Di come avrei potuto essere genovese.

All’inizio degli anni sessanta del secolo scorso, quando la mia capacità di scrittura cominciava ad essere più solida, ero l’estensore della corrispondenza con amici e parenti lontani, inviavo lettere in Germania agli emigranti di famiglia.

Fra i corrispondenti c’era la zia Angelica Salonna che viveva a Genova. Era rimasta vedova e il suo unico figlio era morto di una malattia infantile in tenera età. Già il nome di battesimo Angelica mi piaceva molto visto che andando a scuola dalle suore domenicane, dopo aver frequentato anche il loro asilo, gli angeli erano figure familiari. Me la immaginavo dolce e piena di sollecitudini nei miei riguardi. Insomma era la mia corrispondente preferita. Mia madre, nipote diretta, essendo figlia della sorellastra Anna, era la preferita della zia che essendo rimasta sola a Genova, lontana da tutti i parenti, la voleva vicino a se. Io, ancora piccolo non sentivo ancora stretti i legami con Ceglie Messapica terra natia, facevo il tifo perché i miei genitori accettassero il trasferimento. Non se ne fece nulla, fu la zia Angelica che scelse di tornare al paese d’origine. Era simpatica e trascorrevo con lei parecchie ore, gli scappava una lacrima quando le chiedevo chi era quel bel bambino fotografato color seppia in una vecchia stampa in cornice. Mi chiamava figgeu (figliolo), appellativo che le rimase come soprannome.

L’innocenza di Tommasina

Un romanzo, una realtà mediata, una antropologia locale trasfigurata alla parte oscura come si deve nel genere noir. La luce arriva gastronomica e dialettale. Mi piace citare tenendo conto della mia biografia.
* Ma che ci devo andare a fare a Torino?
Hai cose da vendere?
No, cose da sapere, cose da sapi.
* Che so, niente so e sinceramente preferirei continuare a non sapere niente, anche se le mie speranze sono legate alla flebile possibilità che Cesara non sia stata informata delle mie origini. Ma è difficile, a Ceglie tutti hanno stampato nel sangue il diritto sacrosanto di farsi i cazzi altrui, senza eccezione alcuna.Tommasina.jpg

auguri al mio “antico” vicino di casa

L’arcivescovo di Brindisi cade da cavallo durante la processione: paura tra i fedeli e fratture multiple

Monsignor Domenico Caliandro stava dando avvio della processione del Corpus Domini. I medici: «Ora è sotto monitoraggio»

È scivolato dalla sella cadendo rovinosamente sull’asfalto sotto gli occhi di centinaia di fedeli spaventati. L’arcivescovo di Brindisi – Ostuni, monsignor Domenico Caliandro è caduto dal cavallo all’avvio della processione del Corpus Domini, poco dopo la partenza del corteo religioso.

A Brindisi, come da antica tradizione che ha origine nel lontano 1254 , la processione del Santissimo si svolge con il presule a cavallo sotto il baldacchino portato dai volontari dell’Ordine di Malta.  (continua>)

Personalmente lo ricordo quando, raramente per la verità, arrivava cu sciarabballe sotte li cappuccine (abitavo di fronte alla stalla del suo cavallo di famiglia, teatro di giochi e litigate col mio amico Angelo Angelini, quando il cavallo se ne tornava alla masseria…). Ero timido, la sua tonaca da seminarista mi incuteva timore. Un grande augurio per il suo alto incarico da cegliese nel mondo.

Zi’micchio

 

Intorno al 1939 Cosimo cadde dall’ulivo mentre, col fratello Felice di un anno più vecchio, giocava all’acrobata. Aveva sei anni e ancora non sapeva che la banale frattura che si era procurato al femore della gamba destra, lo avrebbe fatto soffrire per il resto della vita.

Passò la guerra coi suoi fuochi d’artificio sul porto di Taranto; li guardavano curiosi, dall’alto del trullo di contrada giuvannieddh. Altre tre sorelle ed un fratello erano arrivati ad aumentare la famiglia, altri trulli l’avevano ospitato nei lunghi mesi dopo l’inverno.

Contrada cutugn e contrada piaton lo avevano poi visto giocare col nipotino Giacomo, figlio del fratello Felice suo compagno di giochi di una volta. Periodicamente il dolore alla coscia della gamba destra, piagata dalla ferita mai richiusa di quella lontana frattura, lo prendeva e ne spegneva la gioia di vivere. Passata la crisi il suo carattere solare riprendeva il sopravvento e Giacomo tornava a sorridere ed a pendere dalle sue labbra. Durante gli assolati mesi estivi, i suoi mitici racconti incantavano Giacomo, all’ombra dell’albero di mandorlo che l’edera aveva trasformato in una freschissima oasi. Allevavano insieme coniglietti bianchi e neri che ghiotti d’erba verde o secca, muovevano incessantemente i loro teneri musetti, mentre Giacomo si divertiva ad imitarne le movenze.

La caccia ai cardellini con lo specchietto d’acqua era il gioco più emozionante. Scavavano nella terra una buca grande abbastanza da contenere una buatta usata, riempita fino all’orlo di acqua del pozzo. Intorno al liquido specchietto, un semicerchio di terra battuta privo di ostacoli: via pietre, rametti secchi, gusci di lumache. Zi’micchio insegnava a Giacomo come tenere in bilico, su uno zippo di mandorlo da lui predisposto, una chianca simile a quelle usate per costruire i coni dei trulli. La chianca incombeva sullo specchio d’acqua; una cordicella veniva assicurata al rametto e nascosta a filo di terra, nel tratto ripulito, l’altro capo stretto nella manina di Giacomo. Andavano, eccitati, a nascondersi dietro un riparo di sciaje già pronto all’ombra di un vicino fico. – Non fiatare – diceva Zi’micchio, – Non muoverti, altrimenti gli uccellini non si avvicinano. – Sì!, perché era proprio qualche passero o meglio un cardellino di passaggio che loro aspettavano con la speranza che, si avvicinasse, attirato dallo splendore dell’acqua al sole cocente di luglio. Le speranze di ‘ngappare qualche preda si affievolivano: il vento non sembrava favorirli, Giacomo cominciava ad annoiarsi ed a distrarsi, quando all’improvviso appariva un’ombra sull’orlo della buatta. Sembrava proprio che un cardellino con le piume gialle e rosse sotto il becco fosse venuto a farsi prendere. Il cuore batteva forte in gola a Giacomo, aveva cinque o sei anni e far male ad un esserino lo spaventava ed attirava al tempo stesso. Al pensiero di ciò che stava per capitare, gli faceva pena quell’uccelletto che beveva spensierato calando il becco in acqua e ingoiando ogni goccia con un rapido gesto del capo all’indietro. Lo voleva però, a cantare per lui, nella gabbietta già pronta con la porticina aperta e trattenuta dallo zio che lo incoraggiava sibilandogli nell’orecchio: – Tira!…Già, Tira!… – Rifletteva, immobile, ancora un attimo in preda all’ansia, finalmente deciso tirava il cordino e via di corsa a sollevare la chianca, sperando che il cardellino fosse caduto in acqua senza essere schiacciato dal peso della pietra. Trattenendo il fiato, sollevava la chianca e raccoglieva l’uccellino. Questo, pulsante di paura giaceva nella mano incerta e tremante di Giacomo; l’uccellino era ancora stordito dal colpo improvviso. – Che peccato, non è un cardellino. E’ solo un passerotto –. Zi’micchio contento dell’esito della caccia suggeriva: – Non importa, canterà anche lui il prossimo inverno e le giornate grigie saranno più allegre -. Con la sua stampella indicava la porticina aperta della gabbia e  diceva: – Non farlo volare via come il cardellino di ieri, mi raccomando!, Infilalo dentro con calma e mollalo subito, chiudi, vedrai: non scappa più -.

Durante l’inverno, nella casa di via Fiume, a Ceglie, oltre al passerotto che di tanto in tanto cinguettava, si facevano sentire anche la radio a transistor e il piccolo grammofono su cui giravano i dischi di twist. Tutti doni che il fratello Francesco, aveva portato con sé, tornando dalla Germania per qualche giorno di ferie. Lassù, aveva trovato lavoro, come tanti ragazzi della sua generazione. Nei giorni di sole, era piacevole passeggiare, abbascia a chiazza cupert, arrivare fino al pescivendolo per comprare le cozze del mar piccolo. Una piccola emozione era aprirle col coltellino, condirle con le gocce del limone appena comprato e mangiarle crude di nascosto della nonna: – Cosimo mi raccomando non mangiare le cozze crude e non darle a u piccinn, fanno male alla pancia -.

Venne febbraio e si portò via Cosimo. Fu il primo dolore di Giacomo che non riusciva a capire perché, quella notte, tutti stavano in piedi, non dormivano, mentre solo e stranito nel letto estraneo, della zia Addolorata dormiva a tratti. Svegliandosi, di tanto in tanto, udiva i pianti sommessi dei parenti. Si sentì stranamente adulto e senza lacrime quando seguì il funerale. Le note della banda che accompagnava il feretro gli sembravano inutili ed estranee come le persone che, ai lati delle strade, guardavano sommessi il breve corteo funebre. Quelle note grevi non avevano l’allegria di quei 45 giri suonati dal grammofono dello zio Micchio. Il giorno dopo volle essere li, in quella spoglia camera del cimitero, insieme a sua madre; se non l’avessero trattenuto avrebbe voluto pulire il naso allo zio, s’era raffreddato durante la notte ed aveva il moccio. Rimase sbalordito quando chiusero la cassa di zinco a martellate, i chiodi si conficcavano nel legno della cassa e gli portavano via il compagno di tanti giochi in campagna, fu allora che pianse e piange ancora ora che rilegge queste parole conservate così a lungo nella memoria.

https://www.giacomonigro.net/single-post/2016/08/20/Intorno-al-1939

una nuova pagina su”lo smemorato di Collegno”

Emilio Notte pittore

Nato a Ceglie Messapica, ma formatosi in Toscana, allievo di Fattori e De Carolis, Emilio Notte entra subito in contatto con gli ambienti lacerbiani, anche se non lega molto con Soffici, e nel 1916 lo troviamo, sia pure in posizione minoritaria e distinta, nel gruppo de L’Italia Futurista, la cosiddetta «Pattuglia azzurra» che surrogò a Firenze la defezione di Papini, Soffici e Palazzeschi dal Futurismo e diede vita al «secondo Futurismo fiorentino» (da non confondere col Secondo Futurismo tout court, che parte dagli Anni Venti).

https://losmemoratodicollegno.wordpress.com/emilio-notte-pittore/

scrivere lascia tracce di noi…

Voglio incoraggiare tutti i “cegliesi nel mondo… Italia” a partecipare a questo concorso che, certamente, illustrerà la nostra amata città natale, avvicinandola ad un pubblico riflessivo: quello di chi ama la lettura.

Giacomo smemorato

MittAffet

L’associazione è fortemente convinta che la propria terra non debba essere solo ammirata seguendo le vie del gusto o della bellezza visiva, ci si deve innamorare di essa anche intellettualmente. La passione per il proprio territorio deve contagiare cuore e cervello, inebriare tutta la sfera sensoriale umana e per far questo occorre stuzzicare i punti più sensibili dell’encefalo, occorre scrivere e sentir leggere della propria terra. È per questo che nasce il nostro concorso: per svegliare le menti e portare all’attenzione di partecipanti e lettori che la bellezza, oltre ad essere fotografata, può anche divenire scrittura.”

le puntate precedenti…

Chi ne avesse voglia e nostalgia può leggere qui in archivio i precedenti della bella (per me ) e lunga  storia di questo blog nato per caso 10 anni fa. Quella che leggete è, diciamo, la versione più intimista. Per fare un po’ di “storia” ricordo che questa è la versione 1.3, infatti l’archivio di “io bloggo” raccoglie le pagine del blog nato sulla defunta piattaforma Splinder.

Negli ultimi anni, dopo l’esplosione dei cosiddetti social spesso le chiacchiere e le discussioni si fanno su Facebook, dove anch’io ho creato una pagine dedicata al blog e, sopratutto, alla nostra Ceglie e alla blogosfera cegliese di cui amo citare le cose che mi colpiscono.

Ceglie notturna e natalizia

Qualche giorno fa ho pubblicato questa bellissima foto di un bravo fotografo cegliese o cegliese fotografo che per equivoco o ironia (scegliete voi)  ho titolato “non spingete…” C’è stato un buon riscontro .

Sono oramai dieci anni che mi occupo virtualmente e  da lontano (vivo a Torino), delle vicende cegliesi e mi batto per il suo buon nome, ma  ho avuto più attenzione per aver scritto le due parole ‘non spingete’ a commento di questa foto bellissima, che per aver perorato a lungo il miglioramento dell’organizzazione del turismo e del resto. Tornate a leggere le pagine del blog dei ‘cegliesi nel mondo’, magari ne riparliamo.

Sono anni che leggo di chi preferisce spendere i suoi soldi nei paesi vicini piuttosto che a Ceglie, sono anni che spero di poter rispondere alla domanda: ‘di dove sei’, con la risposta: ‘di Ceglie Messapica’ e non con ‘di Ceglie Messapica vicino Ostuni o vicino Martina Franca’. Qualcosa è cambiato, ma si può fare meglio e di più. Un Paese più… dipende da noi… le proposte le leggete in archivio, Meh, s’è fatta una certa… devo andare a lavorare; buona giornata e buone feste a tutti!

Messapi

(foto Pinuccia Caliandro)

murorum ingentes reliquiae aliqui-bus in locis videntur, quas adhuc ne ip-sum quidem, quod omnia perdit tempus, nec coloni avidum genus ad omnia devastartela pervincere potuere…  (Galateo)

Sembrano in prigione, ma almeno possono essere parzialmente ammirate queste vestigia del nostro antico passato. Sono un tratto di mura messapiche venute alla luce recentemente. Esse ci ricordano i nostri antenati Messapi.

Talora identificati con gli Iapigi, i Messapi erano forse immigrati dall’Illiria agli inizi del 1° millennio a.C. La documentazione archeologica mostra l’esistenza, già alla fine del 9° sec. a.C., di rapporti con il mondo greco attestati dal rinvenimento di ceramiche mediogeometriche corinzie, cui si affiancano, nell’8° sec., importazioni attiche ed euboico-cicladiche; contemporaneamente si afferma la caratteristica ceramica locale, a decorazione geometrica dipinta. Rito funerario dominante è l’inumazione in posizione rannicchiata.

Non si sa bene da dove derivi il loro nome. Si pensa significhi “popolo tra due mari” dal greco antico Mesos (in mezzo) ap (all’acqua), essi infatti si erano stabiliti nella zona a sud della Puglia, tra il Mar Adriatico e lo Ionio. Si pensa anche voglia dire “domatori di cavalli” (equorum domitores,  come li definisce Virgilio);  infatti allevavano i cavalli.

Discitile sembe sine

discitile sembe sine

Ditegli sembre di si.

Il repertorio della compagnia Scarpetta era fatto allora soprattutto di pochades, un genere di derivazione francese, contraddistinto da intrecci complicati, intrighi, equivoci, che avevano la loro prevedibile e tranquillizzante soluzione alla fine della commedia. A sfruttare ampiamente il genere pochadistico, adattandolo alla realtà napoletana, era stato proprio Eduardo Scarpetta > clicca per approfondire.

puo accadere

impastato

Può accadere che, a Ceglie Messapica a cura del locale Circolo S.E.L. “Peppino Impastato”, si organizzi un incontro con Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato per presentare il suo libro: “RESISTERE A MAFIOPOLI – La storia di mio fratello Peppino Impastato”.

Mafiopoli

All’inconto sono Intervenuti Giovanni Impastato appunto, Toni Matarrelli Consigliere Regionale S.E.L. insieme a Nicola Trinchera Consigliere Comunale di Ceglie Messapica il tutto coordinato da Romina Albano Segretaria del Circolo S.E.L. Ceglie Messapica.

Può accadere che anche gli studenti del locale Liceo Agostinelli incontrino Giovanni Impastato, presso il Teatro comunale dimostrando che sono in grado di interessarsi ai temi della legalità.

Può accadere che un blogger cegliese rivolga dalle pagine del suo blog un appello: “Gentilissimo signor Giovanni, ho sempre ammirato al figura di vostro fratello e ricordo benissimo quel nove maggio di tantissimi anni fa. Un terrorista esploso mentre piazzava una bomba. Piccoli trafiletti sui giornali impegnati a descrivere le modalità del ritrovamento del cadavere di Moro. Solo Lotta Continua, il Quotidiano dei Lavoratori e Il Male difesero la memoria di Vostro fratello. Il PCI in quel periodo si era fatto Stato. Oggi Voi siete a Ceglie ed io e tanti miei amici purtroppo a malincuore, non ci saremo. Personalmente mi fa schifo l’ipocrisia e la strumentalizzazione ed in questo frangente l’ipocrisia e la strumentalizzazione ammorberanno la sala. Sarà per un’altra volta.”  Firmato: Domenico Biondi (Il Diavoletto).

Può accadere che nasca una polemica fra giovani apartitici e adulti impegnati politicamente circa la paternità dell’organizzazione dell’incontro. Può accadere insomma che quel che si muove intorno a S.E.L. in questi giorni sia origine di turbolenze. Un movimento, quello di S.E.L., trasformatosi in pochissimi anni in un partito strutturato che si trova ora ad essere in una posizione centrale nell’agone politico nazionale. E’ talmente centrale che i soloni della carta stampata e dei massmedia in generale se ne occupano come non mai perchè, essendosi alleato con il PD, i voti di S.E.L. saranno determinanti per la vittoria della coalizione di centro-sinistra.

S.E.L. si trova, in questi giorni cruciali, in una situazione di sovranità limitata dalla scelta di allersi con il PD che comunque strizza l’occhio alle realà politiche centriste che si sono coalizzate intorno a Monti. Fatto nuovo, che ne complica la posizione, l’irruzione sulla scena del movimento arancione indirizzato forzosamente verso la Rivoluzione Civile di Ingroia, che ha bruciato tutti con la creazione del suo partito. Questo nuovo partito, che si avvale dell’appoggio di molti comunisti della diaspora oltre che del partito di Di Pietro, erode la già abbastanza ridotta forza elettorale di S.E.L. . Tornare indietro non si può, pertanto, occorre uno scatto alla Nichi Vendola per ritrovare energie che sembrano ridotte al lumicino. Si Nichi, andiamo dove ci porta il cuore!