – inaugura con la difesa del primo obiettore di coscienza in Italia e con la battaglia per l’introduzione del divorzio, una lunga stagione di lotte legali, politiche e culturali. Attualmente è presidente onorario dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, vicepresidente della Società per la Cremazione di Torino e presidente della Federazione provinciale dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti.

Segre

Cito dal libro: «Sedicenne, rispose intrepido al richiamo della Patria per la liberazione del popolo oppresso. Partigiano valoroso, primo tra i primi, partecipò a numerose azioni di guerriglia infondendo a tutti coraggio, emergendo per ardimento e guadagnandosi la stima dei compagni che lo vollero comandante di squadra. Arrestato, per delazione, dalla polizia nazifascista e sottoposto a snervanti interrogatori durante i quali venne più volte percosso, mantenne sempre fiero il silenzio, salvando così la vita a numerosi compagni. Rilasciato per la sua giovane età, risalì le valli tanto amate riprendendo con maggiore ardore la dura lotta e rifulgendo per indomito coraggio. Inviato a Torino per una importante missione veniva nuovamente arrestato con il suo comandante ed un compagno. Per salvare i fratelli di fede, si addossava la responsabilità di azioni punitive contro spie fasciste, accettando serenamente la condanna a morte. Cadeva sotto il piombo nazifascista, fiero di essere partigiano della libertà. Fulgido esempio di cosciente valore, dì altruismo e di piena dedizione alla causa della libertà.»
— 10 luglio 1947[1] Renzo Cattaneo (partigiano)

1918, la fine di un mondo

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Si tiene dal 26 ottobre al 23 novembre 2018 presso la Sala delle Arti del Parco Generale Dalla Chiesa di Collegno, la mostra “1918, la fine di un Mondo – rassegna sulla Grande Guerra”. La mostra va a fare compagnia alle tante e varie rievocazioni tenutesi in occasione del centenario della prima Guerra Mondiale 1914-1918. La guerra che terminò il 4 novembre 1918 lasciando alle sue spalle gli esiti di una immane carneficina. La mostra però privilegia l’aspetto passivo della guerra. Non espone armi, ma vestiario, divise, elmetti, mezzi di protezione antigas, le difese contro il freddo e il ghiaccio, i piccoli utensili per la pulizia personale o le piccole riparazioni per le rotture degli abiti. Se ne ricava un senso di negazione della guerra, una connessione con la vita civile. I reperti italiani si integrano opportunamente con quelli austriaci, tedeschi o francesi come a significare: erano tutti coinvolti in un medesimo e tragico destino. Viene da pensare a quel susseguirsi di grandi attese e fiammate di feroci combattimenti. Ecco gli oggetti esposti sono un silente elenco di testimoni di quelle grandi attese e un rifiuto della guerra.

Soldati (bosco di Courton, luglio 1918)

SI STA COME

D’AUTUNNO

SUGLI ALBERI

LE FOGLIE

Giuseppe Ungaretti – L’Allegria

 

“hanno silenziosamente diretto il mondo”

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Il manifesto, all’indirizzo delle donne di oggi, dell’opera di Bruna Bertolo può essere il messaggio di Cristina Trivulzio, editrice di giornali rivoluzionari, ai tempi della prima guerra d’indipendenza: “Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto-tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!”

Con “Prime… sebben che siamo donne. Storie di italiane all’avanguardia”, edito da Ananke, Bruna Bertolo ci presenta una galleria di personaggi femminili che, in modalità diverse, hanno contribuito a scrivere pagine spesso importanti, a volta marginali, di quel lungo, faticoso, controverso periodo in cui le donne lottarono per la loro emancipazione sociale. Dall’ Ottocento ai giorni nostri, sono state tante le donne che hanno aperto orizzonti nel costume, nella politica, nello sport, nella cultura, nel mondo del lavoro. Dal testo emergono figure straordinarie che hanno saputo adeguare e trasformare il loro tranquillo quotidiano in una lotta a tutto campo, mettendo spesso in pericolo le loro esistenze ed i loro affetti, per un futuro che poteva offrire più che certezze, sicure umiliazioni.

Il primo giorno di primavera di quest’anno, quale data migliore? Si è svolta nella sala Nilde Jotti, presso la sede della Fondazione A. Bendini di Collegno, la presentazione del libro di Bruna Bertolo. Una bella serata, molto ben organizzata, di cultura al femminile con un buon numero di maschi ad applaudire e condividere.

Ad introdurre la consigliera regionale Silvana Accossato e l’Assessora alle Politiche Sociali e Pari Opportunità del Comune di Collegno Maria Grazia De Nicola. La Signora De Nicola ha lodato le donne prime, ma umili, che non sono andate in cerca di consenso rischiando il tramonto della loro femminilità, evitando cioè la competizione tipica del mondo maschile e dedicandosi a soluzioni rapide dei problemi, per abitudine alla concretezza e alla mediazione spesso esercitata in ambito familiare.

Successivamente con un rapida ed intensa sequenza di slide si è dipanata la presentazione di alcune delle figure femminili presenti nel libro commentata con voce accorata della stessa autrice.

Mi pare il caso di chiudere, così come ho iniziato, con una citazione, questa di Lina Furlan: “hanno silenziosamente diretto il mondo”.

Giornata Internazionale della Donna: La strada è ancora lunga

festa della donna

Si parla spesso di conciliazione cosa significa veramente? E, soprattutto, in un Paese la cui tradizione culturale non è certo quella più incline alla suddivisione dei compiti di cura, dei cosiddetti “lavori domestici”, che cosa è stato fatto fino ad ora? Molto poco. Allora è compito di noi tutti trovare soluzioni innovative, nuovi modelli organizzativi che migliorino il benessere lavorativo delle donne. È una battaglia lunga, difficile e faticosa, come tutte le lotte che affrontano modelli sociali consolidati. È una strada in salita, ma dobbiamo percorrerla. Lo dobbiamo alle nostre nonne e alle nostre madri, che hanno partecipato a lotte che sembravano ben più ardue (pensiamo al diritto di voto, al divorzio, alla legge 194,…); lo dobbiamo alle donne che verranno, per le quali dobbiamo preparare una società più equa, non bloccata da stereotipi sociali che si ripropongono dalla notte dei tempi. Ma soprattutto, dobbiamo alle nostre donne un’opportunità di cambiamento e di rinnovamento culturale: se lo meritano.

Buon 8 marzo a tutte!

Mio Padre era fascista

Pierluigi Battista riapre le ferite di un rapporto irrisolto con il padre fascista, e gli concede idealmente l’onore delle armi. Così, riannoda i fili spezzati di una tormentata vicenda familiare e trova un modo adulto di confrontarsi, in un libro indimenticabile, con un pezzo non meno tormentato della nostra storia.

L’annichilimento del mondo del padre, la fine dei «decenni della marginalità voluta come simbolo di fedeltà a se stesso», l’angoscia per «quella desolata cerimonia di addio alle armi» si sommava al senso di colpa che finalmente trovava sfogo, al rimpianto per non aver siglato in vita quella riconciliazione che il re Lear shakespeariano offre alla figlia Cordelia: «Andiamo via. In prigione, noi due, là, soli, e canteremo come uccelli in gabbia. Quando tu a me chiederai la mia benedizione, e io a te, in ginocchio, chiederò il tuo perdono». Ora la riconciliazione tra il figlio ribelle e il padre fascista è finalmente arrivata. Ed è questo il libro di Pierluigi Battista, Mio padre era fascista (Mondadori).

copertina Mio padre era fascista

L’autore ieri a Torino, presso il Circolo dei Lettori di Via Bogino, ha presentato il libro che di seguito si descrive con le sue parole: «Quando, dopo la sua morte, ho letto il diario che aveva custodito nel segreto per tutta la vita, mi è parso di avere una percezione più chiara del tormento che ha dilaniato per decenni mio padre fascista, prigioniero a Coltano dopo aver combattuto, ventenne o poco più, dalla parte dei “ragazzi di Salò”. «Ho capito che cosa abbia rappresentato per lui il dolore di essere stato internato in quel campo per i vinti della Rsi vicino alla “gabbia del gorilla” in cui era rinchiuso Ezra Pound. Ho capito quanto abbia sanguinato il suo cuore di sconfitto, di “esule in Patria” nell’Italia in cui era un borghese integrato, maniacalmente attaccato alla civiltà delle buone maniere, ma covando il sentimento di un’apocalisse interiore da cui non si sarebbe mai affrancato. Ho capito quanto sia stata aspra e dolorosa la mia rottura con lui e quanto mi pesi, ancora oggi, il fardello di una riconciliazione mancata. «Allora ho pensato che fosse giunto il momento di raccontare, con i miei occhi e il mio modo di sentire le cose della vita, chi fosse mio padre fascista e cosa pensasse nell’Italia che non credeva più nei miti in cui lui era cresciuto. Che rapporto ricco e difficile avesse instaurato con i suoi figli.

«Mio padre erano due. C’era mio padre integrato. E c’era quello apocalittico. C’era il borghese tranquillo che osservava con orgoglio una sua rigorosa etica del lavoro. E c’era il fascista sconfitto e piagato che rimuginava senza sosta, nel suo foro interiore, risentimento e rabbia. C’era il conservatore e c’era il ribelle. C’era il professionista di successo, l’avvocato stimato nel mondo forense, che esibiva con fierezza la sua casa arredata con gusto tradizionale, la sua famiglia numerosa, i simboli del benessere. E c’era l’uomo intimamente devastato da una storia che lo aveva condannato, tormentato da un dolore indicibile, schiacciato da un’ombra pesante, mangiato dentro da un’ossessione che non lo abbandonava mai. C’era l’italiano solare, socievole, spiritoso, con un senso dell’umorismo che mi piace ricordare ancora arguto e sottile. E c’era un uomo, mio padre, divorato dal suo lato notturno, esacerbato, cupo, talvolta lugubre».

La sofferenza del padre era inasprita dal figlio, che non soltanto aveva scelto la parte opposta, ma rifiutava di ascoltare le sue ragioni, e lo incalzava come se fosse responsabile di tutte le malefatte nell’Italia occupata («sei impazzito, forse? Mi stai accusando pure di aver partecipato alla strage di Sant’Anna di Stazzema?»). La splendida copertina con il Colosseo quadrato all’Eur di Roma evoca i percorsi nella Roma mussoliniana, scanditi dal «guarda!» con cui Vittorio Battista indicava a un ragazzino perplesso i monumenti costruiti e le strade aperte dal Duce, sempre rigorosamente nell’onomastica originale: via dell’Impero, Foro Mussolini; nelle gite fuori porta non si andava a Latina ma a Littoria, a Sabaudia non si ammiravano le dune ma la piazza, a Firenze prima degli Uffizi si visitava la stazione di Piacentini…

Un conflitto che esplode con la morte atroce dei fratelli Mattei, quando Pierluigi torna a casa rauco dal corteo in cui ha urlato «Lollo libero» e Vittorio — «sei proprio un cretino!» — gli mostra le carte del processo, da cui si deduce con chiarezza che Lollo e gli altri «compagni» sono responsabili del rogo di Primavalle; e «i padri della patria» antifascista «non erano turbati da nessuna scossa, da nessun soprassalto emotivo, da nessun senso di sconfinata ingiustizia per la morte atroce di un bambino bruciato vivo, solo perché era figlio di un fascista. Un figlio di fascista anche lui, come me». Ma il tono medio del libro non è affatto triste. E non solo per la ricostruzione della giovinezza dell’autore, da cui scopriamo un Battista «antifascista militante» negli scontri di scuola e di strada; anche se quando finisce nelle mani di «Roccia», temuto picchiatore, «una montagna di muscoli», si salva solo in quanto figlio dell’avvocato che difende gratuitamente i camerati («vedi de ringrazzià tu’ padre»).

Un padre capace di autoironia, che al volante si sorprende a cantare «le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera» o a fare il verso a una celebre scena del film Il federale – «buca», «buca con acqua»… —, che si commuove davanti al Giardino dei Finzi Contini, che rifiuta di fermarsi all’autogrill di Cantagallo perché non hanno servito il suo amico Almirante, che difende gratuitamente pure gli estremisti dell’altra parte chiedendo consulenze linguistiche al figlio — «ma Pigi che diavolo vuol dire “tirare le bocce”?»; «le bocce sono le bottiglie molotov, papà» —, che si diverte a elencare artisti e attori che militarono nella Repubblica sociale (mentre Battista parla di altri scrittori che fecero anche loro i conti con il padre fascista, da Giampiero Mughini a Vincenzo Cerami a Margaret Mazzantini). E alla fine anche chi non ha alcuna accondiscendenza per il fascismo nelle sue varie forme — il regime, Salò, la nostalgia — finisce per provare simpatia per questo padre pieno di humour e di amore frustrato per l’Italia e per i propri figli.

Chi ha la fortuna di conoscere, di persona o attraverso i suoi articoli sul «Corriere», lo spessore culturale e umano di Pierluigi Battista ne ritroverà le radici nella figura del genitore e nell’ambiente familiare, dove si affacciano i fratelli e la madre, innamoratissima del suo uomo fin da quando partì ventenne verso il fronte per restargli accanto a rischio della vita, e dove compaiono anche Silvia, la moglie scomparsa dell’autore, e la loro figlia Marta. Questo però non attenua l’angoscia, anzi rende il lettore ancora più partecipe delle strazianti pagine finali. Vittorio Battista si spegne a 68 anni, poco dopo la morte di Almirante: il suo ultimo riferimento politico, l’uomo che aveva scritto le parole dell’inno del Msi — «siamo nati in un cupo tramonto» — in cui si riconosceva. La sera del funerale, Vittorio diserta la cena dei dirigenti. Chiede al figlio di mangiare una pizza con lui, in silenzio, e ha appena un gesto di disappunto quando Pierluigi fa cadere la brocca dell’acqua. Il padre fascista si spegne serenamente, la famiglia gli si stringe attorno, la barriera ideologica ormai è caduta, ma il figlio ancora non riesce a cavarsi da dentro il dolore.

Il nodo si scioglie cinque anni dopo. Battista segue per «La Stampa» il congresso di Fiuggi, in cui l’Msi abbandona «la casa del padre» per avviarsi a una stagione effimera ma ricca di potere e di ritrovata rispettabilità. La giornata scorre via tra gli appunti, la stesura dell’articolo, la cauta apertura al nuovo corso da parte del «giornale di Bobbio e Galante Garrone», la cena con i colleghi, le celie su «er Pinguino» o «er Pecora», il riposo in albergo. «Non sapevo cosa mi aspettasse oltrepassando quella porta: il luogo imprevisto dove stava per cominciare la notte dello strazio e della disperazione, la notte in cui la calma delle ore precedenti andò in fumo e mi misi mio malgrado a battagliare senza tregua con il fantasma di mio padre fascista». Febbre altissima, brividi sotto il piumone, vomito, panico. «Un pianto interminabile, ore e ore senza pace, sgomento, esterrefatto per quel precipitare in un gorgo per me ignoto». E il desiderio di sentire la voce della madre, «per dirle tra i singhiozzi irrefrenabili quanto mi sentissi solo come mai nella mia vita».

Non esistono i padri “fascisti”, esistono i padri e basta. Lo ha scritto Giampiero Mughini (*) a proposito del libro appena uscito e già così centrale nel dibattito sulle memorie, storiche e familiari. Ed è sicuramente vero, ciò che dice Mughini, ma è anche vero che certi padri meritano un ritratto – sia pur postumo – che ne riabiliti agli occhi degli italiani la generosità d’animo, l’onestà intellettuale e l’amore per il proprio Paese. Perché il padre di Battista era un “fascistone” e sui fascistoni i pregiudizi hanno pesato, e molto. E dunque lo sguardo dolente e affettuoso (e non privo di rimorso) di un figlio “traditore”. Il ritratto è venuto così bene che questo libro può essere letto, come accadde per quello di Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, come un passaggio culturale necessario nella storia del costume: il libro di Pansa tolse per sempre l’aureola ai partigiani, questo rende giustizia a quelli che votavano Msi.

adunata in piazza Venezia - Antonio Marasco

(*) Lettera di Giampiero Mughini a Dagospia 

Caro Dago, sono purtroppo più vecchio di oltre dieci anni di Pigi Battista. E dunque la storia straziante che lui racconta in questo suo ultimo libro (“Mio padre era fascista”, Mondadori), la storia del rapporto lungamente conflittuale tra un figlio zeppo dei “sinistrismi” degli anni Settanta (Pigi è nato nel 1955) e un padre (nato nel 1922) che era andato volontario nella Rsi e che fascista era rimasto per tutti gli anni del secondo dopoguerra sino alla sua morte, quella storia l’avevo vissuta a modo mio una decina d’anni prima.

Anche mio padre (nato nel 1899, toscano), era stato un fascista della prima ora. Nella Catania dove lui aveva conosciuto mia madre e dove io sono nato, nelle gerarchie fasciste papà era secondo solo al podestà. Quando a Firenze – dove ci eravamo trasferiti – arrivarono gli Alleati e i partigiani, mio padre rimase a lungo nascosto. Tornati a Catania, per tutta la vita lui tenne dietro il suo tavolo di lavoro una foto di Benito Mussolini.

Quando all’alba dei Sessanta mi inzuppai a mia volta di “sinistrismi” più o meno squinternati, lui mai mi rivolse una parola di critica o di sconcerto. Quando la rivista alla quale ho dedicato dieci anni della mia giovinezza, “Giovane critica”, non aveva di che pagare la tipografia, lui ne prese l’amministrazione e ne firmò i miei pagamenti. Ci misi meno tempo di quanto abbia fatto Pigi a considerare papà “mio padre” e basta, senza più altri aggettivi e connotazioni.

Che lui non avesse tre narici (da come l’antifascismo di maniera descriveva i fascisti) e che il suo stile di vita quotidiana fosse ai miei occhi quanto di più elegante, ci misi niente ad accorgermene. E del resto di tempo io e lui non ne avevamo molto a disposizione: è morto i primi giorni di febbraio del 1973. Quegli ultimi anni li ho passati ad adorarlo, adorarlo punto e basta. Che avesse indossato “la camicia nera”, me ne strafottevo. O meglio era tutt’altro discorso.

Nei secondi anni Settanta ho conosciuto il poco più che ventenne (e precocissimo) Pigi. Sapevo di quel suo padre un tantino ingombrante. E vedevo che tra figlio (di sinistra) e padre (almirantiano al cento cento) non erano tutte rose e fiori. (Nel suo libro Pigi lo racconta in dettaglio, i litigi e le tensioni sull’uno o sull’altro libro, sull’uno o sull’altro personaggio, sull’uno o sull’altro “valore”, su tutto insomma).

Ben presto ho avvistato e poi conosciuto l’avvocato Vittorio Battista, ai miei occhi un borghese compiuto e delizioso. Sapevo che era stato l’avvocato a protezione della famiglia Mattei, la famiglia missina aggredita dalle fiamme accese da alcuni militanti (delinquenti) di “Potere operaio”, e ne morirono bruciati vivi due dei loro figli.

Mai un attimo ho dubitato che l’attentato fosse opera dell’estrema sinistra e se qualcuno mi si fosse presentato a farmi firmare quel grottesco appello a difesa dell’innocenza degli imputati di cui parla Pigi, lo avrei preso a calci in culo.

Quando poi seppi che l’avvocato Battista era stato scelto come avvocato d’ufficio dell’ex brigatista rosso Valerio Morucci (che non conoscevo e che in seguito sarebbe divenuto mio amico) mi precipitai dal mio direttore all’ “Europeo”, Claudio Rinaldi, a chiedergli di poterlo intervistare. Mi piaceva moltissimo l’idea di uno che difende in punta di diritto ora la famiglia Mattei ora un terrorista “rosso”. In punta di diritto e di verità.

Andai dall’avvocato Battista, di cui mi piaceva anche il modo in cui respirava. Gli chiesi se quando incontrò per la prima volta – in cella – Morucci gli avesse stretto la mano. “Ci ho pensato un attimo primo di farlo. Poi sì, gliel’ho stretta” mi rispose. E in quella risposta c’era tutto intero l’avvocato Battista, c’era tutto intero tuo padre, Pigi. Tuo padre, non “tuo padre fascista”.

Dopo il 25 aprile 1945 non ci sono più fascisti e antifascisti, ci sono persone, ognuna con una sua storia, con un suo dolore, con una sua memoria, con un suo onore, con una sua lealtà, con una sua capacità piccola o grande di misurarsi con il diverso e con “l’altro”. Questa è la vita, questa deve essere la nostra vita. Delle etichette ideologiche, Pigi, mi ci pulisco le scarpe. Come del resto oggi fai anche tu. Grazie della dedica che hai messo nella copia che mi hai inviato.

 

neve rosso sangue

Ieri sera, L’ANPI di Racconigi, ha organizzato presso il salone San Giovanni, una serata in cui è stato presentato il libro di Piero Balbo “Combattere in Val Varaita” ed il film di Daniel Daquino “Neve rosso sangue”.

La serata è stata pensata per coinvolgere tutte le generazioni con documenti e due testimoni diretti dei fatti riportati nelle opere. Un inquadramento storico ed un film sull’eccidio di Valmala fatto da giovani per i giovani. Una serata per ricordare, discutere, mettere in discussione… una serata nell’ambito delle celebrazioni della Giornata della Memoria.

Daniel Daquino spiega così la sua opera filmica: «Fin da piccolo andavo al Santuario e la lapide con quei nomi dei partigiani mi incuriosiva molto. La nostra generazione di trentenni ha avuto i nonni che hanno vissuto la guerra e la Resistenza. Abbiamo ascoltato tanti racconti. Proprio perché le nuove generazioni non hanno più le stesse nostre chance di sentire le storie di quegli anni dalla viva voce dei protagonisti, credo che sia anche un nostro dovere raccogliere quelle testimonianze, divulgarle e portare avanti quei valori. Ho scelto di ripercorrere quella giornata in fiction perché mi sembrava il modo migliore per avvicinarmi ai più giovani e per far conoscere loro la vicenda. C’è ancora voglia parlare di Resistenza dopo 70 anni».

Neve rosso Sangue locandina

Valmala (CN), 6 marzo ’45.
Un gruppo di partigiani è accampato al santuario di Valmala per conteggiare le forze a disposizione a rientro dall’inverno e per stabilire il da farsi nei mesi successivi. La guerra sta quasi per finire.
Caterina, staffetta partigiana, si nasconde perché ricercata dai fascisti.
Viene a sapere che gli alpini della Div. Monterosa, Btg. “Bassano” della RSI, intendono fare un rastrellamento all’accampamento.
Fermata dall’amica Maria e dal fratello, non può andare ad avvertire il gruppo, e la mattina del 6 marzo l’intero distaccamento di partigiani garibaldini viene attaccato.

Ricordando Mauthausen

Mauthausen

Mauthausen (Austria), 1955 Monumento in onore degli italiani
Architetto Mario Labò.

In ricordo del figlio Giorgio, partigiano fucilato a Roma, e dei suoi compagni di lotta, l’autore di questo sobrio monumento utilizzò le stesse pietre che i deportati avevano estratto dalla cava del Lager e portato a spalla su per la scala della morte. Sul muro è riportata la frase: “Agli italiani che per la dignità degli uomini qui soffersero e perirono”. La scultura è di Mirko Basaldella.
Sul retro del muro sono collocate numerose fotografie di deportati e targhe, tra le quali anche quelle di Cinisello Balsamo. Accanto al monumento in onore degli italiani sorgono anche i monumenti delle altre Nazioni. I memoriali sorgono dove erano site le baracche delle SS (Schutzstaffeln – reparti di difesa).

Finché resterà in vita un solo sopravvissuto ai campi di sterminio, l’Olocausto continuerà a occupare il presente. Perché sono le cronache, non i libri di storia, a raccontare come per quei sopravvissuti i conti col passato non siano affatto chiusi. E’ importante riappropriarsi anche solo per poco dei sogni che animavano la loro giovinezza fino al giorno della deportazione. Il sogno interrotto del sardo Modesto Melis, originario di Gairo (Ogliastra) ma residente da una vita a Carbonia, si è realizzato, come ha raccontato la Nuova Sardegna.

Il giovane Modesto Melis era affascinato dal paracadutismo. Il coraggio non gli mancava e una decina di lanci bastarono per infiammare la sua passione. Il suo ultimo balzo nel vuoto avvenne 74 anni fa. Poi, improvvisamente, il cielo scomparve dalla sua prospettiva. Perché Modesto  si vide costretto a guardare sempre in basso nel lager di Mauthausen, in Austria. Per sedici mesi. Sopravvissuto allo sterminio, da oltre trent’anni Melis è impegnato nel ruolo di testimone dell’incubo, raccontando nelle scuole della Sardegna la sua esperienza da deportato durante la Seconda guerra mondiale. Ma si è sempre portato dietro il desiderio di tornare a indossare l’imbracatura e volare in alto per lanciarsi ancora una volta, lo ha rifatto alla bell’età di 95 anni.

25 aprile: liberi, tutti!

locandina delle iniziative del 25 aprileIl 25 aprile 2015 si celebra il 70° anniversario della Liberazione d’Italia. Come ogni anno a Torino il programma delle celebrazioni è vasto e prevede la tradizionale fiaccolata della Liberazione. Partenza giovedì 23 aprile alle ore 20.30 da piazza Arbarello.

ricordare per lottare

Gen Dalla Chiesa

“l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi, al richiamo alla fame e sete di giustizia”

Don Luigi Ciotti

Il 3 settembre 1982 venne ucciso a Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta, Domenico Russo. Piemontese della provincia di Cuneo aveva un’idea precisa della Mafia: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Stiamo ancora aspettando che questa semplice aspirazione di cittadino venga realizzata.

Domani 3 settembre, 32 anniversario della morte, il Comune di Collegno ricorderà il Generale nel luogo a lui dedicato dalla e nella Città, il parco dell’ex ospedale psichiatrico.