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Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, si occupa di produzione e post-produzione cinematografica (in pellicola e video) su un terreno di impegno militante in quel di Torino. Mentre Piero Perotti, oggi ufficialmente pensionato, è una delle memorie storiche della classe operaia piemontese e delle azioni sindacali e sociali, messe in atto per migliorarne le condizioni di lavoro e di esistenza e per contrastare le “bronzee leggi” del capitale, fin dagli anni sessanta.

Insieme e nel corso di diversi anni hanno raccolto una serie di materiali straordinari sulla lotta di classe a Mirafiori, fuori e dentro la fabbrica, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980. Molte immagini, collezionate all’interno del film, provengono dalla cinematografia militante di quegli anni, ma ciò che costituisce il cuore di questo documento audiovisivo è dato dalle immagini “rubate” dallo stesso Perotti alle manifestazioni operaie e ai cancelli dello stabilimento Fiat con la piccola cinepresa portatile che aveva deciso di procurarsi proprio a tale fine.

In un’età di tablet, smart-phone, telecamere portatili o miniaturizzate in qualsiasi cellulare e di selfie, ci si dimentica troppo facilmente quanto fosse difficile, qualche decennio addietro, documentare gli eventi. Anche quelli che, a differenza di quelli fin troppo documentati di oggi, erano destinati a cambiare il rapporto tra le classi a favore dei diseredati.

Tra il 1969 e gli anni settanta, la classe operaia di uno dei più grandi stabilimenti automobilistici del mondo cambiò le regole del gioco. Le immagini del film ce ne trasmettono tutta la potenza, la creatività, anche la violenza spesso sufficientemente espressa, quest’ultima, più in potenza che in atto. Fu, in quegli anni, la classe operaia torinese l’epicentro di uno scontro globale che fece tremare le fondamenta dell’edificio costruito sulla base dello sfruttamento di classe.

Per questo, più tardi nel 1980, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo. Avrebbe dovuto essere spogliata della sua capacità di resistenza, organizzazione ed iniziativa, politica e sindacale, per essere restituita, nuda, alle sue condizioni iniziali di sottomissione e dipendenza dall’iniziativa avversaria.

Il film documenta benissimo, in maniera spesso commovente, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni alle porte della FIAT, tutto ciò. La formazione di una coscienza, lo sviluppo delle lotte e della solidarietà di classe, la capacità di reagire uniti su richieste egualitarie ed unificanti e quella di reagire alle provocazioni messe in atto dall’azienda, dai crumiri, dai fascisti e dalla polizia. Una forza immensa era entrata nell’arena della Storia; sì, proprio quella con la S maiuscola.

Donne e uomini, immigrati meridionali e lavoratori piemontesi lottavano uniti, creavano uniti un nuovo modo di fare politica ed attività sindacale, marciavano uniti per le strade prima del quartiere, poi della città. Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia.

Tutto questo, forse, molti di quegli operai l’avrebbero imparato dopo, eppure ripresero il cammino proprio là dove era stato interrotto dalle repressione antisindacale ed antioperaia, ancor prima che anticomunista, degli anni cinquanta. E che aveva visto un primo, selvaggio risveglio, fuori da qualsiasi direttiva partitica o sindacale, proprio nei fatti di Piazza Statuto del luglio 1962.

Molti di loro erano in fabbrica da anni, molti, forse i più, erano entrati alla Fiat in seguito alla recente emigrazione dal Sud o al rientro dalle fabbriche tedesche. Simili a una moderna creatura di un capitalismo novello dottor Frankenstein, avevano imparato ad odiare il proprio creatore e a combatterlo. Ovunque, dentro e fuori gli stabilimenti.

I cortei interni, le perquisizioni dei guardiani alle porte, i volantinaggi, i fuochi dei picchetti, gli studenti con i giornaletti dell’estrema sinistra, il blocco della produzione, gli scioperi spontanei: tutto è documentato con un ritmo serrato, accompagnato dalla narrazione personale e vivace di Pietro Perotti. Così che, ancora una volta, la memoria personale si mescola con la memoria di classe, rifondandola. Come quasi sempre accade.

Non nei testi accademici, non nelle tesi di Partito, non nelle logiche politiche e nelle strategie sindacali, ma nella voce narrante, ancor più che in qualsiasi forma scritta, noi ritroviamo la memoria e la Storia delle classi subalterne. Subalterne soprattutto sul piano della comunicazione. Soprattutto là dove la comunicazione è scritta, dove la sintassi è ancora un’arma del padrone e, ancor più, lo è lo strumento televisivo, o radiofonico come ai tempi del Duce.

Per questo il gesto di Pietro, comperare ed imparare ad usare una piccola cinepresa, diventa così grande ed importante. Non solo per noi che, ora, possiamo usufruire di quelle straordinarie immagini, ma anche per l’epoca. Un’altra barriera veniva abbattuta, appunto senza chiedere permesso, precedendo di poco la nascita delle radio libere. La lotta operaia, ancora una volta, inventava una nuova cultura e nuova comunicazione. Di cui Pietro si fece portatore anche negli anni successivi all’abbandono della fabbrica, attraverso i suoi manifesti e i suoi mascheroni che accompagnano ancora tante manifestazioni.

Suo era il grande ritratto di Marx che, appeso alle porte della palazzina di Mirafiori, avrebbe assistito, ammutolito e attonito, all’ultima battaglia degli operai della città-fabbrica. La più amara.  Quella in cui si consumarono, durante i 37 giorni dell’autunno del 1980, tutti i tradimenti sindacali e politici possibili. Quella con cui l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, aveva deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla forza lavoro. Con un costo altissimo per tutta la classe operaia italiana.

E, sotto questo punto di vista, le immagini parlano e dicono più di ogni commento. Negli anni precedenti i lavoratori di Mirafiori avevano occupato il territorio. Erano diventati punto di riferimento per gli operai di tutto l’indotto Fiat e per quelli degli altri settori produttivi. Per gli studenti, gli operai, per i soldati inquadrati nei Proletari in divisa, per ogni settore della società. Avevano guardato fuori, al mondo e lo avevano fatto proprio.

Nei 37 giorni, tra il 10 settembre e il 16 ottobre 1980, gli operai che sono fuori dalle officine guardano verso l’interno della fabbrica. Un rovesciamento di prospettiva che prelude soltanto alla sconfitta. I grandi viali sono alle loro spalle e sono esclusi dalle officine. Guardano il balletto degli oratori, con capofila Berlinguer e i leader sindacali, che altro non fanno che illuderli e deviarli verso la resa. Che avverrà con una votazione truffa dopo la marcia dei quarantamila. Truffaldina anche quella, nei numeri e nei partecipanti.

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I capi sono stati affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10 – 12.000 (questa anche la prima cifra ufficiale della prefettura). Il corteo ha un carattere decisamente reazionario e antioperaio […] Nel pomeriggio,incontro Fiat -sindacati. Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <<all’accertamento dell’ipotesi conclusiva>>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di 100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia […] All’alba (giorno successivo) l’apparato del PCI è mobilitato ai cancelli per convincere i suoi militanti che bisogna accettarla1

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della lotta dei 35 giorni alla Fiat si sarebbe potuta fermare, non farla neanche partire”. E’ quello che sostiene Pietro Perotti nel film. E probabilmente ha ragione, ma sarebbe occorso che gli operai della fabbrica più grande d’Italia tornassero a fare quello che avevano fatto nel decennio precedente, ogni volta che si era presentata l’occasione: occupare le strade e la città.

Ma in quel momento, una volta allontanati dalle officine, con gli arresti o i licenziamenti, tutti coloro che avevano guidato le lotte, i reparti non reagirono più allo stesso modo. La stanchezza e la sfiducia presero il posto del coraggio, della sfida e della lotta. Con una sapiente regia del sindacato e del Partito comunista. Soprattutto della federazione torinese del Partito che annoverava tristi figuri del calibro di Piero Fassino e di Giuliano Ferrara.

Le conseguenze si fanno sentire ancora adesso a Melfi, in quel che rimane degli stabilimenti torinesi, nel job act e nella spocchia di Marchionne e di Renzi. Quello fu un appuntamento storico e tutti i carnefici di adesso possono rallegrarsi ancora di quella sconfitta.
A noi rimangono la memoria di momenti gloriosi e di volti magnifici. Sconosciuti e conosciuti che, per chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e quelle lotte, non possono non far spuntare lacrime di nostalgia, di tenerezza e di rabbia. Che ci accompagneranno sempre.

La centesima scimmia

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La centesima scimmia è il nuovo film documentario del filmmaker Marco Carlucci, realizzato con il contributo di economisti, scrittori, giornalisti, blogger, europarlamentari, giuristi, associazioni umanitarie ed i cittadini europei.
E’ il controracconto dell’attuale crisi finanziaria e sociale vista in un’ottica opposta a quella istituzionale, un punto di vista che mette in guardia la gente comune nei confronti della propaganda che da anni ripete il mantra di un prossimo miglioramento delle economie.Il video incarna la visione sociale del cittadino, alternata dalle sconvolgenti dichiarazioni degli esperti e di quei pochi politici europei che mettono di discussione il ruolo della Banca Centrale Europea, della finanza speculativa e delle banche fiancheggiatrici. E’ in questo clima che appare Hub, a rappresentare la protesta e l’esigenza di una reale democrazia. Hub è un nome fittizio, eloquente ed emblematico, dietro il quale si cela un misterioso blogger, che si materializza nei luoghi più disparati, davanti al Parlamento Europeo o al centro delle proteste popolari in Spagna, Grecia ed Italia.
Hub è il pensiero contro, informato e libero, che aiuta a comprendere le trame dei nuovi padroni del mondo, e mostra come sia un diritto e un dovere di ciascuno difendersi e provare a ribaltare tale logica dispotica.

“La centesima scimmia” è un documento senza confini, che concede spazio e voce alle teorie alternative al dogma dell’austerity, al ruolo centrale della Germania e alle soffocanti ricette economiche imposte dai governi ai cittadini, come se fossero l’unica via d’uscita.Con tutto il dramma derivante dalla perdita del lavoro, della casa, della dignità e di ogni futuro in un mix di forza e di passione, “La centesima scimmia” mostra l’Europa dei popoli, uniti oggi sotto il tallone oppressivo della finanza, delle banche e dei poteri occulti, l’altra Europa.

riflettore

spotlight

Riflettore, si riflettore è la traduzione letterale di Spotlight, qualche riflessione dopo averlo visto proprio il giorno in cui è diventato vincitore del Premio Oscar la voglio fare su un film intenso e teso. Ho scelto questi aggettivi per descrivere questo film che segue i classici dettami del cinema americano sulle inchieste giornalistiche tipo Il caso Watergate o polizieschi di cui sono pieni i palinsesti televisivi italiani.

Intenso, perché innervato di tensione psicologica dal primo all’ultimo fotogramma. Teso, perchè tende i nervi di noi cattolici sul filo proprio di una crisi di nervi. In uno dei dialoghi alla base del racconto balena questo dato sconvolgente: il 50 percento dei preti cattolici non rispetta il voto di castità. Non voglio addentrarmi in analisi circa questo dato, ma una riflessione tocca a noi tutti che, crocianamente, non possiamo non dirci cristiani, badate Benedetto Croce diceva cristiani non cattolici.

Lascio raccontare la genesi del film a Martin Baron, direttore esecutivo del Washington Post dal 2013 ed ex direttore del Boston Globe all’epoca dell’inchiesta sui preti pedofili di Boston da cui è tratto “Il caso Spotlight”:

Di solito cerco di seguire con attenzione la cerimonia degli Oscar – o almeno di rimanere sveglio – senza riuscirci. Domenica prossima però lo sforzo sarà compensato da un ovvio interesse personale. E poi sarò seduto al Dolby Theatre di Los Angeles, dove si terrà la cerimonia.

Il caso Spotlight ha portato al cinema i primi sei mesi dell’indagine del Boston Globe che nel 2002 ha reso pubblici gli abusi sessuali seriali di alcuni preti dell’arcidiocesi di Boston, occultati per decenni. Liev Schreiber interpreta la mia parte: il nuovo direttore del Boston Globe che ha dato il via all’indagine. Nel film sono un personaggio imperturbabile, senza senso dell’umorismo e un po’ burbero che molti colleghi hanno riconosciuto immediatamente («Sei tu!»), ma non del tutto familiare per i miei amici più stretti. Lo scandalo svelato dai giornalisti investigativi del Boston Globe finì per assumere una portata globale. Quattordici anni dopo, la Chiesa cattolica, come è giusto che sia, sta ancora rispondendo del modo in cui ha tenuto segreti reati così gravi e di tale portata e dell’adeguatezza delle sue riforme. Il film è stato nominato a sei Oscar, tra cui quello per il miglior film. E – al diavolo l’obiettività giornalistica – spero li vinca tutti quanti. Mi sento in debito verso tutte le persone che hanno lavorato al film, che racconta con incredibile autenticità come il giornalismo viene fatto, e spiega tra le righe perché è necessario. Domenica verranno assegnati dei premi, ma per me la vera ricompensa saranno le gratificazioni che verranno da questo film, e che ci vorrà tempo per osservare.

Le gratificazioni arriveranno se il film funzionerà sul mondo del giornalismo, perché i proprietari, gli editori e i direttori dei giornali tornino a dedicarsi al giornalismo investigativo; sul pubblico scettico, perché i cittadini riconoscano la necessità di un’attività giornalistica locale energica e di organizzazioni giornalistiche forti. E su tutti noi, rendendoci più disponibili a dare ascolto a chi non ha potere e troppo spesso neanche voce, come le vittime di abusi sessuali o di altro tipo.

Al di là del successo di critica, Il caso Spotlight ha già raggiunto un risultato importante: attraverso email, tweet e post su Facebook, molti giornalisti si sono detti ispirati, rinfrancati, e legittimati dal film. Non esistono questioni poco importanti in questa professione così ammaccata. Abbiamo subito i traumatizzanti effetti finanziari causati dalla diffusione internet, e siamo stati criticati da praticamente chiunque, soprattutto da politici in campagna elettorale che ci hanno definito come «feccia». Un giornalista mi ha scritto che «la storia che ha ispirato il film è un fantastico promemoria del perché molti di noi hanno iniziato a fare giornalismo e perché hanno continuato a farlo nonostante i momenti difficili e i colpi subiti durante il percorso». Un altro giornalista di un’importante testata americana ha detto di essere andato al cinema con tutta la famiglia e che i suoi figli «all’improvviso pensano che io sia figo». La reazione di alcuni editori è stata particolarmente rincuorante: un editore in California ha affittato un intero cinema per far vedere il cinema a tutti i dipendenti del giornale. Un altro mi ha scritto su Facebook: «Tu e la squadra di Spotlight mi avete ridato l’energia per trovare un modello di business che sostenga questa professione fondamentale». La cosa che mi ha gratificato più di tutte sono state le parole di sostegno da parte del pubblico. «Ho appena visto Il caso Spotlight», mi ha scritto una persona su Twitter, «il film mi ha ricordato quanto bene possa fare il giornalismo ostinato».

Chi vuole leggere l’intero articolo può farlo  cliccando qui: Cosa pensa di “Spotlight” il vero direttore del Boston Globe.

Concludo dicendo che nella sala cinematografica dove ho visto il film, sui titoli di coda si è scatenato un applauso discretamente torinese, posso assicurarvi che non capita spesso.

 

Qualunquismo e italianità. Checco Zalone imita Alberto Sordi?

quo vado

Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma uno stile elementare, una comicità semplice ed efficace che, dal basso e con un qualunquismo neanche tanto nascosto, mira a colpire senza troppe intenzioni un po’ in alto, ma sicuramente verso il basso. Una comicità di grande accessibilità, vagamente infantile. La vasta e negativa eredità dell’immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent’anni colpisce ancora. Candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone come Alberto Sordi lavora con semplificazioni quasi fotografiche. Egli cattura, ritrae e riproduce l’italiano oramai più immaginario che reale dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue presunte poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, mentre lo avverte in maniera politicamente scorretta di quello che potrà avvenire dello stato sociale nel prossimo futuro. Un futuro già attuale, i tagliatori di teste alla Sonia Bergamasco sono in azione da anni nel privato e prossimamente nel pubblico.

A parziale scarico di tanto qualunquismo il piccolo borghese a sbafo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficio di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo, ma in fondo è solo una parentesi e sempre di qualunquismo (stavolta sinistrorso) si tratta. Infatti basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che casualmente veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo (ovvero l’immaginario berlusconiano più becero) per rischiare di perdere tutto quanto riconquistato a fatica e tornare sui suoi passi. Qualcosa dentro di lui pare cambiato, ma molto rimarrà per sempre immutato.

Un buon film comico nella tradizione vagamente destrorsa di Luca Medici, in arte Checco Zalone. L’attore originario di Capurso, in provincia di Bari, non lesina la sua pugliesità (belli i cammei di Lino Banfi e Maurizio Micheli). Negli ultimi anni Zalone, con i suoi tre precedenti film, ha risollevato le sorti del cinema italiano sbancando il boxoffice. Il primo film, Cado dalle nubi (2009) incassò 14 milioni di euro, Che bella giornata(2011) oltre 43 milioni e il terzo, Sole a Catinelle, è stato il film italiano con il maggiore incasso nella storia del nostro Paese con più di otto milioni di biglietti venduti, pari a 52 milioni di euro.

Comunque c’è qualcosa, nell’incipit africano di Quo Vado?, che ci fa pensare a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di sordiana memoria. Si ride, si si ride, ma con un retrogusto amaro che il finale positivo all’americana non addolcisce.

 

Il citatissimo David Bowie

Una delle notizie degli ultimi giorni ha riguardato Marte, il pianeta rosso molto simile per composizione e rotazione alla Terra. Dicono che siano state trovate tracce di acqua salata sulla superficie di quel pianeta così legato alle nostre fantasie e alla fantascienza. Trainato da questa promozione formidabile quanto inconsapevole e senza precedenti, in questi giorni si può godere nei cinema il Sopravvissuto – The Martian film di Ridley Scott. In questo film, una buona parte la gioca la colonna sonora.

Qual è la musica che si ascolta nello spazio? Ridley Scott ha creato una piacevole e divertente contrapposizione tra il mondo super tecnologico, ma silenzioso come quello di Mark Watney (il sopravvissuto), e una colonna sonora anni Settanta che vede tra i pezzi proposti I will survive di Glory Gaynor, Starman di David Bowie, Waterloo degli Abba e molti altri.

Il brano di David Bowie all’epoca della sua pubblicazione suscitò varie interpretazioni; alcuni intravidero nel testo un accenno alla seconda venuta di Cristo, una sorta di annuncio messianico l’uomo delle stelle rappresenterebbe un Creatore extraterrestre già visitatore della Terra in epoche passate che considera l’idea di tornare per controllare come la vita umana sta procedendo. D’altra parte Starman può essere vista anche come metafora dalla rockstar che una volta era uguale al suo pubblico e che a successo conseguito viene considerata come un figura divina che si erge sulla folla. L’atto autocelebrativo della nascita di una nuova stella divenne quindi un veicolo mediante il quale Bowie affermò il proprio status di icona.

« There’s a starman waiting in the sky,
he’d like to come and meet us
but he thinks he’d blow our minds… »
 «C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo,
vorrebbe venire e incontrarci
ma pensa che potrebbe mandarci fuori di testa… »

Un momento florido di citazioni quello che coinvolge il duca bianco: “Per tutti quelli che hanno una vetta da conquistare”, ecco la pubblicità dell’acqua Levissima che ha scelto Heroes come colonna sonora. Lo spot, dal titolo Levissima Everyday Climbers, sta andando in onda dal 4 ottobre 2015.

Scritta da David Bowie e Brian Eno, Heroes è la canzone che dà il titolo all’omonimo album del 1977.

levissima

I, I will be king – Io, io sarò re
And you, you will be queen – e tu, tu sarai la regina
Though nothing will drive them away – anche se niente li porterà via
We can beat them, just for one day – possiamo batterli, solo per un giorno
We can be Heroes, just for one day – possiamo essere eroi, solo per un giorno

And you, you can be mean – E tu, tu puoi essere mediocre
And I, I’ll drink all the time – e io, io berrò tutto il tempo
‘Cause we’re lovers, and that is a fact – perché siamo amanti, e questo è un fatto
Yes we’re lovers, and that is that – Sì siamo amanti, è proprio così

Though nothing, will keep us together – Anche se niente, ci terrà insieme
We could steal time – Potremmo rubare il tempo
just for one day – solo per un giorno
We can be Heroes, for ever and ever – possiamo essere eroi, per sempre
What d’you say? – che ne dici?

I, I wish you could swim – Io, io vorrei che tu sapessi nuotare
Like the dolphins, like dolphins can swim – Come i delfini, come i delfini nuotano
Though nothing, will keep us together – anche se niente, ci terrà insieme
We can beat them, for ever and ever – possiamo batterli, per sempre
Oh we can be Heroes, just for one day – possiamo essere eroi, solo per un giorno

I, I will be king – Io, io sarò re
And you, you will be queen – e tu, tu sarai la regina
Though nothing will drive them away – anche se niente li porterà via
We can beat them, just for one day – possiamo batterli, solo per un giorno
We can be Heroes, just for one day – possiamo essere eroi, solo per un giorno

I, I can remember (I remember) – Io, io posso ricordare
Standing, by the wall (by the wall) – in piedi accanto al Muro
And the guns shot above our heads (over our heads) – E i fucili spararono sopra le nostre teste
And we kissed – e ci baciammo
as though nothing could fall (nothing could fall)– come se niente potesse accadere
And the shame was on the other side – e la vergogna era dall’altra parte
Oh we can beat them, for ever and ever – Oh possiamo batterli, ancora e per sempre
Then we could be Heroes, just for one day – Allora potremmo essere Eroi, solo per un giorno

We can be Heroes – Possiamo essere Eroi
We can be Heroes – possiamo essere Eroi
We can be Heroes – possiamo essere Eroi
Just for one day – solo per un giorno
We can be Heroes – possiamo essere Eroi

We’re nothing, and nothing will help us – Siamo niente, e niente ci aiuterà
Maybe we’re lying – forse stiamo mentendo
then you better not stay – allora è meglio che tu non rimanga
But we could be safer – ma potremmo essere al sicuro
just for one day – solo per un giorno

just for one day – solo per un giorno.

Visto che con le citazioni arrivano i soldi, spero che David si decida a produrre un altro disco. Da fan d’antica data (1970) l’aspetto con ansia e curiosità.

la risposta è nelle stelle

The_Longest_Ride_film

(immagine wikipedia)

The Longest Ride, il romanzo dello scrittore statunitense Nicholas Sparks é stato pubblicato in Italia dall’editore Frassinelli nel 2013. Il libro ha ispirato il film di George Tillman Jr. interpretato da Scott Eastwood e Britt Robertson nei ruoli di Luke e Sophia, mentre Jack Huston e la magnifica Oona Chaplin interpretano Ira Levinson e sua moglie Ruth. Il film, attualmente nelle sale italiane, esalta l’amore nella coppia confrontando due storie che si intrecciano in un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Una serie di flash back rendono il film gradevole e godibile, il classico finale all’americana sempre positivo rende irreale una storia che ha una sua forza oserei dire una sua potenza: l’amore è la panacea di ogni male.

Il romanzo vede come protagonisti Ira, Sophia e Luke. Ira Levinson è un anziano di religione ebraica, vedovo di sua moglie Ruth da circa nove anni. Con grande dispiacere di Ruth, i due non possono avere figli a causa di un incidente di guerra accaduto ad Ira, nonostante ciò continuano ad amarsi per tanti lunghi anni concentrandosi sulla passione di lei per le opere d’arte. Un giorno però Ruth muore, lasciando Ira da solo. Così, in una giornata d’inverno, il vecchio Ira si dirige con la macchina nel luogo dove lui e Ruth avevano passato la loro luna di miele ma la strada è ghiacciata e il tempo pessimo, così Ira non vedendo una curva, cade in un burrone. Con le ossa fratturate e al freddo, ad Ira appare l’immagine di Ruth che lo tiene in vita, dandogli la forza per continuare a vivere. Sophia Danko, una studentessa universitaria di storia dell’arte. Si è appena lasciata con il fidanzato Brian, non si decide a voltare pagina finché non incontra Luke, un bull rider: Tra i due sboccia subito l’amore. Luke abita in un ranch che manda avanti grazie ai soldi vinti con le competizioni del rodeo. Dopo una caduta da un toro la struttura ossea del suo cranio si è indebolita, e potrebbe quindi morire ogni volta che partecipa a una gara, rischiando di sbattere la testa o di riportare ferite che potrebbero essergli fatali. Quando rivela a Sophia la verità, lei lo mette di fronte ad un ultimatum: o smette di montare tori, salvaguardando la sua vita, oppure lo lascerà. In un primo momento Luke sembra irremovibile, ma dopo lunghe riflessioni decide di abbandonare il rodeo, mettendo però in pericolo il suo futuro, in quanto il ranch era stato ipotecato dalla madre per coprire le spese sanitarie per la sua riabilitazione dopo l’incidente con il toro. Ma un inaspettato assegno permette a Luke di risanare i debiti e riprendersi il ranch. Ira e sua moglie, Sophia e Luke, non potrebbero essere due coppie più diverse, eppure il futuro le farà incontrare, nel più inaspettato dei modi.

Un amico da segnalare

CONSULENZA PRODUZIONE VIDEO

PIETRO ANNICCHIARICO

7, pl. Dante Alighieri – 40024 Castel San Pietro Terme (BO)

tel: 334 8234108
Fotografia – servizi, studi, sviluppo e stampa
CONSULENZA PRODUZIONE VIDEO PIETRO ANNICCHIARICO

Pietro Annicchiarico ha studiato fotografia a Firenze ed è regista e montatore video. Si è specializzato a Bologna nella scrittura e regia di corto e mediometraggi, nella fotografia artistica, nella ripresa e nel montaggio (video editing digitale) e nel 2010 ha aperto la partiva Iva come “Consulenza produzione video”. Come docente, Pietro Annicchiarico ha realizzato svariati corsi e laboratori di ripresa, di montaggio e di fotografia nelle scuole pubbliche e ha una lunga esperienza nei promo video per le compagnie teatrali professionistiche. Dal luglio 2001 a Bologna e Cesena, è impiegato con contratti di collaboratore a progetto nell’azienda “Hippo Group Cesenate spa”, in qualità di regista TV e cameraman, con uso di mixer video, BLT e Camere professionali Sony. Pietro Annicchiarico è attrezzato con due camere Panasonic AGDVX 100 per le riprese video, di una foto/videocamera reflex Nikon D90 e di computer Mac per il montaggio digitale con Final Cut.

non aprite quel portale

Un amico mi ha prestato il dvd del film “Il Quarto Tipo” che ho visionato con una certa apprensione e tensione emotiva. Tensione emotiva che mi ha spinto a fare qualche ricerca e reperire questa recensione che ora offro ai miei lettori. Spero di stimolarne qualche intervento su un argomento che mi trova abbastanza scettico, ma non del tutto indifferente.

“Cosa c’è di vero nelle dichiarazioni rese nel film? Si tratta di un’invenzione cinematografica di Hollywood oppure alla base esiste una storia mai raccontata?”
di Raffaele Di Nicuolo

Dopo l’uscita in Italia del film “Il Quarto Tipo (The Fourth kind)” mi sono chiesto se ci fosse qualcosa di vero nelle dichiarazioni fatte dagli autori del film in merito a quanto proposto nella pellicola.

Vediamo cosa si dice esplicitamente nel film:

“Nel 1972, fu stabilita una scala di misura per gli incontri con gli extraterrestri. Il semplice avvistamento di un UFO è chiamato incontro ravvicinato del 1° tipo, la raccolta di elementi di prova è del 2° tipo, il contatto diretto con gli extraterrestri è definito incontro ravvicinato del 3° tipo. Il livello successivo, quello del rapimento, è un incontro ravvicinato del 4° tipo…. Alaska, ai giorni nostri. Dagli anni 60 si sono verificati tantissimi casi di sparizioni misteriose. Nonostante le molteplici investigazioni del FBI, nessun caso è mai stato risolto. La dottoressa Abigail Tyler, psicologa, comincia a videoregistrare le sedute con pazienti traumatizzati e comincia a scoprire le più inquietanti prove di rapimenti alieni mai documentate…”

Ovviamente tutti i nomi sono fittizi e le storia è completamente da verificare.

Il regista della pellicola, Olatunde Osunsanmi, sostiene di essersi documentato da sostanziosi materiali audio/video appartenuti alla dottoressa psicologa Abigail Tyler. Olatunde sarebbe venuto a conoscenza del caso casualmente nel 2004 mentre si trovava nel Nord Carolina per la post produzione del sul film “The Caver”. Ma non si è mai specificato nulla in merito.

La psicologa era originaria della cittadina di NOME in Alaska ,non distante da Anchorage e si trovava in precarie condizioni di salute. Nel 2000 fu coinvolta in tragici eventi che la segnarono per tutta la vita. Omicidi, sparizioni e gravi incidenti fisici sconvolsero le vite di molti degli abitanti della zona. Da uno studio approfondito sui disturbi del sonno sia lei che il marito si accorsero di strane coincidenze raccontate da pazienti. Indagini approfondite fecero emergere che nella regione avvenivano agghiaccianti eventi che furono oggetto di indagine dell’FBI. Furono notati anche bizzarri fenomeni nei cieli limpidi dell’Alaska.

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Depardieu non è più il mio attore francese preferito!

Gerard Depardieu, che ha deciso di lasciare la Francia per sfuggire alle tasse imposte dal governo Hollande ai super-ricchi, ha incontrato il presidente Vladimir Putin ed ha ricevuto il suo passaporto russo. Un comunicato del Cremlino ha definito “privata” la visita di Depardieu in Russia. La televisione russa ha mostrato delle immagini dell’incontro tra i due in cui si sente l’attore chiedere a Putin se abbia visto il suo nuovo film, una coproduzione franco-russa in cui interpreta Rasputin.

Monsieur Depardieu non gode più della mia ammirazione perché egli non tiene conto che Hollande, Presidente della Francia in tempo di crisi deve far fronte alla complicata situazione anche con provvedimenti pesanti.

Gerard Depardieu

Hollande ha, recentemente,  introdotto una tassa  del 75 per cento, temporanea (due anni) sui redditi dei francesi che superano il milione di euro. Depardieu allora ha deciso di trasferirsi in Belgio, il primo ministro di Hollande, Jean-Marc Ayrault, ha detto che la decisione di Depardieu era meschina; Depardieu ha risposto: “Meschina? Ho capito bene? Meschina? In 42 anni di lavoro, ho pagato 145 milioni di tasse e che non ho nessun bisogno di giustificare i motivi della mia decisione, che sono molteplici e privati (intimes)”.  Intanto Putin ha avvisato Depardieu che in Russia tutti, indipendentemente dal  reddito pagano il 13 per cento di tasse. Catherine Deneuve ha scritto una lettera al quotidiano Libération e ha detto che la parola “meschina” non è una parola degna di un uomo di stato mentre il filosofo André Glucksmann ha dichiarato di aver vergogna per Depardieu, che è entrato in stretti rapporti con un uomo come Putin, responsabile, tra le altre cose, del disastro ceceno.

Ritengo che in Francia, così come in Italia e negli altri paesi d’Europa, chi più ha, più deve dare, un semplice principio di solidarietà che può risolvere la situazione in un tempo più breve di quello che pare occorrere per sbrogliare questa crisi che ci attanaglia da oltre quattro anni. Personaggi pubblici come Depardieu, dovrebbero riflettere sulle conseguenze di atteggiamenti difensivi dei propri privilegi, che potrebbero essere anche autolesionistici, se la crisi continua i suoi guadagni eccessivi potrebbero essere messi in discussione.

oggi nelle sale cinematografiche

Genova del 2001, dilaniata dagli scontri del G8 ce la ricordiamo tutti, fu l’inizio tragico del secondo governo Berlusconi. Ognuno di noi può andare con la memoria alle manifestazioni di quei giorni o quantomeno ricordare le drammatiche immagini dei telegiornali dell’epoca. Può ricordare le preoccupazioni per la sistemazione delle fioriere oppure le gabbie in cui furono chiusi gli abitanti del centro storico di Genova che fu eletto a zona rossa inaccessibile. Può ricordare i trompe l’oeil sulle facciate diroccate o le botte da orbi alla scuola Diaz. Può ricordare i black block che devastano indisturbati il centro di Genova o le botte sulle madri di famiglia o i giovani inermi. Se non vuole o può ricordare può andare al cinema e guardare due giovani, un italiano e una francese, che si incontrano e si innamorano perdutamente nello sfondo della Genova di quei giorni. I due ragazzi, impersonati da Riccardo Scamarcio e Clara Ponsot (giovane e bella scoperta francese), vagabondi per l’Europa, travolti dalla passione e dalla voglia di essere liberi; costretti a confrontarsi con i problemi di una società sempre più segnata dal precariato, dall’illegalità lavorativa e dall’immigrazione.

Diretto da Francesco Amato, regista di “Ma che ci faccio qui“ del 2006, é una pellicola moderna che indaga nella società di allora, ma anche in quella odierna. Uno dei temi  del film è il lavoro nero e le morti bianche, ne è dimostrazione la scena dell’incidente occorso a un operaio durante il montaggio di un palco. Incidente verificatosi più volte, recentemente, negli allestimenti dei concerti di Laura Pausini e Jovanotti.

Cosimo e Nicole è una pellicola tutta centrata sui due protagonisti: Riccardo e la Clara interpretano due ragazzi un po’ vagabondi ed incoscienti che si innamorano durante gli scontri del G8 di Genova, ma che poi sono costretti a difendere il loro legame da una realtà dura, oppressiva.

Come spiega il regista: “è soprattutto un road movie, un bel viaggio che il nostro gruppo ha compiuto, credendo nella bellezza di questo progetto”. Ed è, naturalmente, una storia d’amore, raccontata in prima persona dai suoi protagonisti. Ispirata, spiega ancora Amato, “a filmati reali in cui ragazzi raccontavano di essersi innamorati durante il G8”. Ma niente a che fare con Diaz di Daniele Vicari: “Abbiamo girato in contemporanea, ma il suo ho preferito non vederlo per non farmi influenzare”. Intanto Cosimo e Nicole nei cinema arriverà il 29 novembre, distribuita dalla Bolero.