La ballata di Borgo San Paolo

“Se passo davanti alla casa dove abito, posso dire “abito là” ma non posso dire di abitare tutti i luoghi allo stesso modo, e non tutti i luoghi evocano la stessa memoria. Abitare e ricordare non sono attività disgiunte e non sempre abitiamo un luogo consapevoli del carico (talora del sovraccarico) emotivo che esso comporta. E’ chiaro che, volendo, tutto può diventare “luogo della memoria”, non soltanto i luoghi che si possano toccare o visitare materialmente. Tutto è fruibile in questo immaginario museo del ricordo: i luoghi della grande Storia, come quelli della piccola nostra storia. I ricordi e la memoria ci abitano.”(https://www.spaziodi.it/magazine/n0108/vd.asp?id=128)

Bene, uno di quei luoghi, da me abitati e più amati, è Borgo San Paolo di Torino. Arrivai nel quartiere rosso direttamente dalla Puglia a seguito dei miei genitori. Era il 1969 e mio padre era stato assunto in Fiat.

Ecco scoperte le mie carte, tutti coloro che hanno avuto a che fare con Borgo San Paolo farebbero bene a dare un’occhiata a questo giallo di cui il “villaggio” è protagonista. Come in una vera a propria ballata, i capitoli del libro di Michele Paolino sono caratterizzati dalle citazioni esplicite ed implicite della canzoni cantautorali italiane che spesso sono ballate.

Un giallo leggero e al contempo serio e intriso di temi attuali da cui si intuisce il coinvolgimento personale dell’autore borghigiano purosangue. Ovvio il mio intento di non spoilerare il testo, si tratta di un giallo e tale deve restate per chi fosse interessato alla lettura che io consiglio con convinzione.

Chi volesse un aiuto per acquistare il libro può chiederlo nei commenti.

Una recente mia scoperta

Stephen King

“Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella nostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più di questo vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via . E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore secondo me, quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.”

Si, la delusione è grande perché non ti hanno capito, ma sfumata quella resta una leggerezza che prima non ti apparteneva. Nella mia ‘carriera’ di lettore non mi era capitato di imbattermi in Stephen King che pure mi ha offerto questa bella riflessione. Forse per un pregiudizio non avevo letto nulla di questo non indifferente autore finché non mi sono imbattuto ne “La tempesta del secolo” un libro potente che mi ha indotto a leggere altre sue opere e la fortuna mi ha fatto incontrare su una bancarella di libri usati “Il miglio verde” un romanzo terrificante e al momento stesso molto commovente. La citazione è l’incipit de “The body (stand by me)” racconto contenuto in “Stagioni diverse” che mi ha riportato alla memoria un vecchio film che ho visto tempo fa. Penso che gli incubi dell’infanzia siano la molla delle opere di King. Tutti noi ricordiamo le nostre paure primordiali che non ci facevano dormire a volte quando eravamo piccoli ecco perché non possono che piacere le storie di Stephen.
Stand_by_me

L’arte dei muretti a secco patrimonio dell’umanità Unesco

Bene. Il mio bisnonno Felice che, aiutato dalla bisnonna Grazia, spietrò un fondo in contrada cutugn di Massarianova, utilizzando le pietre per delimitarlo di muretti a secco e centrarlo con un bel trullo, non avrebbe mai immaginato di essere celebrato da UNESCO e Roberto Saviano tutti assieme. Evviva! Saviano, sul suo profilo Facebook, ha citato un libro che mi incuriosisce, cercherò di leggerlo; intanto riporto di seguito una recensione trovata da google:

Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi

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Bompiani ripubblica un grande maestro che ha fatto scuola e che rende giustizia a una terra bella, bellissima. Pellegrino di Puglia è il titolo del libro di Cesare Brandi la cui introduzione può a buon titolo essere considerata una vera lectio magistralis. L’occasione è propizia per un excursus sui viaggi che nei secoli hanno avuto come meta la Puglia e sulle tracce che i relativi resoconti che hanno lasciato nel patrimonio culturale condiviso.
«Di tutti i viaggi in Puglia, il più antico, e infinitamente il più famoso resterà sempre quello di Orazio […] E l’apparire dei monti brulli della Puglia arsi dallo scirocco?»
La narrazione di Brandi è circolare e tende a restituire tutti quegli aspetti che possono contribuire alla descrizione di una terra e dei suoi abitanti. Così lo scirocco che Orazio seppe ascoltare è il protagonista e insieme l’incipit di questo viaggio letterario che ci accingiamo a compiere.
«[…] una descrizione viaggiante di notevole sapore è l’opuscolo De situ Japigiae dell’umanista, medico e cosmografo Antonio De Ferrariis detto il Galateo […] Lo sdegno contro l’ignavia degli Italiani, oppressi dagli stranieri, e contro i preti, sono dunque i due motivi sotterranei di tutta l’opera del Galateo.»
Non sfugge all’autore uno dei tratti meno nobili dei pugliesi, l’ignavia, insieme alle sue profonde radici culturali e antropologiche.
«[…] Swinburne, che dal 1777 al 1780 fece diversi viaggi nel regno delle Due Sicilie […] s’interessa ai grandi uliveti che attraversava in questa sua lunga cavalcata attraverso la Puglia […] la testimonianza delle danze sfrenate che le donne facevano a Brindisi, in prosecuzione delle danze bacchiche: e si dicevano punte dalla tarantola. […] si accorge dei muri fatti a secco […]»
Scopriamo altresì in lui un ambientalista ante litteram quando coglie nelle parole di Paul Schubring la bellezza di un territorio proprio nei suoi elementi costitutivi.
«L’ultimo di questi viaggiatori-storici d’arte, è Paul Schubring […] e la scoperta, più che per le opere d’arte, del paesaggio […] L’immenso piano della campagna, leggermente ondulata, il mare così maestoso, il cielo così infinito e sereno costituiscono una trinità grandiosa e singolare.»
E questa, signori, è solo l’introduzione.
Poi incontreremo sulla nostra strada Terra di Bari, La festa di San Nicola, Castel del Monte, Martina Franca, Lecce gentile, Gallipoli, Inverno a Taranto, Gravina e Altamura, Foggia, Federigo e Lucera Montesantangelo assieme a tanti altri luoghi, persone, storie.
«Ma tant’è», scrive nell’introduzione Cesare Brandi, «si vede solo quel che si vuol vedere, come si trova solo quel che si cerca.»
Buon viaggio quindi e che ognuno veda ciò che vuol vedere e trovi ciò che sta cercando.

Titolo Pellegrino di Puglia
Autore Cesare Brandi
Editore Bompiani
Anno 2010

Dal blog di Oscar Buonamano
Cesare Brandi Pellegrini di Puglia Bompiani

la Napoli di Bellavista

libro la napoli di bellavista

Sono del 1979 gli scatti d’autore di Luciano De Crescenzo, nell’insolita veste di fotografo che pubblicò nel suo libro di immagini, ora quasi introvabile: “La Napoli di Bellavista” edito da Mondadori. Lo scrittore, poeta, regista e attore raccontava con l’obiettivo le numerose facce e contraddizioni della sua città. Un viaggio ironico e nostalgico tra i chiaroscuri partenopei,  Luciano insinua nel libro la sua “napoletanità”, autoironica, mai sciovinista e dal riso amaro, che può riassumersi nella foto grottesca di due addetti alle pompe funebri che mangiano un panino mentre trasportano la bara di un caro estinto. L’ex ingegnere della IBM fotografava gli aspetti curiosi della sua città, le scene di vita di strada che possiamo ritrovare ancora oggi a Napoli. Un bel viaggio tra luoghi unici con immagini oramai storiche, entrate nell’immaginario collettivo come quella su San Gennaro, invitato a fregarsene, “Futtenenne” quando la Chiesa tentò di “declassarlo” o quella di “Fortunato” venditori ambulante di taralli ed altri cibi immortalato anche nella musica di Pino Daniele “Furtunat ten’ a robba bella”.

Esilaranti anche i brani che accompagnano le foto, per farci un’idea leggiamo insieme:

Quanto volete per questo fondale di presepe?”
“Dottò, perché siete voi, ottomila lire”
“Ottomila lire? Ma fusseve asciuto pazzo? Io l’anno scorso, tremila lire e non me lo sono voluto comprare!”
“A parte il fatto che io l’anno passato questo fondale qua non lo vendevo per meno di cinquemila lire, avete fatto male voi a non comprarvelo. E già perché adesso per fare un fondale di questa posta ci vogliono tremila lire di materiale e tre giorni di fatica. Metteteci pure ‘e stellette ‘argiento, ‘a cumeta e ‘a farina azzeccata pe fa ‘a neve e poi fatevi il conto”
“Va bè, va, voglio fare una pazzia, eccovi le cinquemila lire”
“Dottò, mi dispiace per voi, ma non vi posso accontentare: qua se non escono settemila lire, una sopra all’altra, io il fondale dal muro non lo posso nemmeno staccare”
“Santa pace di Dio! Io l’ho detto che a San Gregorio Armeno non ci debbo più venire! Ma lo sapete che Upìm vende i poster a duemila lire con tutte le montagne che volete? Ce ne sta uno dove si vedono pure le Dolomiti”
“E voi compratevi i poster all’Upìm. Vuol dire che, quando è Natale, a Gesù bambino lo fate nascere in mezzo alle Dolomiti e a San Giuseppe ‘o vestite ‘a tirolese!”

La foto che segue è la mia preferita, ringrazio Luciano per le tante risate che mi ha fatto fare. Luciano De Crescenzo quest’anno, ad agosto, compie 88 anni i suoi libri vengono venduti più all’estero che in Italia. In particolare, in Germania, dove “Storia della filosofia” è stato adottato come testo scolastico per il Ginnasio. Ecco cosa ci racconta di se in una recente intervista:

Ha mai assistito ad una conferenza dove si parlava di Luciano De Crescenzo come storico e scrittore, in Germania?

Non parlo tedesco e quindi non ho idea di cosa abbiano detto.

Molti suoi libri sono stati scritti sui Greci. Cosa è per lei il mito?

Non parlo greco, ma mi hanno conferito la cittadinanza greca. E’ una nomina ad honorem. Il mito è un racconto che rimane nei tempi, cioè è una storia che resiste negli anni.

Lei si sente un mito?

Spero di no.

Nel 1984, “Così parlò Bellavista” era un mito, vero?

Si, è stato uno dei 100 libri che hanno fatto l’Italia, così hanno scritto i giornali.

De Crescenzo come nasce scrittore?

Tutto merito di una donna. Lei si chiamava Nunziata ed era un po’ ignorante; una mia compagna di classe. Io al liceo facevo copiare tutti e spesso facevo due o tre copie del compito di matematica. Per Nunziata, oltre al compito di matematica, scrivevo anche quello d’italiano, ero costretto a scrivere due volte e questo per anni. Ed e’così che sono diventato scrittore.

Ma con chi diventa famoso? Come?

Mi ricordo che all’inizio io ero un ammiratore di due grandi personaggi: Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Li vedevo in tv e li invidiavo. Un giorno presentai il mio libro da Costanzo, che faceva un programma che si chiamava “Bontà loro”. Grazie a questa finestra, fui invitato anche nel programma di Arbore e così divenni subito popolare.

Lei è un ingegnere che lavorava in Ibm? Le piaceva il suo lavoro?

No, non ho mai amato i numeri. Mi piacciono molto di più le donne della matematica, anche se non mi ricordo più a cosa servono.

A proposito di donne, la sua storia d’amore con Isabella Rossellini?

Sono stato molto fortunato con Isabella Rossellini, perché eravamo fidanzati e un giorno decisi di sposarla, ma lei come risposta se ne partì per gli Usa.

In che cosa si differenzia Luciano De Crescenzo scrittore dal Luciano De Crescenzo regista e sceneggiatore?

Sono due mestieri praticamente uguali, si tratta sempre di inventarsi una storia e poi di raccontarla o per una pagina o per un video, ma comunque in partenza si tratta di una storia. Ho una facoltà, o un merito, cioè quella di immaginare, o di sognarla, di sognarla ad occhi aperti. Mi riesce bene prima delle otto, la mattina, quando mi sveglio. Ad occhi chiusi, da sveglio, immagino una storia. Tutto quello che ho scritto, sia libri che film, li ho immaginati a letto prima della prima colazione. Tra le sei e le otto. Ore molto creative per me.

Così parlò Bellavista”, “Il mistero di Bellavista”, “32 Dicembre”, “Croce e delizia” sono sia libri che film. Quale preferisce?

Preferisco “Croce e delizia”, sono molto legato a questa storia.

E’ stato attore in alcuni film da lei diretti, ma ha lavorato, sempre come attore, ne “La Mazzetta” per la regia di Sergio Corbucci e ne “Il Papocchio” di Renzo Arbore. Tra i due chi preferisce?

Renzo Arbore, ma non solo perché è stato un compagno di lavoro, siamo amici.

Lei ha scritto un filone sui Santi. Si sente un po’ Santo anche lei?

Si tratta di capire cosa vuol dire essere santo. Sono sicuro di non aver mai fatto male a qualcuno, almeno volontariamente.

C’è un suo racconto breve che si chiama “La Storta”, che non è edito da Mondadori. Come mai?

Ero all’inizio. Un mio libro da giovanissimo. Lo editò un piccolo editore del Sud Italia. Si chiamava “Il Filo”.

“Elena Elena, amore mio”, a chi pensava, oltre che alla storia di Elena di Troia?

Una volta conobbi una ragazza squattrinata che si chiamava Elena e per sopravvivere calcava la strada in cambio di soldi. Forse l’incipit me lo diede lei.

I suoi libri non conoscono la resa. Si reputa uno scrittore molto fortunato?

Fino ad ora è andata così, è vero.

Quando parla spesso si accompagna a questa frase: “Grazie a Dio”. Che rapporto ha con la religione?

Non sono né ateo e né credente. Sono uno sperante. A parte le battute, secondo me Dio esiste perché non c’è popolo al Mondo che non creda in Dio. Un giorno fu scoperto, credo nell’Honduras, un piccolo popolo che non superava i mille abitanti, eppure questo popolo credeva in un suo Dio. Se ci credono tutti, vuol dire che esiste. Credo che Dio sia un’idea e come idea esiste.

Il dubbio” è sinonimo d’intelligenza e lei ha scritto un saggio proprio con questo titolo

Ogni volta che conoscete una persona, la prima cosa che bisogna chiedersi è se costui ha dubbi e se non ce li ha, non fidatevi. Bisogna avere paura di persone senza dubbi e purtroppo di nomi importanti la storia ne è piena.

polli e uova

bacco, tabacco o venere

u.civili

La fatica di vivere (qualcuno più Grande ha scritto il mestiere di vivere) è ciò che tutti noi abbiamo in comune. Ci sono momenti in cui quella fatica prende il sopravvento sui sogni. La nostra tensione dovrà essere dedicata alla fase di riposo da quella fatica che appunto ci conduce ai sogni. Metti giù la sigaretta o non bere la birra… non si può avere in contermporanea tabacco e bacco per poter tendere a venere.

“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla”.
Cesare Pavese

“hanno silenziosamente diretto il mondo”

copertina-prime

Il manifesto, all’indirizzo delle donne di oggi, dell’opera di Bruna Bertolo può essere il messaggio di Cristina Trivulzio, editrice di giornali rivoluzionari, ai tempi della prima guerra d’indipendenza: “Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto-tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!”

Con “Prime… sebben che siamo donne. Storie di italiane all’avanguardia”, edito da Ananke, Bruna Bertolo ci presenta una galleria di personaggi femminili che, in modalità diverse, hanno contribuito a scrivere pagine spesso importanti, a volta marginali, di quel lungo, faticoso, controverso periodo in cui le donne lottarono per la loro emancipazione sociale. Dall’ Ottocento ai giorni nostri, sono state tante le donne che hanno aperto orizzonti nel costume, nella politica, nello sport, nella cultura, nel mondo del lavoro. Dal testo emergono figure straordinarie che hanno saputo adeguare e trasformare il loro tranquillo quotidiano in una lotta a tutto campo, mettendo spesso in pericolo le loro esistenze ed i loro affetti, per un futuro che poteva offrire più che certezze, sicure umiliazioni.

Il primo giorno di primavera di quest’anno, quale data migliore? Si è svolta nella sala Nilde Jotti, presso la sede della Fondazione A. Bendini di Collegno, la presentazione del libro di Bruna Bertolo. Una bella serata, molto ben organizzata, di cultura al femminile con un buon numero di maschi ad applaudire e condividere.

Ad introdurre la consigliera regionale Silvana Accossato e l’Assessora alle Politiche Sociali e Pari Opportunità del Comune di Collegno Maria Grazia De Nicola. La Signora De Nicola ha lodato le donne prime, ma umili, che non sono andate in cerca di consenso rischiando il tramonto della loro femminilità, evitando cioè la competizione tipica del mondo maschile e dedicandosi a soluzioni rapide dei problemi, per abitudine alla concretezza e alla mediazione spesso esercitata in ambito familiare.

Successivamente con un rapida ed intensa sequenza di slide si è dipanata la presentazione di alcune delle figure femminili presenti nel libro commentata con voce accorata della stessa autrice.

Mi pare il caso di chiudere, così come ho iniziato, con una citazione, questa di Lina Furlan: “hanno silenziosamente diretto il mondo”.

Mio Padre era fascista

Pierluigi Battista riapre le ferite di un rapporto irrisolto con il padre fascista, e gli concede idealmente l’onore delle armi. Così, riannoda i fili spezzati di una tormentata vicenda familiare e trova un modo adulto di confrontarsi, in un libro indimenticabile, con un pezzo non meno tormentato della nostra storia.

L’annichilimento del mondo del padre, la fine dei «decenni della marginalità voluta come simbolo di fedeltà a se stesso», l’angoscia per «quella desolata cerimonia di addio alle armi» si sommava al senso di colpa che finalmente trovava sfogo, al rimpianto per non aver siglato in vita quella riconciliazione che il re Lear shakespeariano offre alla figlia Cordelia: «Andiamo via. In prigione, noi due, là, soli, e canteremo come uccelli in gabbia. Quando tu a me chiederai la mia benedizione, e io a te, in ginocchio, chiederò il tuo perdono». Ora la riconciliazione tra il figlio ribelle e il padre fascista è finalmente arrivata. Ed è questo il libro di Pierluigi Battista, Mio padre era fascista (Mondadori).

copertina Mio padre era fascista

L’autore ieri a Torino, presso il Circolo dei Lettori di Via Bogino, ha presentato il libro che di seguito si descrive con le sue parole: «Quando, dopo la sua morte, ho letto il diario che aveva custodito nel segreto per tutta la vita, mi è parso di avere una percezione più chiara del tormento che ha dilaniato per decenni mio padre fascista, prigioniero a Coltano dopo aver combattuto, ventenne o poco più, dalla parte dei “ragazzi di Salò”. «Ho capito che cosa abbia rappresentato per lui il dolore di essere stato internato in quel campo per i vinti della Rsi vicino alla “gabbia del gorilla” in cui era rinchiuso Ezra Pound. Ho capito quanto abbia sanguinato il suo cuore di sconfitto, di “esule in Patria” nell’Italia in cui era un borghese integrato, maniacalmente attaccato alla civiltà delle buone maniere, ma covando il sentimento di un’apocalisse interiore da cui non si sarebbe mai affrancato. Ho capito quanto sia stata aspra e dolorosa la mia rottura con lui e quanto mi pesi, ancora oggi, il fardello di una riconciliazione mancata. «Allora ho pensato che fosse giunto il momento di raccontare, con i miei occhi e il mio modo di sentire le cose della vita, chi fosse mio padre fascista e cosa pensasse nell’Italia che non credeva più nei miti in cui lui era cresciuto. Che rapporto ricco e difficile avesse instaurato con i suoi figli.

«Mio padre erano due. C’era mio padre integrato. E c’era quello apocalittico. C’era il borghese tranquillo che osservava con orgoglio una sua rigorosa etica del lavoro. E c’era il fascista sconfitto e piagato che rimuginava senza sosta, nel suo foro interiore, risentimento e rabbia. C’era il conservatore e c’era il ribelle. C’era il professionista di successo, l’avvocato stimato nel mondo forense, che esibiva con fierezza la sua casa arredata con gusto tradizionale, la sua famiglia numerosa, i simboli del benessere. E c’era l’uomo intimamente devastato da una storia che lo aveva condannato, tormentato da un dolore indicibile, schiacciato da un’ombra pesante, mangiato dentro da un’ossessione che non lo abbandonava mai. C’era l’italiano solare, socievole, spiritoso, con un senso dell’umorismo che mi piace ricordare ancora arguto e sottile. E c’era un uomo, mio padre, divorato dal suo lato notturno, esacerbato, cupo, talvolta lugubre».

La sofferenza del padre era inasprita dal figlio, che non soltanto aveva scelto la parte opposta, ma rifiutava di ascoltare le sue ragioni, e lo incalzava come se fosse responsabile di tutte le malefatte nell’Italia occupata («sei impazzito, forse? Mi stai accusando pure di aver partecipato alla strage di Sant’Anna di Stazzema?»). La splendida copertina con il Colosseo quadrato all’Eur di Roma evoca i percorsi nella Roma mussoliniana, scanditi dal «guarda!» con cui Vittorio Battista indicava a un ragazzino perplesso i monumenti costruiti e le strade aperte dal Duce, sempre rigorosamente nell’onomastica originale: via dell’Impero, Foro Mussolini; nelle gite fuori porta non si andava a Latina ma a Littoria, a Sabaudia non si ammiravano le dune ma la piazza, a Firenze prima degli Uffizi si visitava la stazione di Piacentini…

Un conflitto che esplode con la morte atroce dei fratelli Mattei, quando Pierluigi torna a casa rauco dal corteo in cui ha urlato «Lollo libero» e Vittorio — «sei proprio un cretino!» — gli mostra le carte del processo, da cui si deduce con chiarezza che Lollo e gli altri «compagni» sono responsabili del rogo di Primavalle; e «i padri della patria» antifascista «non erano turbati da nessuna scossa, da nessun soprassalto emotivo, da nessun senso di sconfinata ingiustizia per la morte atroce di un bambino bruciato vivo, solo perché era figlio di un fascista. Un figlio di fascista anche lui, come me». Ma il tono medio del libro non è affatto triste. E non solo per la ricostruzione della giovinezza dell’autore, da cui scopriamo un Battista «antifascista militante» negli scontri di scuola e di strada; anche se quando finisce nelle mani di «Roccia», temuto picchiatore, «una montagna di muscoli», si salva solo in quanto figlio dell’avvocato che difende gratuitamente i camerati («vedi de ringrazzià tu’ padre»).

Un padre capace di autoironia, che al volante si sorprende a cantare «le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera» o a fare il verso a una celebre scena del film Il federale – «buca», «buca con acqua»… —, che si commuove davanti al Giardino dei Finzi Contini, che rifiuta di fermarsi all’autogrill di Cantagallo perché non hanno servito il suo amico Almirante, che difende gratuitamente pure gli estremisti dell’altra parte chiedendo consulenze linguistiche al figlio — «ma Pigi che diavolo vuol dire “tirare le bocce”?»; «le bocce sono le bottiglie molotov, papà» —, che si diverte a elencare artisti e attori che militarono nella Repubblica sociale (mentre Battista parla di altri scrittori che fecero anche loro i conti con il padre fascista, da Giampiero Mughini a Vincenzo Cerami a Margaret Mazzantini). E alla fine anche chi non ha alcuna accondiscendenza per il fascismo nelle sue varie forme — il regime, Salò, la nostalgia — finisce per provare simpatia per questo padre pieno di humour e di amore frustrato per l’Italia e per i propri figli.

Chi ha la fortuna di conoscere, di persona o attraverso i suoi articoli sul «Corriere», lo spessore culturale e umano di Pierluigi Battista ne ritroverà le radici nella figura del genitore e nell’ambiente familiare, dove si affacciano i fratelli e la madre, innamoratissima del suo uomo fin da quando partì ventenne verso il fronte per restargli accanto a rischio della vita, e dove compaiono anche Silvia, la moglie scomparsa dell’autore, e la loro figlia Marta. Questo però non attenua l’angoscia, anzi rende il lettore ancora più partecipe delle strazianti pagine finali. Vittorio Battista si spegne a 68 anni, poco dopo la morte di Almirante: il suo ultimo riferimento politico, l’uomo che aveva scritto le parole dell’inno del Msi — «siamo nati in un cupo tramonto» — in cui si riconosceva. La sera del funerale, Vittorio diserta la cena dei dirigenti. Chiede al figlio di mangiare una pizza con lui, in silenzio, e ha appena un gesto di disappunto quando Pierluigi fa cadere la brocca dell’acqua. Il padre fascista si spegne serenamente, la famiglia gli si stringe attorno, la barriera ideologica ormai è caduta, ma il figlio ancora non riesce a cavarsi da dentro il dolore.

Il nodo si scioglie cinque anni dopo. Battista segue per «La Stampa» il congresso di Fiuggi, in cui l’Msi abbandona «la casa del padre» per avviarsi a una stagione effimera ma ricca di potere e di ritrovata rispettabilità. La giornata scorre via tra gli appunti, la stesura dell’articolo, la cauta apertura al nuovo corso da parte del «giornale di Bobbio e Galante Garrone», la cena con i colleghi, le celie su «er Pinguino» o «er Pecora», il riposo in albergo. «Non sapevo cosa mi aspettasse oltrepassando quella porta: il luogo imprevisto dove stava per cominciare la notte dello strazio e della disperazione, la notte in cui la calma delle ore precedenti andò in fumo e mi misi mio malgrado a battagliare senza tregua con il fantasma di mio padre fascista». Febbre altissima, brividi sotto il piumone, vomito, panico. «Un pianto interminabile, ore e ore senza pace, sgomento, esterrefatto per quel precipitare in un gorgo per me ignoto». E il desiderio di sentire la voce della madre, «per dirle tra i singhiozzi irrefrenabili quanto mi sentissi solo come mai nella mia vita».

Non esistono i padri “fascisti”, esistono i padri e basta. Lo ha scritto Giampiero Mughini (*) a proposito del libro appena uscito e già così centrale nel dibattito sulle memorie, storiche e familiari. Ed è sicuramente vero, ciò che dice Mughini, ma è anche vero che certi padri meritano un ritratto – sia pur postumo – che ne riabiliti agli occhi degli italiani la generosità d’animo, l’onestà intellettuale e l’amore per il proprio Paese. Perché il padre di Battista era un “fascistone” e sui fascistoni i pregiudizi hanno pesato, e molto. E dunque lo sguardo dolente e affettuoso (e non privo di rimorso) di un figlio “traditore”. Il ritratto è venuto così bene che questo libro può essere letto, come accadde per quello di Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, come un passaggio culturale necessario nella storia del costume: il libro di Pansa tolse per sempre l’aureola ai partigiani, questo rende giustizia a quelli che votavano Msi.

adunata in piazza Venezia - Antonio Marasco

(*) Lettera di Giampiero Mughini a Dagospia 

Caro Dago, sono purtroppo più vecchio di oltre dieci anni di Pigi Battista. E dunque la storia straziante che lui racconta in questo suo ultimo libro (“Mio padre era fascista”, Mondadori), la storia del rapporto lungamente conflittuale tra un figlio zeppo dei “sinistrismi” degli anni Settanta (Pigi è nato nel 1955) e un padre (nato nel 1922) che era andato volontario nella Rsi e che fascista era rimasto per tutti gli anni del secondo dopoguerra sino alla sua morte, quella storia l’avevo vissuta a modo mio una decina d’anni prima.

Anche mio padre (nato nel 1899, toscano), era stato un fascista della prima ora. Nella Catania dove lui aveva conosciuto mia madre e dove io sono nato, nelle gerarchie fasciste papà era secondo solo al podestà. Quando a Firenze – dove ci eravamo trasferiti – arrivarono gli Alleati e i partigiani, mio padre rimase a lungo nascosto. Tornati a Catania, per tutta la vita lui tenne dietro il suo tavolo di lavoro una foto di Benito Mussolini.

Quando all’alba dei Sessanta mi inzuppai a mia volta di “sinistrismi” più o meno squinternati, lui mai mi rivolse una parola di critica o di sconcerto. Quando la rivista alla quale ho dedicato dieci anni della mia giovinezza, “Giovane critica”, non aveva di che pagare la tipografia, lui ne prese l’amministrazione e ne firmò i miei pagamenti. Ci misi meno tempo di quanto abbia fatto Pigi a considerare papà “mio padre” e basta, senza più altri aggettivi e connotazioni.

Che lui non avesse tre narici (da come l’antifascismo di maniera descriveva i fascisti) e che il suo stile di vita quotidiana fosse ai miei occhi quanto di più elegante, ci misi niente ad accorgermene. E del resto di tempo io e lui non ne avevamo molto a disposizione: è morto i primi giorni di febbraio del 1973. Quegli ultimi anni li ho passati ad adorarlo, adorarlo punto e basta. Che avesse indossato “la camicia nera”, me ne strafottevo. O meglio era tutt’altro discorso.

Nei secondi anni Settanta ho conosciuto il poco più che ventenne (e precocissimo) Pigi. Sapevo di quel suo padre un tantino ingombrante. E vedevo che tra figlio (di sinistra) e padre (almirantiano al cento cento) non erano tutte rose e fiori. (Nel suo libro Pigi lo racconta in dettaglio, i litigi e le tensioni sull’uno o sull’altro libro, sull’uno o sull’altro personaggio, sull’uno o sull’altro “valore”, su tutto insomma).

Ben presto ho avvistato e poi conosciuto l’avvocato Vittorio Battista, ai miei occhi un borghese compiuto e delizioso. Sapevo che era stato l’avvocato a protezione della famiglia Mattei, la famiglia missina aggredita dalle fiamme accese da alcuni militanti (delinquenti) di “Potere operaio”, e ne morirono bruciati vivi due dei loro figli.

Mai un attimo ho dubitato che l’attentato fosse opera dell’estrema sinistra e se qualcuno mi si fosse presentato a farmi firmare quel grottesco appello a difesa dell’innocenza degli imputati di cui parla Pigi, lo avrei preso a calci in culo.

Quando poi seppi che l’avvocato Battista era stato scelto come avvocato d’ufficio dell’ex brigatista rosso Valerio Morucci (che non conoscevo e che in seguito sarebbe divenuto mio amico) mi precipitai dal mio direttore all’ “Europeo”, Claudio Rinaldi, a chiedergli di poterlo intervistare. Mi piaceva moltissimo l’idea di uno che difende in punta di diritto ora la famiglia Mattei ora un terrorista “rosso”. In punta di diritto e di verità.

Andai dall’avvocato Battista, di cui mi piaceva anche il modo in cui respirava. Gli chiesi se quando incontrò per la prima volta – in cella – Morucci gli avesse stretto la mano. “Ci ho pensato un attimo primo di farlo. Poi sì, gliel’ho stretta” mi rispose. E in quella risposta c’era tutto intero l’avvocato Battista, c’era tutto intero tuo padre, Pigi. Tuo padre, non “tuo padre fascista”.

Dopo il 25 aprile 1945 non ci sono più fascisti e antifascisti, ci sono persone, ognuna con una sua storia, con un suo dolore, con una sua memoria, con un suo onore, con una sua lealtà, con una sua capacità piccola o grande di misurarsi con il diverso e con “l’altro”. Questa è la vita, questa deve essere la nostra vita. Delle etichette ideologiche, Pigi, mi ci pulisco le scarpe. Come del resto oggi fai anche tu. Grazie della dedica che hai messo nella copia che mi hai inviato.

 

#petaloso

Questo libro mi è piaciuto tanto. Perché anche una sola persona, con l’aiuto della fantasia, è in grado di cambiare le cose. Da un’idea ne possono nascere altre mille! (Laura, 1H, gruppo “I Fuoriclasse”)

Drilla

Drilla di Andrew Clements è un libro che parla a noi lettori, insegnandoci delle cose divertendoci. Protagonista del libro è una parola, una parola tutta nuova, inventata di punto in bianco da un ragazzino di quinta elementare. La storia di questa parola ci aiuta a capire come funziona il mondo delle parole e a cosa esse servono veramente.

Protagonista del libro è Nick Allen un bambino molto sveglio, forse troppo. Fa lavorare il cervello, nessuno si stupisce più di tanto quando decide che la penna non si dice più penna: da oggi in poi si dirà drilla. Mrs. Granger la maestra, che ha la passione ed il gusto delle parole, non può incoraggiare il piccolo colpo di stato. Deve imporre la sua autorità. Ma drilla è una parola che piace e presto tutti la usano, in tutte le classi, in tutte le scuole del paesino. L’illustratore del libro è quel gran genio di Brian Selznick, l’autore di La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e de La Stanza delle meraviglie.

A partire dal 16 febbraio il libro è stato protagonista, nell’inconsapevolezza dei più, di una vera e propria gara di condivisione su Facebook e sui principali social network. All’origine della gara a base di ashtag #petaloso è quanto accaduto qualche settimana fa quando, un bambino di terza elementare, Matteo, alunno della maestra Margherita Aurora, nella scuola Marchesi di Copparo in provincia di Ferrara. Durante un lavoro sugli aggettivi, il bambino aveva definito un fiore “petaloso”. La parola, ovviamente inventata dal bambino, segnata come errore, era comunque piaciuta alla maestra tanto da convincersi ad inviarla all’Accademia della Crusca per una valutazione. La risposta d’ Accademia, molto garbata, è arrivata attorno a metà febbraio consigliando, fra l’altro, la lettura del libro di Clements.

La lettera dell'accademia della crusca che fa entrare la parola petaloso nel suo vocabolario

In conclusione teniamo conto che le parole ci aiutano a pensare. Chi sa usare bene il linguaggio, ragiona meglio. Più parole si conoscono, più i pensieri si fanno chiari e precisi; le parole ci aiutano a sognare. Non si può avere molta fantasia, se si usano le solite quattro parole in croce; le parole convincono. Quelli che sanno tante parole, sono più interessanti da ascoltare e sanno convincere gli altri a seguire le loro idee e a fare le cose che propongono; le parole arricchiscono.

Ora però, salviamo il bambino petaloso dalla sovraesposizione mediatica. Matteo ha pieno diritto di vivere la sua infanzia, fatta di anche di parole sciocche, di infantili invenzioni, di insulsaggini, di piccole innocenti baggianate. Ora egli è considerato un oracolo. La parolina che l’ha posto al centro della attenzione social-nazionale è diventata la formula magica, l’esorcismo, il mantra da cui ognuno si aspetta saggezza e salvezza. Egli non ha colpa… E’ solo un bambino, che ha fatto un errore di grammatica.

In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino

nel giardino del se

Amori virtuali

Nel manifesto del libro delle facce
in scena ora va
l’istrionico uomo mascherato.
Per una notte attore
nel delirante plauso di un pubblico di donne sole.
Ritrito il fiabesco canovaccio
di Cenerentole prossime a divenir regine…
Ma…
nel limo dello stagno
affollato e condiviso
il suadente principe non tarderà a gracidare.

Coinvolgente la poesia di Francesca Spadaro che verga il suo libro, pieno d’amore “Nel giardino del sé” .Edito da  Armando Siciliano che ha casa a Messina e Civitanova Marche. Nel libro, presentato da Giuseppe Corica, troviamo diversi riferimenti alla stagione del Salone, la Primavera: ”E’ una Poesia del corpo e dell’anima, in cui non potevano mancare gli elementi simbolici o il referente – naturale – dato da tutte le sfere sensoriali che partecipano alla costruzione dei vari brani, sia che si tratti del campo visivo: luna, cielo, stelle, natura, fuoco, roccia; sia che si tratti di quello tattile: vento, aria, stagno, terra, pioggia, grembo, ventre, petali; sia uditivo: grido, soffio del vento; sia olfattivo: primavera, fiori odorosi, fioriti giardini, salvie odorose”.

Aver avuto il privilegio di sentir declamare, esclusivamente per me e, direttamente dall’autrice, la “Sposa del mare” è stata un’emozione impagabile, goduta proprio a conclusione della mia visita al Salone delle Meraviglie. Ho scelto di riportare qui il testo di “Amori virtuali” per evidenziarne il contenuto elegantemente ironico. La composizione rende giustizia  a chi è consapevole che il mondo virtuale non realizza la felicità, possibile solo nel reale.