Amo Salvini perché è un uomo semplice

Mi piace perché non mi piace Salvini-

Al di là del Buco

Giuro che non vi capisco, gente. Opposizione, femminismo, diritti lgbt, antirazzismo. Ma perché affaticarsi tanto? Ho deciso: io amo Salvini. Così come amavo il mio ex marito che ogni tanto cercava di uccidermi. Ma lo faceva per amore, no? I rapporti morbosi sono una bella cosa dopotutto. Anche se per un pelo non sono rientrata tra le statistiche dei femminicidi.

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a bocce ferme

Costituzione della Repubblica Italiana

Nessuno che spieghi perché sprecare due anni di energie politiche in un pateracchio impresentabile, in fondo è così palese, si trattava di una cortina fumogena per nascondere provvedimenti economici di destra neanche tanto liberale. Quelli restano però.

Con il voto partecipato di ieri, la Costituzione è stata salvata da una riforma maldestra e pericolosa. Chi l’ha buttata in politica ha perso. La Costituzione e le sue riforme vanno condivise così come si condividono le regole quando si gioca a scopa. Così solo per chiarire.

Noi diciamo NO!

Il 4 dicembre saremo chiamati a scegliere se accogliere o respingere la Riforma Costituzionale del Governo Renzi che modificherebbe in maniera corposa l’assetto delle Istituzioni, la forma di governo, la natura della nostra democrazia. Noi, avendola letta e studiata a questa riforma diciamo NO e vi invitiamo a fare lo stesso: non esistendo il quorum ogni voto può essere decisivo.

Il nostro è un NO di merito, anche se il clima avvelenato innescato dallo stesso capo di governo sarebbe sufficiente per bocciare un intervento così pesante sulla Costituzione.

La Riforma crea un Parlamento asservito al Governo: il mix tra riforma costituzionale e legge elettorale fa sì che il partito che vince il ballottaggio pur con una bassa rappresentatività (purché abbia anche solo un voto in più del secondo) si aggiudica 340 seggi, ovvero la maggioranza assoluta alla Camera, l’unica a dare la fiducia al Governo. La Riforma non abolisce il Senato, elimina la possibilità che sia eletto dai cittadini.

Il nuovo Senato sarà composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Capo dello Stato. In questo modo 95 amministratori avranno un doppio lavoro, l’immunità parlamentare, una diaria, il rimborso forfettario delle spese generali da sommarsi al rimborso delle spese per l’esercizio di mandato. Il problema non è solo nel costo (il decantato risparmio, ancora da verificare, si aggira intorno ai 50mln di euro, molto meno della spending review promessa e mai effettuata dal Governo Renzi). Non è solo una questione di costi: la riforma così innescata comporta la creazione di un Senato la cui composizione è destinata a variare costantemente ad ogni elezione regionale o comunale che coinvolga i rappresentanti locali con doppio incarico.

Il procedimento legislativo, in barba ai proclami di velocità e semplificazione, si complica – si contano fino a 10 procedimenti differenti – e contribuisce ad accentrare potere nelle mani del Presidente del Consiglio che, oltre a disporre del Parlamento che diventa sua appendice, può, con l’istituto del “voto a data certa”, garantire una corsia preferenziale ai disegni di legge del governo.

Ma c’è un elemento che più di altri compromette la qualità della nostra democrazia: il nuovo articolo 117 C ridisegna le competenze dello Stato e delle Regioni attribuendo molti poteri allo Stato, dall’energia alla tutela di ambiente e paesaggio, e introduce la ‘clausola di supremazia’ per cui le Regioni potranno essere scippate di qualsiasi competenza in nome di un discrezionale ‘interesse nazionale’ (grandi opere, gasdotti, ponti, trivellazioni).

La Riforma Renzi Boschi é stata voluta dalle grandi banche e dalla finanza speculativa che pretendono riforme istituzionali per ridurre il peso dei parlamenti e dei cittadini, per poter applicare le politiche di austerità, privatizzare acqua, scuola, sanità e servizi essenziali, precarizzare il lavoro senza i vincoli che derivano della sovranità popolare. Noi diciamo No e vi chiediamo di fare lo stesso perché vogliamo cambiare radicalmente l’Italia, a partire dalle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini e cittadine. E basterebbe applicare i principi fondanti della nostra Costituzione per incominciare a farlo.

Per questo il 4 dicembre vi chiediamo di votare NO, per non accentrare il potere nelle mani di pochi, per tutelare la nostra democrazia, la nostra Casa Comune. I governi passano, le Costituzioni restano.

postino

Verso il 25 aprile con speranza!

 Ai tempi della seconda guerra mondiale Collegno era una  cittadina di soli 10.000 abitanti, a dispetto dei 50.000 odierni, ma nonostante la piccola dimensione la lotta partigiana attecchì molto, tanto che Collegno pagò la partecipazione alla resistenza con 95 caduti tra l’8 settembre 1943 e il 2 maggio del 1945.
Una figura importante fu Arturo Bendini: eletto sindaco di Collegno nel 1920 con il Partito Socialista Italiano, aderì al Partito Comunista Italiano l’anno successivo. In quel medesimo inverno venne incarcerato e liberato perché i vertici del suo partito lo candidarono come deputato in Parlamento. Bendini fu eletto, ma nel 1927 venne nuovamente arrestato e processato dal Tribunale Fascista che lo condannò a vent’anni di reclusione. Riuscì ad evitare la galera scappando in Francia, paese in cui aderirà alla lotta partigiana con il soprannome di “Rossi”. Bendini trovò la morte in battaglia il 13 luglio del 1944 a Carmaux. A lui venne assegnata la Legion d’Onore. Inoltre a Collegno è tuttora presente la casa che fu di Luciano Moglia, partigiano caduto durante la Resistenza e principale fautore degli scioperi operai del marzo 1943. La casa si trova in Viale Gramsci ed  espone all’esterno una targa in ricordo di Luciano Moglia.
La città di Collegno è tristemente nota per l’eccidio dei 68 martiri tra il 29 e il 30 aprile del 1945, quando dunque la liberazione era già avvenuta. La strage di Grugliasco e Collegno fu un eccidio perpetrato dai nazisti in ritirata verso civili e partigiani di queste cittadine. I responsabili della strage facevano parte della 34ª Panzer Division del generale Hans Schlemmer, divisione che operava prevalentemente in Liguria e che si era già distinta per gravi efferatezze. L’esercito tedesco era prossimo alla resa e la colonna avrebbe dovuto ritirarsi aggirando il capoluogo piemontese per cercare di raggiungere il Brennero. I nazisti, una volta arrivati a Grugliasco, cominciarono la rappresaglia sui civili. Fra le vittime compaiono anche il segretario comunale del comune di Grugliasco e il parroco. L’ultimo corpo trovato senza vita fu quello di Romano Dellera, ragazzo grugliaschese di soli 13 anni, giustiziato a abbandonato nel cimitero di Rivoli il 1 maggio 1945. Per questo eccidio la città di Collegno è stata insignita della Medaglia d’argento al merito civile il 18 aprile 2008.

Quest’anno il 25 aprile è celebrato anche nel segno dei 70 anni del Voto alle donne.

La Città di Torino ha organizzato un folto programma di incontri, dibattiti, spettacoli. Ecco la testimonianza di una delle tante donne che partecipò alla Resistenza, tratta dal film di Elisabetta Sgarbi «Quando i tedeschi non sapevano nuotare»:

“ERA IL 18 FEBBRAIO DEL 1945, L’APPUNTAMENTO ERA PER LE 10 DI MATTINA IN PIAZZA. FU LÌ CHE TROVAI LE DONNE. SI AVVICINÒ LA MIA AMICA SILVANA: «Dobbiamo fare una cosa noi donne mi disse però bisogna avere pazienza e stare attenti con chi si parla, perché questa cosa deve riuscire. Avvicina le persone per bene, che sai come la pensano, e chiedi di fare un po’ di passaparola, perché la cosa si allarghi, perché dovremo essere in tante.»
E fu così che tutto cominciò. Con tanta titubanza e tanta paura fu così che quella domenica mattina, il 18 febbraio, ci trovammo verso le dieci. Fu anche difficile per me uscire, dovevo raccontar bugie a mia madre, perché in casa nessuno sapeva che facevo parte di questa organizzazione. Insomma, quel mattino, in tre, io, Silvana e Vittorina Dondi, che abitava a Ospitale sulla strada che porta a San Biagio verso la foce del Po, siamo partite. (…) E fu così: lei con un cartone con scritto sopra «Vogliamo pane, abbiamo fame, basta con la guerra!», siamo partite. (…)”