dove eravamo rimasti

Blossoming apple tree, by Piet Mondriaan

La forma blog pare persa nel mare magnum del mondo social, ma l’idea di tornare mi stuzzica: che ne dite?

 

ricordare

Sulla via del ritorno accendo la radio. I Nomadi con Io vagabondo, canta il vecchio e indimenticabile Augusto Daolio. Alzo il volume.
Io un giorno crescerò
e nel cielo della vita volerò
Ma il bimbo che ne sa
Sempre azzurra può essere l’età…
Mi ritrovo a canticchiare con il magone. Già, il tempo scorre veloce.
Eppure le parole, certe parole almeno, restano impresse come pietre, macigni immortali.
Se solo ricordassimo.

Maurizio Blini

augusto daolio

il vento del cambiamento

fassino-appendino-stretta-mano

Un vento dimenticato spira su questa Torino umida di fine primavera che si prepara al ballottaggio. Forse non gonfierà le vele di una nuova maggioranza. Ma intanto sbatte, fa rumore. Soffia dalle periferie alle università, dovunque qualcuno si senta escluso dal sistema di potere che da un quarto di secolo ruota intorno al centrosinistra. Prima che di un cambiamento, indica la voglia di un ricambio.  Per chi lo osserva dai vetri, quello che governa Torino è un sinedrio chiuso che ti ammette al suo interno solo per cooptazione. Le stesse persone che da decenni si incontrano alle stesse cene, si scambiano gli stessi incarichi e partecipano allo stesso banchetto di soldi pubblici che anche gli esclusi hanno contribuito con le loro tasse ad allestire. A chi non ne fa parte interessa poco che questa aristocrazia, riunita oggi intorno a Fassino, sia la migliore delle grandi città italiane e probabilmente più preparata di quella che circonda Chiara Appendino. Per gli esclusi il desiderio di aprire le finestre è così impellente che prevale persino sul rischio di fare entrare aria cattiva.  Ho letto su Facebook il post di un militante liberale, uno di quei torinesi di centrodestra che hanno votato Berlusconi per anni senza mai amarlo. Tratteggia il futuro a tinte fosche che attende Torino nel caso di una conquista grillina, profetizzando anni di Terrore giacobino a base di linciaggi e politiche afflittive (No Tav, No Cittadella della Salute, No tutto). Ma, dopo avere descritto la vittoria dei Cinquestelle come una sciagura, annuncia a sorpresa che voterà per loro. Perché, scrive, solo da una fase distruttiva potrà sorgere una classe dirigente nuova, finalmente basata sulla competenza invece che sulla vicinanza. Un’utopia in un Paese come l’Italia, dove nel campo delle nomine pubbliche l’amicizia non è considerata un limite, ma un vantaggio. Eppure ci sono dei momenti in cui le utopie si mescolano alle invidie, le invidie alle rabbie, e insieme sollevano un vento che va a infrangersi contro il primo albero lungo il cammino.  Piero Fassino è un albero esile, ma ben radicato. Persino i suoi rivali, lontano dai microfoni, ne riconoscono le qualità. Il vento che rischia di travolgerlo o almeno di scuoterlo non prende tanto di mira lui, quanto l’aristocrazia del potere rosé di cui il sindaco è la figura di riferimento. Gli osservatori neutrali sostengono che la squadra di assessori dei Cinquestelle non valga quella che ha governato Torino negli ultimi decenni. Ma per chi sta dentro quel vento, l’incompetenza e persino l’incapacità sono valori positivi. E Chiara Appendino è presenza garbata, abbastanza abile da non ostentare la giovinezza in una città di anziani, mascherandola dietro pettinature e atteggiamenti rassicuranti da «madamin».  Di solito ai ballottaggi si vota il male minore. Ma mentre in pochi andranno a votare Fassino per paura di una vittoria di Appendino, più di qualcuno potrebbe votare Appendino per la gioia di vedere perdere Fassino (e Renzino). Non è detto che succeda. Ma, per la prima volta dopo un quarto di secolo, ciò che a Roma sembra molto probabile a Torino è diventato possibile. Sarà l’effetto del vento. Massimo Gramellini – La Stampa

Lunedì prossimo Torino avrà un nuovo sindaco e non sarà Fassino Piero, sindaco uscente, colpevole di essere brutto come la fame, scontroso come un orso marsicano e espressivo come un tonno durante la mattanza. Altro difetto di Piero: è politicamente vecchio, da troppo tempo nelle stanze dei bottoni. E poi a Torino governano più o […]

 

Uffa che noia!

sbadiglio

Il motivo per cui gli esseri umani sbadigliano è sconosciuto, a volte si sbadiglia perché si vede o si sente qualcuno che sbadiglia o che parla semplicemente dell’argomento. Lo sbadiglio è il processo involontario di aprire la bocca e inalare profondamente, riempendo i polmoni d’aria, viene di solito provocato da sonnolenza e affaticamento. È la reazione naturale dell’organismo alla stanchezza e alla noia.

Alcuni scienziati sostengono che lo sbadiglio contagioso sia collegato alla comunicazione sociale infatti, nell’uomo come negli altri animali, è contagioso più di qualunque altro comportamento osservato in un consimile. Spesso per capire la nostra specie ci mettiamo a osservare cani e scimpanzé. Una recente ricerca su scimpanzé che vivono in una riserva protetta ha ora dimostrato che queste scimmie imitano lo sbadiglio degli esseri umani, ma non quello di babbuini né di scimpanzé non imparentati con loro. Gli scimpanzé, insieme ai bonobo, sono i nostri parenti più stretti, mentre secoli di incroci selettivi hanno trasformato i cani in una specie dotata di una capacità unica di comprendere la nostra comunicazione sociale. E se c’è qualcuno in grado di aiutarci a capire perché lo sbadiglio è contagioso, sono proprio loro. Si è osservato che i cani sono più propensi a sbadigliare dopo aver sentito lo sbadiglio di un essere umano familiare piuttosto che di uno sconosciuto. Il che è assolutamente sensato: se lo sbadiglio è legato all’empatia, allora i cani potrebbero essere disposti a entrare in empatia con le persone con cui hanno familiarità più che con gli estranei.

Sbadigliare in maniera eccessiva significa che si sbadiglia spesso anche se non si è stanchi. Si sbadiglia in modo eccessivo se ciò avviene frequentemente e influisce sulla vita privata e lavorativa.

 

#petaloso

Questo libro mi è piaciuto tanto. Perché anche una sola persona, con l’aiuto della fantasia, è in grado di cambiare le cose. Da un’idea ne possono nascere altre mille! (Laura, 1H, gruppo “I Fuoriclasse”)

Drilla

Drilla di Andrew Clements è un libro che parla a noi lettori, insegnandoci delle cose divertendoci. Protagonista del libro è una parola, una parola tutta nuova, inventata di punto in bianco da un ragazzino di quinta elementare. La storia di questa parola ci aiuta a capire come funziona il mondo delle parole e a cosa esse servono veramente.

Protagonista del libro è Nick Allen un bambino molto sveglio, forse troppo. Fa lavorare il cervello, nessuno si stupisce più di tanto quando decide che la penna non si dice più penna: da oggi in poi si dirà drilla. Mrs. Granger la maestra, che ha la passione ed il gusto delle parole, non può incoraggiare il piccolo colpo di stato. Deve imporre la sua autorità. Ma drilla è una parola che piace e presto tutti la usano, in tutte le classi, in tutte le scuole del paesino. L’illustratore del libro è quel gran genio di Brian Selznick, l’autore di La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e de La Stanza delle meraviglie.

A partire dal 16 febbraio il libro è stato protagonista, nell’inconsapevolezza dei più, di una vera e propria gara di condivisione su Facebook e sui principali social network. All’origine della gara a base di ashtag #petaloso è quanto accaduto qualche settimana fa quando, un bambino di terza elementare, Matteo, alunno della maestra Margherita Aurora, nella scuola Marchesi di Copparo in provincia di Ferrara. Durante un lavoro sugli aggettivi, il bambino aveva definito un fiore “petaloso”. La parola, ovviamente inventata dal bambino, segnata come errore, era comunque piaciuta alla maestra tanto da convincersi ad inviarla all’Accademia della Crusca per una valutazione. La risposta d’ Accademia, molto garbata, è arrivata attorno a metà febbraio consigliando, fra l’altro, la lettura del libro di Clements.

La lettera dell'accademia della crusca che fa entrare la parola petaloso nel suo vocabolario

In conclusione teniamo conto che le parole ci aiutano a pensare. Chi sa usare bene il linguaggio, ragiona meglio. Più parole si conoscono, più i pensieri si fanno chiari e precisi; le parole ci aiutano a sognare. Non si può avere molta fantasia, se si usano le solite quattro parole in croce; le parole convincono. Quelli che sanno tante parole, sono più interessanti da ascoltare e sanno convincere gli altri a seguire le loro idee e a fare le cose che propongono; le parole arricchiscono.

Ora però, salviamo il bambino petaloso dalla sovraesposizione mediatica. Matteo ha pieno diritto di vivere la sua infanzia, fatta di anche di parole sciocche, di infantili invenzioni, di insulsaggini, di piccole innocenti baggianate. Ora egli è considerato un oracolo. La parolina che l’ha posto al centro della attenzione social-nazionale è diventata la formula magica, l’esorcismo, il mantra da cui ognuno si aspetta saggezza e salvezza. Egli non ha colpa… E’ solo un bambino, che ha fatto un errore di grammatica.

Un maestro, mi ha lasciato, ci ha lasciati…

ECO 1997 Bustina di Minerva

Nato ad Alessandria nel 1932, emerito Ordinario di Semiotica e della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna, misconosciuto in Italia sino alla pubblicazione, 1980, del suo primo romanzo: “Il nome della rosa”, premio Strega 1981. L’opera che deve il suo titolo ad un verso: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“, del “De contemptu Mundi” di Bernardo Morliacense, monaco benedettino del XII secolo. “Il nome della rosa” è il punto di confluenza degli studi di Eco, che al riparo di un avvincente “giallo” intreccia il dibattito fondamentale sia religioso che laico dell’epoca, quello sul “nominalismo”: ciò che ci rimane di tutte le cose, le più grandi città, gli uomini famosi, le più belle donne, sono solo nomi. E’ la versione mediovale del dibattito che attraversa tutta la storia della Filosofia dal suo nascere ad oggi. E’ il racconto del Medio Evo per bocca di un cronista dell’epoca ed è un “giallo” perché, al pari della Metafisica, “il racconto poliziesco rappresenta una storia di congettura allo stato puro” come ha affermato lo stesso Umberto Eco.

Nell’opera, come in tutti i successivi romanzi di Eco confluisce lo studio semiotico dell’autore: il fluire della trama è dato infatti proprio dai “codici” medioevali e dall’intreccio dei vari sensi e significati interpretativi dell’epoca. Lo scritto è scorrevole ed avvincente ed il lettore è proiettato nella realtà monastica medioevale, nel “tempo” medioevale, tutto scandito, dall’alternanza tra tempo sacro (dal “mattutino” a “compieta”, alle festività) e tempo profano, così come anche lo spazio è diviso in sacro (il luogo della preghiera) e profano. “Il nome della rosa” è affascinante ed Umberto Eco è catapultato anche finalmente da noi a quel primissimo piano che gli spetta e che a livello mondiale già gli era riconosciuto.

Umberto è ora nell’olimpo definitivo dei più grandi scrittori italiani del XX e XXI secolo.

27 gennaio

giornata-della-memoria

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche liberarono il lager di Auschwitz e aprirono gli occhi del mondo sulla deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei, oppositori politici, zingari, omosessuali. Dal 2000, una legge dello Stato ha proclamato il 27 gennaio “Giorno della Memoria”. Ogni anno, intorno a questa data, diversi tipi di commemorazione aiutano a non dimenticare il passato.
A Torino un ricco calendario di iniziative è promosso e sostenuto dal Consiglio Regionale del Piemonte – Comitato Resistenza e Costituzione, dal Consiglio Provinciale di Torino – Comitato Resistenza e Costituzione e dalla Città di Torino, con il coordinamento del Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.
Programma completo su museodiffusotorino.it

 

  • Cari amici, qui dico amici
    Nel senso vasto della parola:
    Moglie, sorella, sodali, parenti,
    Compagne e compagni di scuola,
    Persone viste una volta sola
    O praticate per tutta la vita:
    Purché fra noi, per almeno un momento,
    Sia stato teso un segmento,
    Una corda ben definita.
    Dico per voi, compagni d’un cammino
    Folto, non privo di fatica,
    E per voi pure, che avete perduto
    L’anima, l’animo, la voglia di vita.
    O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
    Che mi leggi: ricorda il tempo,
    Prima che s’indurisse la cera,
    Quando ognuno era come un sigillo.
    Di noi ciascuno reca l’impronta
    Dell’amico incontrato per via
    In ognuno la traccia di ognuno.
    Per il bene od il male
    In saggezza o in follia
    Ognuno stampato da ognuno.
    Ora che il tempo urge da presso,
    Che le imprese sono finite,
    A voi tutti l’augurio sommesso
    Che l’autunno sia lungo e mite.

    Primo Levi, 6 dicembre 1985

 

60

Buon compleanno

(Grazie a Google per il gentile pensiero)

Sessant’anni o, se preferite, i “mitici” Sessant’anni sono arrivati.

Gli eventi socio-politici e culturali di questi anni hanno inevitabilmente influenzato e modificato profondamente valori, aspirazioni e stile della mia vita. Ora sono un ragazzo di sessant’anni, diversamente giovane. Dentro questa mia categoria c’è di tutto: i tenaci, gli espulsi, i liberati (dal lavoro) gli edonisti, i nostalgici. Chi vuole la vita “di prima” e chi ne vuole un’altra.

Non c’è più una linea di confine certa tra maturità e la vecchiaia. Le età che un tempo erano dedicate al “meritato riposo”, alla panchina del parco, al tirare i remi in barca, stanno diventando sempre più età in cui si rimane attivi. E i modi cui si è attivi sono molteplici: ad esempio, io continuando a lavorare, prendendomi cura dei familiari che ne hanno bisogno, altri dedicandosi ad iniziative di volontariato, coltivando passioni, facendo sport e attività fisica, viaggiando, imparando cose nuove eccetera.

La vita media si è allungata: siamo a 80-85 anni, e arriveremo, chissà? A 90 anni! Come usare questo tempo in più? Non voglio rispondere a questa domanda, certamente il percorso di vita individuale è più importante dell’età pensionabile e non bisogna aver paura delle sfide e delle svolte, anche brusche. Buona vita a tutti!

ai posteri

infinito

L’ho già scritto altrove, devo ripetermi. Per me è importante. Spesso mi tornano in mente le parole di un libro di Gesualdo Bufalino “Diceria dell’untore”. Sono trascorsi parecchi anni da quando l’ho letto ma un concetto mi è rimasto dentro. Bufalino ci racconta che il rapporto fra due persone resta vivo finché i ricordi comuni sono conservati e attivati dal superstite. Insomma una persona vive finché vive il suo ricordo. Dato che il ricordo può essere tramandato si può sperare nell’eterno, tutto dipende dai posteri.

E’ impossibile…

Losers

In Italia puoi offendere chiunque, tranne la mamma e il Marchio, non sempre in quest’ordine. È bastato che Renzi e Alfano definissero gli scassavetrine di Milano «figli di papà col Rolex» perché qualcuno prendesse cappello. Non i figli di papà ma la Rolex, che ha comprato una pagina di pubblicità per chiedere al governo una rettifica formale. La polemica è nata dalla foto che ritrae una ragazza con il cappuccio in testa, la bomboletta in mano e l’orologio incriminato al polso. Ma sarà vero Rolex?

La preoccupazione dell’amministratore delegato dell’azienda è comprensibile. Il Rolex autentico è un oggetto esclusivo del desiderio. Che diventi un regalo al figlio dell’ex ministro Lupi non inficia la sua natura pregiata, anzi. Mentre ritrovarlo al polso di una black bloc gli toglie senz’altro valore. In compenso la comprovata falsità del Rolex ne toglierebbe alla ragazza incappucciata. Se hai un Rolex tarocco è perché non puoi permettertene uno vero e quindi ti dimostri comunque attratta da un bene di lusso capitalista che in teoria dovrebbe farti schifo. Non sei ideologicamente contro il Rolex. Sei contro il fatto che l’abbiano gli altri e non tu. E questa è una forma di comunismo parente dell’invidia che in Italia conosciamo bene.

(Max Gramellini)