Una tragedia

Questa tragica situazione colpisce il cuore di ogni genitore che ripone le sue speranze nei figli e li supporta nelle loro scelte. Tragedie come questa sono in grado di travolgere una Vita. Mi auguro che i medici siano stati prudenti nella loro diagnosi e che Bortuzzo torni a nuotare, sia pure per diletto.
https://sport.tiscali.it/altrisport/articoli/promessa-nuoto-bortuzzo-no-camminare/

Verso il nuovo campionato di basket

Un’ala, dalla grande fisicità (201 centimetri per 104 kg), alla sua prima esperienza europea, nato a Milwaukee (USA) il 21 novembre 1991. Queste le note essenziali di Jamil Wilson, secondo americano che arriva nelle fila dell’Auxilium Cus Torino per la stagione 2016/2017.
Carriera giovanile presso la University of Oregon (Oregon Ducks) nel 2009/2010, poi dal 2011 al 2014 presso la Marquette University (Marquette G. Eagles). La sua prima formazione di club americana è stata quella dei Bakersfield Jam, in D-League (2014-2015). Lo scorso anno altra esperienza in D-League, per Jamil, con i colori dei Texas Legend. Quindi ha messo in mostra le sue performance nel Campionato portoricano, nelle fila dei Cangrejeros de Santurce, società con sede a San Juan e fondata nel 1956. Nell’ultima stagione in D-League percentuali di 15,3 punti a partita, 39,1% da tre e 53,1% da due, 5 rimbalzi a partita con circa 32 minuti giocati a match.Jamil Wilson

E’ l’ultimo arrivato in termini temporali nel roster dell’Auxilium Cus Torino 2016/2017, ha saputo immediatamente integrarsi con il resto della compagnia, come hanno testimoniato i primi suoi allenamenti torinesi al PalaRuffini, al quale ieri ha assistito un gruppetto di appassionati tifosi. Corre, suda, smista palloni, si impone per esuberanza fisica, Jamil. Alcune domande e chiare risposte, una delle quali colpisce per sincerità e voglia di far bene, senza presunzione alcuna:“Odio perdere, fin da quando ho iniziato da far sport e basket. Questa la motivazione per cui ho cambiato in corsa il College finendo nelle fila della Marquette University”.

Un biglietto da visita assolutamente interessante per chi ha voluto fortemente Torino e l’esperienza europea: “Avrei ancora avuto la possibilità di frequentare le sfere NBA in D-League – prosegue Jamilma le alternative erano decisamente interessanti, con Francia e Italia in testa. Ho voluto l’Italia anche perchè mia sorella che faceva danza c’era già stata con il College e me ne aveva parlato molto bene. La proposta di Torino mi è piaciuta, così il Progetto di crescita della Società. Ma si è trattato di un sì legato anche al fatto di volermi arricchire dal punto di vista personale, conoscendo un altro modo di vivere, una cultura profondamente diversa dalla mia”.

Un giocatore pensante, Jamil, in campo e fuori: “Sono ancora un po’ sofferente per il cambio di fuso – sottolinea – ma questo non mi ha impedito di andare alla ricerca di qualche scorcio della mia nuova città. Mi ha subito affascinato, per la bellezza delle vie del centro, l’austera architettura, la sua capacità di attrarre anche il turista”.
Parliamo di basket. Come ti sei trovato in questi primi giorni di allenamenti con gli altri compagni di avventura?: “Benissimo, e non è sempre così facile il primo approccio. Tutti siamo motivati a far bene e diamo il massimo per farci trovare pronti ai primi appuntamenti di stagione. Si parla molto inglese, ognuno con il proprio slang e anche questo è piacevole. Dei miei nuovi compagni conoscevo DJ White e Deron Washington per fama, con il secondo che era stato grande protagonista al College, e Tyler Harvey di cui ho sperimentato personalmente le qualità lo scorso anno quando l’ho visto da avversario mettere contro di noi 9 bombe in una sola partita”.

Cosa ti ha asciato l’esperienza del College dal punto di vista cestistico?:“L’idea che ogni possesso è importante, fondamentale per l’esito finale degli incontri”. Un concetto che si lega splendidamente al basket nostrano e che se abbinato al suo grido di “odio perdere” autorizza a ben sperare in chiave personale e Auxilium Cus Torino 2016/2017.

bandiere

Cesare Maldini

(Immagine tratta da Wikipedia)

Due mesi fa ci lasciò un grande uomo, i meccanismi strani della memoria me l’hanno riportato oggi, ho quindi deciso di ricordarlo quale rappresentante di quei calciatori bandiera di cui si sta perdendo traccia anche a causa del denaro e della troppa attenzione mediatica che ha oramai preso in mano il calcio e lo stanno lentamente stritolando.

Cesare Maldini nacque a Trieste nello storico quartiere della Servola nel 1932. Egli scelse e fu scelto dallo sport più popolare in Italia. L’esordio da calciatore con la Triestina avvenne il 24 maggio del 1953. Maldini, difensore di grande qualità dopo aver esordito passò al Milan e da difensore ha giocato fino al 1966.

Maldini è stato un rivoluzionario anche se molto egli deve all’arrivo al Milan di Gipo Viani, due anni dopo il suo esordio. Con lui Maldini vinse due scudetti. Cesare giocava “libero” con eleganza, intelligenza, luce, per se stesso e per i compagni. Sul campo di pallone Maldini ha dato e ha lasciato tanto, altrettanto ha fatto insegnando calcio.

Nel 1963, quando in panchina c’era Nereo Rocco, sollevò, dopo averla vinta, la Coppa dei Campioni. Resterà nella storia del calcio per i suoi successi con il Milan e con la Nazionale, ma anche per la sua umanità, le sue bonarie sfuriate così ben imitate da Teo Teocoli che ne ha fatto un eroe popolare, quando aveva terminato il suo ciclo attivo.

Cesare Maldini è stato una ‘bandiera’, figura che nel calcio sembra sempre più passare di moda, ma nella famiglia Maldini è valsa per ben due generazioni consecutive, prima lui, poi il figlio Paolo altro grande difensore e bandiera milanista.

Sempre al Milan (per non cambiare bandiera), nella Nazionale e in mille altre squadre, recentemente sembrava esserci da sventolare un’altra bandiera di nome Mario Balotelli. In realtà quella bandiera non è riuscita a salire sul pennone per ora… per sempre?

In effetti i bene informati ci raccontano che Marione Balotelli, rimasto fuori dalle convocazioni del ct Conte per gli Europei ed in attesa di conoscere il proprio futuro, si è concesso una vacanza per staccare la spina dopo l’ultima complicata stagione con il Milan: meta esotica per l’attaccante, con il fratello Enock si è rilassato a Dubai. Buon per lui che è sempre al centro dei riflettori, anche di quelli di calciomercato visto che il suo futuro è ancora un rebus: il Liverpool lo ha scaricato, il Milan non sembra intenzionato a confermarlo al termine del prestito e l’ingaggio da 6 milioni di euro netti a stagione frena molte pretendenti. Eppure c’è sempre chi è pronto a tendere una mano all’attaccante, Lazio e Besiktas chiamano a gran voce. Non sono però questi gli unici club interessati: anche il Galatasaray monitora mentre la Sampdoria spaventata dai costi resta più defilata. Insomma, c’è sempre chi è disposto a dare un’ultima chance a Balotelli. Altro giro altra bandiera: il $!

Sacrificio al Colle dell’Agnello

Vincenzo Nibali.jpg

Orgoglio, vittoria e lacrime per Vincenzo Nibali che in una delle tappe più dure del Giro d’Italia ha vinto per distacco la 19/a tappa del Giro d’Italia, da Pinerolo a Risoul di 162 km, una delle frazioni più dure della corsa rosa con la Cima Coppi ai 2744 metri del Colle dell’Agnello. Nibali ha preceduto lo spagnolo Mikel Nieve (Sky) giunto a 47″, e il colombiano Chaves, nuova maglia rosa, e terzo al traguardo con un distacco di 50″. Quarto Diego Ulissi con un ritardo di 1′. Esteban Chaves è la nuova maglia rosa del 99/o Giro d’Italia di ciclismo. Il colombiano adesso precede in classifica Vincenzo Nibali di 44″ e Steven Kruijswijk di 1’05”.

Sulla neve ghiacciata del Colle dell’Agnello, Steven ci ha lasciato il primato e a momenti ci lasciava pure l’osso del collo. Dove osano le aquile, rischiano, soffrono e piangono le umane genti. La discesa dai 2744 metri della Cima Coppi era appena iniziata e Vincenzo Nibali, dopo aver anche sofferto nei 21 km abbondanti di ascesa, ritrovava smalto, disegnando le curve come Giotto e tornando a sentire profumo di podio perché Valverde l’altitudine proprio non la tollera andando in difficoltà. Il rosso d’Olanda lo segue, forse troppo da vicino. Una nebbia spettrale, un asfalto viscido, un errore: piroetta in volo, un atterraggio tutto meno che morbido a cui seguono problemi meccanici e la comprensibile crisi dell’uomo che vede un sogno tornare di colpo impossibile. Kruijswijk disperato, i suoi compagni sono stati polverizzati dal forcing dell’Orica di Chaves sul colle dell’Agnello, cerca alleanze trasversali con soldati ormai stanchi e demotivati. E’ un leone, la maglia rosa: dà tutto ma non può bastare in una giornata del genere. La deve cedere al Colibrì Chaves che pensa “Ora siamo vicini a Torino e perchè no… Domani proveremo a fare il massimo, sicuro lasceremo la pelle sulla strada”.  Ma Vincenzo è tornato!

Auxilium Cus Torino resta in serie A

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Ieri sera, al Palaruffini di Torino, c’è stato il quarto d’ora più lungo dell’annata, per gli atleti e i tifosi dell’Auxilium Cus Torino: in campo, ma senza giocare, l’attesa del palazzetto tutto esaurito si è chiusa con il boato per le notizie, provenienti da Reggio Emilia, che certificavano la sconfitta della Virtus Bologna. La Manital si è salva grazie alla classifica avulsa, la Virtus conosce così la prima retrocessione sul campo della sua storia, un colpo durissimo per la V nera, ultima squadra italiana campione d’Europa. Accadde nel 2001, con il c.t. azzurro Ettore Messina e il grande Manu Ginobili.

Dieci giorni dopo il pomeriggio più brutto, la serata più bella. Stavolta il destino non è stato solo nelle mani gialloblù, ma tutto sommato va bene così per una squadra che per motivi vari non è stata mai tale. Ora abbiamo davanti le speranze per una nuova stagione più soddisfacente.

Il compleanno di un campione

Quagliarella

Festeggiare il compleanno di un Campione da parte di un tifoso, può sembrare piaggeria, apparire non sincero, ma nel caso di Fabio Quagliarella si tratta sopratutto di un uomo semplice e bravo, quindi dire buon compleanno Fabio!, risulta più sincero e particolare.

Ultimamente qualcuno ha accusato Quagliarella di non festeggiare i gol contro le sue tante ex squadre, come se avere ed esprimere sentimenti di riconoscenza fosse vietato. Noi tifosi della Juventus ce lo ricordiamo con affetto e siamo fieri che abbia indossato la maglia bianconera. Fabio Quagliarella, oltre ad essere un ottimo giocatore ha dimostrato negli anni juventini di essere un ragazzo di cuore, un uomo vero, semplice e maturo.

Infatti in tanti anni dentro e fuori lo spogliatoio e pure nella vita di tutti i giorni ha dimostrato che si può essere campioni di calcio e persone concrete, senza grilli. Attaccante capace di fare la prima punta, sia la seconda punta che l’attaccante esterno e qualche volta anche il trequartista. Possiede un tiro molto potente e preciso, che lo ha portato a segnare da grandi distanze, ed un buon colpo di testa. Dall’agosto 2010 all’agosto 2014, Quagliarella è stato alla Juventus ed ha contribuito a farla grande con la sua umiltà insieme agli altri campioni suoi compagni di squadra.

Poi è tornato al Torino restando a Torino come voleva; nel Toro ha fatto bei goal, spesso spiccando in un attacco non particolarmente prolifico.

Ora Fabio sembra di nuovo in partenza potrebbe giocare l’ultima partita col Toro, anche se pare difficile e, poi la firma con la Sampdoria. Basterà attendere la fine del mercato di gennaio per conoscere il suo futuro di calciatore. Di certo, non sarà un compleanno semplice per la punta napoletana che compie 33 anni di cui ben 8 trascorsi con la maglia granata addosso: tra formazioni giovanili, esordio in prima squadra e poi il ritorno clamoroso nel 2014 dalla Juventus.

Urbano Cairo e Massimo Ferrero sono molto vicini alla stipula di un accordo che dovrebbe prevedere circa 3 milioni al club granata che due anni fa lo pagò 3,5 milioni alla Juventus. Manca il “sì” del giocatore che si è riservato ancora qualche ora di riflessione prima di dire addio al Toro: per lui è pronto un contratto fino al 2018 alle stesse condizioni pattuite con Cairo.

din, don… Dan!

Peterson

80 anni battezzati il 9 gennaio… ma Dan Peterson dichiara che ancora oggi fa 20 minuti di tapis roulant alla mattina. La sua buona forma fisica la deve soprattutto a sua moglie che sa alimentarlo nel modo giusto. Comunque, quando gli anni vanno avanti, bisogna impegnare il più possibile il cervello. Infatti Dan fa sempre i cruciverba in inglese sul New York Times e in italiano sulla Settimana Enigmistica. Gli risulta molto difficile, ma sta migliorando tantissimo, dopo 40 anni di esercizio. Inoltre scrive, fa televisione, non riuscirebbe mai a smettere di lavorare e viaggiare. Riportiamo un’estratto d’intervista per conoscerlo meglio, ammesso che ce ne sia bisogno.

C’è qualche momento di vita, qualche insegnamento, che le è rimasto impresso?

«Le persone con cui ho lavorato, i miei capi, mi hanno spesso trasmesso esempi e messaggi importanti. Ne ricordo uno per tutti: ero in Cile, allenatore della nazionale, il presidente della federazione era Guillermo Rodriguez, un importante medico. Io cercavo, come sempre, di dare il massimo e spronare i miei ragazzi. Un bel giorno mi dice “Hei, Gringo (detto simpaticamente), sai qual è il problema? Tu sei abituato ad andare a 100 all’ora, noi siamo abituati ad andare a 10. Adesso stiamo andando tutti a 50 all’ora e nessuno è contento”. In quel momento ho imparato che ci vuole pazienza, l’imperativo è uno solo: ‘farsi amare’. Quella è stata per me una lezione di vita impartita con grande tatto e umanità».

“Non sono qui per insegnarvi a giocare a basket, sono qui per insegnarvi a lavorare in
allenamento”. Queste sono le parole che lei pronunciò nel ’73, durante il suo primo allenamento in Italia. Quanto conta per lei l’etica del lavoro?

«E’ tutto: poche parole, molta azione. Il mio credo è sempre stato la preparazione atletica, l’allenamento duro. I giocatori mi odiavano per questo. Nell’86-87 avevo in squadra il mitico Bob McAdoo e facevamo 45 minuti di atletica sul campo e McAdoo odiava farlo. Ma abbiamo vinto Coppa Italia, Scudetto e Coppa dei Campioni. Io mi ritiro e l’anno successivo la squadra, con McAdoo, Meneghin e D’Antoni perde lo scudetto. Ci ritroviamo una sera a cena, con le rispettive mogli e McAdoo mi dice: “Dan, sai perché non abbiamo vinto? Non abbiamo fatto le sedie”. Io infatti mettevo quattro sedie agli angoli del campo per questo allenamento. Queste per me sono le grandi soddisfazioni, che alla fine i giocatori si rendono conto che tutto questo lavoro duro rende».

E’ vero che il basket sta diventando molto più fisico? E’ un bene o un male?

«E’ vero, purtroppo. Io vorrei arbitraggi molto più severi. Quando cinque anni fa per mezza stagione ho allenato l’Olimpia ho trovato un basket molto più fisico, più difensivo, meno tecnico, meno veloce, più statico. Sicuramente molto meno bello da vedere. E non solo in Italia, anche negli States, dove io scrivo sui blog definendolo basket degli anni ’40. Pochissimi ragazzi oggi hanno il famoso tiro in sospensione, dove il giocatore va in aria e fa canestro. E’ stata la cosa più bella mai inventata e ora sta scomparendo».

Vince di più la squadra che ha la miglior difesa o il miglior attacco?

«Chi vuole far colpo con una frase a effetto dice che in attacco si vince la partita, in difesa si vince il campionato. In realtà servono entrambe. Io volevo una difesa semplice, famoso il nostro 1-3-1. Sembrava una cosa complicata vederla in campo, quasi la coreografia di un balletto alla Scala, invece era uno schema semplicissimo. Nella metà campo un uomo in punta, due sull’ala, uno centrale e l’altro in coda».

Mi è parso giusto omaggiare un uomo di sport e di vita in questo luogo dedicato alla memoria. Che ve ne pare?

solidarietà

monumento Coppi Bartali Collegno

In occasione del 30° anniversario della A.S.D. BORGONUOVO di Collegno è stato inaugurato, ieri 16 gennaio 2016, in Piazza Avis, il monumento progettato da Ottorino Cirella, bello ed efficace nella sua semplicità. L’inaugurazione è stata emozionante soprattutto grazie alla partecipazione dei figli dei due campionissimi Coppi e Bartali.

I due grandi ciclisti sono rappresentati nella plastica posizione del momento dello scambio della borraccia immortalato da una celebre fotografia. I due pur essendo acerrimi rivali, diedero vita a un momento di solidarietà raro anche nello sport il quale dovrebbe insegnare proprio ad essere solidali oltre che rivali per il conseguimento della vittoria.

La POLISPORTIVA BORGONUOVO, ora denominata A.S.D. BORGONUOVO, fondata nel 1975 è affiliata alla F.C.I. e alla U.I.S.P. Conta circa 300 soci. Aldilà del nome assunto, da parecchi anni concentra la propria attività sportiva sul CICLISMO.

Dalla fine degli anni ‘80 grazie alla lungimiranza dell’allora Presidente Sergio MARTINI, la POLISPORTIVA BORGONUOVO ha esteso il suo impegno anche nella scuola, affiancando agli Insegnanti di Educazione Fisica delle scuole medie di Collegno i suoi Direttori Sportivi per una serie di lezioni gratuite.

Ogni anno nel mese di dicembre la Polisportiva organizza il TELETHON CICLISTICO.
Con il patrocinio del comitato Piemontese di Telethon, un gruppo di ciclisti della zona torinese percorre un percorso da SUSA fino ad ALBA passando lungo il tragitto nei Comuni e nelle Scuole, per raccogliere fondi e manufatti dei ragazzi allo scopo di sensibilizzare la popolazione alla solidarietà nella lotta contro le malattie genetiche.

Coppi e Bartali

Il dono del ricordo

l ultima curva

Fuori da ogni ricorrenza o anniversario, l’idea di ricordare quel lontano 29 maggio 1985 mi è tornata in mente, dopo aver visto la puntata, del 2 gennaio 2016, della nota trasmissione televisiva di Rai Uno “Il dono”, condotta per l’occasione da Paola Perego.

Un dono, fra gli altri della puntata, è stato il racconto di Vittorio che, allora sedicenne tifoso juventino, fu coinvolto insieme al padre Leopoldo nella tragedia che, riguardò tifosi inglesi ed italiani, durante la finale di Coppa dei Campioni disputatasi, allo Stadio Heysel di Bruxelles, il 29 maggio del 1985 fra Juventus e Liverpool. Degli incidenti sappiamo oramai tutto. Leopoldo, ferito nel terribile parapiglia che anticipò la Finale, venne soccorso da un tifoso del Liverpool, Jeff Conrad, che gli prestò i primi semplici soccorsi, lo mise disteso per facilitarne la respirazione spontanea, gli diede da bere acqua per lenire lo spavento. Quando capì che poteva andarsene riprese la sua strada. Vittorio poteva cavarsela da solo per i successivi soccorsi a Leopoldo. Gli anni sono passati, ma il desiderio di rivedere il salvatore ha coinvolto padre e figlio fino ad avvalersi dei mezzi della trasmissione televisiva per ritrovare e abbracciare Jeff, la cosa naturalmente è avvenuta ed è stata registrata dalle telecamere. I due hanno donato a Jeff la maglietta con il numero di Platini (il 10) che Vittorio indossava quella sera. Jeff a sua volta ha regalato a Vittorio la sciarpa del Liverpool con scritto ‘non camminerete mai soli’.

Molti sono i libri pubblicati sulla tragedia, cito fra gli altri, per averli letti: “Quella notte all’Heysel” di Emilio Targia ed. Sperling &Kupfer e “Il ragazzo con lo zaino arancione” di Francesco Ceniti e Alberto Tufano ed. Gazzetta dello Sport, entrambi pubblicati nel 2015 a ricordo del trentennale della tragedia.

Quello che più mi ha coinvolto personalmente è “L’ultima curva” di Nereo Ferlat. Nei primi giorni di giugno del 1985 il mio amico e collega Nereo Ferlat, scosso dagli eventi straordinari che gli erano accaduti a cominciare dal pomeriggio del 29 maggio 1985 a Bruxelles, mi chiese di scrivere qualche riga su quell’avvenimento tragico e terrificante che porta il nome di strage dello stadio Heysel.

Accettai di buon grado perché ero rimasto estremamente colpito ed addolorato da quell’avvenimento che aveva tolto la vita a 38 persone (aumentate successivamente a 39) e spento i miei sogni di tifoso. Dovevo attendere il 1996 per vedere vincere alla Juventus la sua prima Coppa dei Campioni. Oggi la chiamano Champions, ma per me resta sempre Coppa dei Campioni d’Europa. Scrissi allora le mie impressioni, un paio di pagine dattiloscritte, niente di più, ma non le lasciai pubblicare, forse pensavo di dover rinunciare definitivamente a qualcosa di mio. Conservai quei fogli e li usai come segnalibro quando Nereo mi consegnò una copia de “L’ultima curva”. Credo che siano ancora li, ma non trovo più il libro che sicuramente giace nei cartoni di un trasloco di vent’anni fa. Non ci ho messo tanto a procurarmi una copia della riedizione del libro, appena l’ho saputo, edizione rinnovata ed accresciuta di testi e molte immagini significative per i tipi della NovAntico Editrice.

Un’altra occasione di memoria. In effetti a oltre trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza di migliaia di tifosi juventini che hanno passato e passano il testimone del ricordo alle generazioni successive, fa sì che i 39 Angeli dell’Heysel siano sempre al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti, come me, che ne tramandano la memoria senza stancarsene i Martiri dell’Heysel sono destinati a rimanere con noi finchè ci saremo.

Naturalmente la nuova edizione del libro di Nereo Ferlat “29-5-1985 “Z” – L’ultima curva” farà la sua parte per conservare questa memoria. Il libro ha una prefazione scritta da Beppe Franzo, il quale ha voluto riprendere e sottolineare la frase “Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre” riportata anche dai tifosi dello Stadium sullo striscione che hanno dedicato ai 39 morti all’Heysel durante la partita dello scorso campionato, giocata in casa dalla Juventus contro il Napoli e vinta per 3 a 1.

Fra l’altro, nella nuova edizione, si può leggere la poesia “39 angeli all’Heysel” di Domenico Laudadio, il gestore del sito della memoria dell’Heysel. Inoltre è presente una scelta di riproduzioni fotografiche di giornali dell’epoca e le fotografie di quella triste giornata scattate da Paolo Gugliotta, fotografo della polizia scientifica di Roma. Molte buone ragioni per leggerlo e conservarlo.

Iniziato il campionato di Basket Serie A

AUXILIUM CUS TORINO battuta da GRISSIN BON REGGIO EMILIA AL PALARUFFINI 96-72

05/10/2015

Un colpo d’occhio spettacolare al PalaRuffini per inaugurare il ritorno della serie A dopo 22 anni, grande entusiasmo sugli spalti “fino alla fine”!

Nella prima giornata di campionato la Manital Torino affronta i vice campioni d’Italia della Grissin Bon Reggio Emilia e l’appassionato pubblico torinese si fa trovare pronto colorando di giallo e blu il palazzetto. Un match durissimo sulla carta e sul campo, ma i torinesi l’affrontano con determinazione e orgoglio, senza arrendendersi mai. Alla fine i ragazzi di coach Menetti, grazie alle ottime percentuali da fuori area e al ben rodato gioco di squadra, hanno la meglio per 96-72.

Cronaca

I primi due punti della partita sono gialloblu: una splendida azione a tre tra Mancinelli-Dawkins-Ebi permette alla Manital di portarsi sul 2-0 dopo un minuto. I reggiani ci mettono poco ad accendersi e per i primi minuti, grazie ai tiri di Dawkins e Miller e alla buona circolazione di palla di Reggio Emilia, il match prosegue in equilibrio. Qualche palla persa dei torinesi e due triple di Aradori portano i ragazzi di coach Menetti sul +7 a 3’40” dal termine. Una splendida tripla di Ivanov e un gioco a tre di Robinson (canestro più fallo) accorciano le distanze e la prima frazione si chiude 15-20.

Della Valle apre il secondo quarto prima con una bomba e subito dopo ruba palla e concretizza da solo in contropiede. Dopo un momento di blackout per i padroni di casa Mancinelli sale in cattedra e prende per mano la squadra; il numero 6 gialloblu sfoggia il suo fenomenale gancio sinistro, smista palloni e serve assist che riportano la Manital a contatto (22-28 a 6’23”). Lavrinovic firma 4 punti pesanti che portano la Grissin Bon in doppia cifra di vantaggio. È ancora Mancinelli a dare una boccata di ossigeno ai torinesi con una tripla, ma Reggio Emilia è ben rodata e con pazienza e un ottimo lavoro in difesa chiude la prima metà di partita sopra di 16 (28-44).

Al ritorno dalla pausa lunga Torino firma un parziale di 6-0 e torna sul -10, ma ancora una volta il grande gioco di squadra e il talento individuale dei reggiani arresta il tentativo di recupero dei padroni di casa. I ragazzi di coach Bechi sono bravi a rimanere a contatto ma poco possono contro le altissime percentuali da 3 e la grinta difensiva degli avversari; il quarto si chiude 54-66.

Nell’ultimo periodo i ragazzi di coach Bechi non si arrendono, ma è ancora un caldissimo Della Valle, dall’arco, a tenere a distanza di sicurezza i torinesi. La difesa ospite limita molto bene l’attacco dei torinesi, che accusano un passaggio a vuoto e si trovano sotto di 20. Negli ultimi minuti l’andamento cambia poco e alla sirena la Manital è costretta ad arrendersi.

MANITAL TORINO – GRISSIN BON REGGIO EMILIA 72-96

Torino:

Ivanov 10, Giachetti 5, Mancinelli 16, Rosselli 2, Fantoni, Robinson 10, Mascolo ne, Dawkins 2, Miller 9, Ebi 18; all. Bechi

Reggio Emilia:

Aradori 20, Polonara 19, Lavrinovic 11, Della Valle 17, De Nicolao, Pechacek 4, Veremeenko 8, Kaukenas 15, Silins, Gentile 2; all. Menetti

IVANOV

Dejan Toskov IVANOV, ha trasmesso entusiasmo al pubblico.