Amo Salvini perché è un uomo semplice

Mi piace perché non mi piace Salvini-

Al di là del Buco

Giuro che non vi capisco, gente. Opposizione, femminismo, diritti lgbt, antirazzismo. Ma perché affaticarsi tanto? Ho deciso: io amo Salvini. Così come amavo il mio ex marito che ogni tanto cercava di uccidermi. Ma lo faceva per amore, no? I rapporti morbosi sono una bella cosa dopotutto. Anche se per un pelo non sono rientrata tra le statistiche dei femminicidi.

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27 gennaio

giornata-della-memoria

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche liberarono il lager di Auschwitz e aprirono gli occhi del mondo sulla deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei, oppositori politici, zingari, omosessuali. Dal 2000, una legge dello Stato ha proclamato il 27 gennaio “Giorno della Memoria”. Ogni anno, intorno a questa data, diversi tipi di commemorazione aiutano a non dimenticare il passato.
A Torino un ricco calendario di iniziative è promosso e sostenuto dal Consiglio Regionale del Piemonte – Comitato Resistenza e Costituzione, dal Consiglio Provinciale di Torino – Comitato Resistenza e Costituzione e dalla Città di Torino, con il coordinamento del Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.
Programma completo su museodiffusotorino.it

 

  • Cari amici, qui dico amici
    Nel senso vasto della parola:
    Moglie, sorella, sodali, parenti,
    Compagne e compagni di scuola,
    Persone viste una volta sola
    O praticate per tutta la vita:
    Purché fra noi, per almeno un momento,
    Sia stato teso un segmento,
    Una corda ben definita.
    Dico per voi, compagni d’un cammino
    Folto, non privo di fatica,
    E per voi pure, che avete perduto
    L’anima, l’animo, la voglia di vita.
    O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
    Che mi leggi: ricorda il tempo,
    Prima che s’indurisse la cera,
    Quando ognuno era come un sigillo.
    Di noi ciascuno reca l’impronta
    Dell’amico incontrato per via
    In ognuno la traccia di ognuno.
    Per il bene od il male
    In saggezza o in follia
    Ognuno stampato da ognuno.
    Ora che il tempo urge da presso,
    Che le imprese sono finite,
    A voi tutti l’augurio sommesso
    Che l’autunno sia lungo e mite.

    Primo Levi, 6 dicembre 1985

 

il mondo impuzzolisce

charlie_hebdo_2016

“Come continuare a fare il giornale? A darci la forza è stato tutto ciò che avevamo costruito in 23 anni. Non saranno due stronzetti incappucciati a mandare all’aria il lavoro di tutta la nostra vita. Non saranno loro a far crepare Charlie. È Charlie che li vedrà crepare”.

Ha scelto il giorno dell’anniversario della strage di Charlie Hebdo un ventenne di origini marocchine che ieri ha cercato di introdursi all’interno di un commissariato a Parigi.  Il tentativo è stato subito fermato. Erano le 11,30 quando ha urlato  “Allah Akbar”, tentando di aggredire un agente. Voleva vendicare le vittime siriane, ma è stato ucciso dai proiettili della polizia. Aveva una cintura esplosiva finta, un’imitazione, un coltello, un pezzo di carta con disegnata la bandiera dell’Is e una rivendicazione manoscritta in arabo. Nel testo parlava della sua volontà di “vendicare i morti in Siria”, e giurava fedeltà all’autoproclamato califfo dell’Is.

Ora si cerca di fare luce sull’identità dell’uomo ucciso dagli agenti. Mi pare si sia perso l’equilibrio sia in un senso che nell’altro, il mondo impuzzolisce ogni giorno di più, lo diceva già la buonanima di mio nonno durante la mia oramai lontana infanzia.

Povera l’Italia che si mette anche contro Gianni Morandi

Povero Morandi

Siamo oramai al punto che Gianni Morandi è causa di divisione degli italiani in due fazioni. Le urla e le risse su qualsiasi tema del giorno infuriano sui social,  la pancia continua a prevalere sul cervello. Il fatto risale all’altro ieri ma continua a montare. Dunque è successo questo: Gianni Morandi mette su Facebook due foto a confronto, una in bianco e nero che ritrae gli italiani che partono per il mondo a cercare fortuna all’inizio del Novecento, e una a colori con i profughi del Mediterraneo dei giorni scorsi. Sopra le foto il Gianni nazionale scrive: «A proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria verso l’America, la Germania, l’Australia, il Canada… con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo, con le umiliazioni, le angherie, i soprusi e le violenze che hanno dovuto sopportare! Non è passato poi così tanto tempo». Tutto qua. Niente di che e soprattutto niente di divisivo. Solo una frase di buon senso. Gli insulti a Morandi in rete ci dicono, almeno due cose. La prima è che il tema dell’immigrazione è un nervo scopertissimo, reso sensibile anche da una sciagurata miscela di demagogia messa in campo dalla destra fascista di Salvini da una parte e di pregiudizi della massa silenziosa (ma non tanto) dall’altra. Ma la seconda, forse più importante perché riguarda il nostro esserci imbarbariti su tutto e non solo sull’immigrazione, chiama in causa quell’ormai immensa fogna a cielo aperto che spesso è il web, una piazza virtuale dove ciascuno può offendere e insultare senza timore di essere guardato negli occhi né tantomeno schiaffeggiato; quasi sempre senza nemmeno essere identificato. La tecnologia e l’elettronica che mettiamo in tasca, ad esempio, insieme a un cellulare, sono il dio di questo tempo. Gran bella cosa, che può aiutarci moltissimo, ma troppo spesso dimentichiamo che dietro le macchine a touch ci sono e ci saranno sempre gli uomini, con i loro pregi e i loro difetti. In mezzo ai difetti primeggia il razzismo con il suo contorno di fascismo ideologico, la vigliaccheria, che forse è peggio, la fa da padrona. Italiani abbiate un rigurgito di intelligenza altrimenti siamo destinati ad avere ricorsi storici negativi che avevamo messo da parte con i padri costituenti succeduti ai partigiani. A tal proposito ricordiamo che domani è il 25 aprile, esponiamo almeno la bandiera nazionale così come facciamo per i mondiali di calcio (o gli europei), se proprio non possiamo partecipare al tantissime (grazie a Dio ancora tante) manifestazioni celebrative.

Povero Morandi 1

Silvano, non valevole CICCIOLI

Per ricordare Enzo Jannacci, senza che ricorra un’occasione particolare o una scadenza, se così vogliamo dire, ecco un testo della maturità, che fa parte del filone del non sense di Jannacci. Un testo, recuperato dal repertorio di Cochi e Renato, con allusioni ironiche a pratiche sessuali insolite. Uno dei tanti riff intramontabili che dobbiamo a Enzo Jannacci.

Silvano

A vunn, a du, a tri…
il titolo è amami:
amami e sgonfiami
e amami, sdentami, stracciami, applicami
e dopo stringimi
dammi l’ebbressa dei tendini
oh yeah
prendimi, con le tue labbra caressami
Rino, non riconosco gli aneddoti
e sfiondami spostami tutte le efelidi
aprimi, picchiami solo negli angoli
oh yeah
Brivido, no non distinguo più i datteri
Silvano non valevole Ciccioli
Silvano mi hai lasciato sporcandomi
e la gira la gira la roda la gira
e la gira la gira la roda la gira
e la storia del nostro impossibile amore
continua anche sensa di te
Silvano non valevole Ciccioli..te!
Silvano mi hai sporcato girandoti
e la gira la gira la roda la gira
e la gira la gira la roda la gira
e la storia del nostro impossibile amore
continua anche sensa di te..te!
E allora amami
amami, stringimi, sgonfiami, amami
e allora amami,
sdentami, stracciami, applicami,
amami
e stringimi
dammi l’ebbressa dei tendini,
prendimi con le tue labbra fracassami
oè oè
Rino
sfodera, scuse plausibili,
girati, scaccia il bisogno del passero
lurido, soffiati il naso col pettine
Everest, sei la mia vetta incredibile
Silvano non valevole Ciccioli
…………

Enzo Jannacci fu autore di testi anche per Cochi e Renato, per il celebre duo scrisse nel 1978 “Silvano”, una canzone che interpretò personalmente nel 1980, divenne il lato B del singolo “Ci vuole orecchio”.
“Silvano” é un pezzo che parla di una nemmeno troppo velata storia d’amore gaia.

Dire che le strofe abbiano un senso sarebbe un nonsense (appunto).
“Silvano”, infatti, snocciola parole buffe e musicali, quasi a voler anticipare lo stile di un futuro paroliere, Pasquale Panella, che nel 1986 Lucio Battisti avrebbe condotto alla ribalta con il suo “Don Giovanni”.
“Amami, sdentami, stracciami, dammi l’ebrezza dei tendini”, recita il testo, introducendo la figura di un soggetto, tale Rino, che non ci é ben dato di sapere chi é.
“Schiodami, spostami tutte le efelidi” prosegue Enzo, arrivando a complicare ulteriormente le cose con il ritornello che dice “Silvano non valevole ciccioli”.
Il grande Jannacci la storia l’ha raccontata presentando la canzone durante un concerto: il padre di Silvano quando lo registrò all’anagrafe disse all’impiegato che l’avrebbe voluto chiamare Silvano e un altro nome; l’impiegato che non capì quale, scrisse “non valevole” e quello diventò il secondo nome del povero Silvano.
Ma ecco che nella seconda strofa ritorna il misterioso Rino, con cui probabilmente il protagonista sta cercando di scordare il suo amore infelice, al quale dice, senza tanti mezzi termini, “girati, scaccia il bisogno del passero”.
Ok, Dottor Jannacci… va bene che eravamo nei dintorni del Derby (che era praticamente il nonno di Zelig), però c’è un limite anche ai doppi sensi.
E poi non le sembra di essere un po’ megalomane quando, millantando dimensioni alla Rocco Siffredi, canta “Everest, sei la mia vetta incredibile? Ma va la, va la… ipocrita bacchettone! (questo sarei io)

“Silvano” è un pezzo divertente ed irriverente. Inutile volergli attribuire chissà quali significati. Va preso per quello che è, con la sua goliardia e la sua voglia di parlare di diversità con quei toni allegri e scanzonati, per sdrammatizzare, in tempi ancora pregni di oscurantismo sull’argomento omosessualità.

E questo sì che era puro genio. Oh, yessss!

EJ

apologia dell’ignoranza

Cincinnato

Nella zona nord di Torino è stata distrutta la lapide dedicata ai martiri delle foibe. L’attentato è avvenuto a due giorni dal Giorno del ricordo, che commemora proprio le vittime dei massacri delle foibe.

La targa era stata eretta nel cuore del quartiere di Lucento in ossequio alla storia e alla cultura della più numerosa comunità istriana di Torino che negli anni ’50 si raccolse nel Villaggio Santa Caterina.

Non è la prima volta che viene distrutta. Era già successo nel 2011, anche in quel caso a ridosso del Giorno del ricordo. Danneggiata a martellate, era stata anche imbrattata con la scritta «Carogne, tornate nelle fogne», accompagnata dalla lettera “A” cerchiata, simbolo degli anarchici.

Riparata e rimessa al suo posto, oggi è stata nuovamente distrutta. «Ancora una volta l’odio e l’ignoranza colpiscono al cuore l’orgoglio dei tanti torinesi esuli dall’Istria e dalla Dalmazia, fuggiti decenni addietro dall’orrore delle foibe», è la denuncia di Augusta Montaruli e Maurizio Marrone, consigliere regionale e comunale di Fratelli d’Italia, che hanno organizzato un picchetto di solidarietà nel luogo in cui si trovava la targa.

Ecco che un avvenimento sancito dalla nostra legge come il giorno del ricordo diventa occasione di speculazione politica e rivendicazioni ignoranti la Storia da parte fazioni politiche contrapposte il cui interesse si dimostra lontano da quello che è l’occasione di ricordo. Almeno diecimila persone, negli anni drammatici a cavallo del 1945, sono state torturate e uccise a Trieste e nell’Istria controllata dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. In gran parte, vennero gettate, molte ancora vive, dentro le voragini naturali disseminate sull’altipiano del Carso, le “foibe”. Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta, sufficientemente chiarito gli avvenimenti la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta ed oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.

foibe

presentazione del libro “Gli italiani di Crimea”

Invito

Della tragedia degli Italiani di Crimea se ne parlerà alla Provincia di Milano, in corso Monforte 35, il 26 gennaio con la presentazione del libro dal titolo “GLI ITALIANI DI CRIMEA Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio.” Il libro è stato realizzato a cura del prof. Giulio Vignoli, docente di diritto internazionale alla Università di Genova, che ha il merito di aver scoperto questa comunità circa 30 anni fa e di aver denunciato il disinteresse mostrato dalle nostre Istituzioni nei loro confronti, un disinteresse che nonostante le numerose attività di studiosi e di Associazioni, fra cui l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano, che ha organizzato un convegno, una cerimonia per ricordare i 70 anni dalla deportazione l’invio di una delegazione a Kerch il 29 gennaio dell’anno scorso e favorito la presenza di alcuni discendenti dei sopravissuti alla “festa del ritorno” svoltasi l’estate scorsa a Bisceglie (Bt)

I fatti narrati accadevano dopo più di 100 anni dai primi movimenti di emigrazione che avevano portato agli inizi dell’800, per lo più dalle sponde pugliesi di Bari, Trani, Bisceglie e Molfetta, pescatori e contadini in Crimea, tolta dagli zar ai turchi e bisognosa di ripopolazione. Oggi la comunità italiana di Crimea, ridotta ormai a circa 300 componenti, una pallida idea di quella di un tempo ben inserita nel corpo sociale di Kerch, che era giunta a contare più di 5000 abitanti e che era stata in grado di costruire una chiesa cattolica, ancora oggi utilizzata, e una scuola e contava professionisti e impresari nelle attività della navigazione e nella industria conserviera. Le famiglie che vivevano a Kerch si chiamavano De Martino, De Cilis, De Lerno, De Doglio, De Pinda, De Fonso, Di Piero, Biocino, Budani, Bruno, Giachetti, Evangelista, Cassanelli, Puppo, Croce, Carboni, Logoluso, Nenni, Simone, Spadoni, Scalerino, Scuccimarro, Parenti, Pergolo, Mafioni, Fabiano, Porcelli, Pleotino

Gli “italiani di Crimea” hanno manifestato un vivo desiderio di recuperare i legami con la terra dei padri. Nonostante il tempo trascorso, le generazioni susseguitesi, mantengono una forte identità nazionale che è costata loro incredibili sofferenze. Ma questa comunità, notevolmente ridotta dalle persecuzioni del regime sovietico di Stalin, è stata dimenticata dal paese di provenienza, contrariamente a quanto avvenuto per comunità italiane di altre nazioni, che hanno beneficiato di varie forme di sostegno e riconoscimento.

Ingresso libero, invito estendibile.

Associazione Regionale Pugliesi Milano

Info 3474024651

sale, sale…

Chi ha scoperto la merda, Babbo? Adamo. E non l’ha brevettata il fesso!

Altan

boateng razzismo

«Assicuro che in tutte le partite, anche internazionali, ove si verificassero episodi di questo genere, il Milan lascerà il campo». Lo ha detto Silvio Berlusconi, che ha chiamato Boateng per congratularsi con lui «per la sua reazione contro il deprecabile episodio di razzismo avvenuto nello stadio della Pro Patria».  

Naturalmente la clausola compromissoria, grazie alla quale il calcio può andare avanti senza essere causa diretta di denunce alla magistratura, può essere buttata nel cesso come tutte le regole che riguardano il Signor Silvio Berlusconi e le sue proprietà!

Per i benpensanti aggiungo che non sono razzista, più del normale, e dissento dal comportamento di quei tifosi che sfogano la loro rabbia sull’avversario, per ogni motivo di diversità compreso il colore della pelle.