La casa comune europea e la filantropia a sostegno dei valori della democrazia

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Per la Biennale Democrazia di Torino, che quest’anno ha come tema “Visibile Invisibile” e si svolge dal 27 al 31 marzo, ho assistito al “Dialogo” dal titolo “La casa comune europea e la filantropia a sostegno dei valori della democrazia”.

Ha condotto l’incontro la giornalista Paola Severino Melograni moderando il dialogo fra Massimo Lapucci presidente di EFC – European Foundation Centre e Elena Casolari direttore generale di OPES Impact Fund, intervenuta al posto del sottosegretario Vincenzo Spadafora annunciato dal Catalogo della manifestazione.

A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino l’Europa è attraversata da spinte centrifughe che, ovviamente, rendono difficili anche le iniziative filantropiche di grande respiro economico e temporale.

Così la Finanza d’impatto, che coordina il capitale umano con il cosiddetto “capitale paziente” cioè quello impiegato a lungo termine con pazienza e comprensione verso i risultati attesi dall’investimento, intravede ulteriori difficoltà che potranno aggiungersi a quelle già proprie.

L’Agenzia Europea dei Diritti Fondamentali: sembra un fantasma che non interviene quando i diritti sono calpestati. Diventa quindi difficile investire nella filantropia capitale privato per scopi di pubblica utilità. 

Tenuto conto che l’un percento della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 99 percento, le fondazioni private hanno un’azione distributiva del reddito con motivazioni filantropiche che possono produrre valore, reddito. La filantropia ha reso la finanza d’impatto interessante a chi vuole produrre reddito con pazienza. Il microcredito è una dei primi esempi di capitali d’investimento e non “a dono”. 

La Carta europea dei diritti fondamentali è praticamente la Costruzione Europea che risulta ignorata. Esiste infatti una indifferenza delle istituzioni. Gli Stati Nazionali non vogliono cedere sovranità all’Europa per motivi di populismo.

L’attività di antiterrorismo Usa con stringenti norme antiriciclaggio ha motivazioni anche di prevaricazione nei confronti di altri Paesi concorrenti. Ciò crea ulteriori freni alla filantropia transfrontaliera che deve già essere sviluppata contro le tendenze nazionaliste che contrastano il mercato comune della stessa filantropia. 

C’è insomma una confusione e una pelosa comunicazione che rende difficile la filantropia. Inoltre ci sono poche regole per la creazione delle Onlus no profit, ciò favorisce i malintenzionati che provocano discredito sul sistema. 

Un tentativo di normalizzazione delle risorse private per il bene comune è il “Manifesto della Filantropia – Per un’Europa migliore”. Per renderci conto del tema, ricordiamo che in Europa la filantropia istituzionale conta più di 148 mila fra enti donatori e fondazioni, con stanziamenti annuali superiori ai 50 miliardi di euro e un patrimonio complessivo superiore ai 400 miliardi di euro.

Bruno Segre non si arrende

Bella la serata del 31 gennaio scorso quando, nell’ambito delle conferenze del ciclo “Leggermente“, organizzate dal gruppo di lettura della circoscrizione II di Torino, nel bel sito della Cascina Roccafranca, in assenza del previsto protagonista dell’incontro: Bruno Segre, è stato presentato il libro intervista di Nico Ivaldi “Non mi sono mai arreso”.

Bruno è stato tenuto lontano dall’evento da un male di stagione, comprensibilissimo alla sua veneranda e ultracentenaria età, si può dire che una piccola resa ci può stare. Comunque il suo allievo e amico Nico Ivaldi ha avuto la presenza di spirito per organizzare una carrambata; abbiamo così ascoltato la voce dell’avvocato tramite il cellulare.

Un saluto gradito da una sala gremita fino ai posti in piedi. Nico ha fatto il suo ruolo, ha raccontato l’uomo, le gesta e i fatti che hanno originato le pubblicazioni oggetto della serata alla Cascina Roccafranca, al libro citato si deve aggiungere, infatti, l’aggiornato “Quelli di via Asti” scritto a suo tempo da Bruno Segre.
Al momento degli interventi del pubblico ho voluto rievocare il giorno in cui ho conosciuto l’avvocato. Durante i non lontani tempi dell’occupazione della Caserma di Via Asti da parte di un gruppo coordinato, fra gli altri, dall’allora Consigliere comunale di Torino Michele Curto.
Segre, partecipò ad un incontro organizzato nel cortile della Caserma che verteva sulla difesa della nostra Costituzione Repubblicana dalle modifiche proposte da parte del Governo Renzi.
Grazie al suo impegno e quello di molti altri, si ottenne la sconfitta referendaria della riforma. L’avvocato non si tira mai indietro, quel giorno due robusti uomini sostenendo a mano un sedia, lo trasportarono come su una poltrona gestatoria in uso ai papi di una volta. La sedia fu collocata a fianco del mio posto a sedere. Gli rivolsi un saluto al quale rispose con calore nonostante gli fossi perfettamente sconosciuto.
Un uomo giusto, non mite, ma combattivo, colmo di umanità, che continua ad insegnarci come stare al mondo da socialisti. Bruno Segre nacque a Torino il 4 settembre 1918, a ventiquattro anni conobbe l’esperienza del carcere per “disfattismo politico”, prima di essere nuovamente arrestato nel settembre 1944.

Liberato grazie alla intercessione dei familiari, partecipò alla Resistenza. Da giornalista divento avvocato, impegnato nella difesa dei diritti civili, della giustizia e della laicità: nel 1949 – anno in cui fonda il mensile “L’incontro” – inaugura con la difesa del primo obiettore di coscienza in Italia e con la battaglia per l’introduzione del divorzio, una lunga stagione di lotte legali, politiche e culturali. Attualmente è presidente onorario dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, vicepresidente della Società per la Cremazione di Torino e presidente della Federazione provinciale dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti.

Segre

Cito dal libro: «Sedicenne, rispose intrepido al richiamo della Patria per la liberazione del popolo oppresso. Partigiano valoroso, primo tra i primi, partecipò a numerose azioni di guerriglia infondendo a tutti coraggio, emergendo per ardimento e guadagnandosi la stima dei compagni che lo vollero comandante di squadra. Arrestato, per delazione, dalla polizia nazifascista e sottoposto a snervanti interrogatori durante i quali venne più volte percosso, mantenne sempre fiero il silenzio, salvando così la vita a numerosi compagni. Rilasciato per la sua giovane età, risalì le valli tanto amate riprendendo con maggiore ardore la dura lotta e rifulgendo per indomito coraggio. Inviato a Torino per una importante missione veniva nuovamente arrestato con il suo comandante ed un compagno. Per salvare i fratelli di fede, si addossava la responsabilità di azioni punitive contro spie fasciste, accettando serenamente la condanna a morte. Cadeva sotto il piombo nazifascista, fiero di essere partigiano della libertà. Fulgido esempio di cosciente valore, dì altruismo e di piena dedizione alla causa della libertà.»
— 10 luglio 1947[1] Renzo Cattaneo (partigiano)

AppendiNo

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Una situazione poco Chiara. E non è una battuta. Il Sindaco è spesso assente quando ci sono eventi politici di prima grandezza. Infatti Chiara Appendino probabilmente avrebbe fatto a meno del voto di ieri in Consiglio Comunale che non le frutta la benedizione dei No Tav e, per di più, arricchisce il campo dei suoi avversari. Intanto se n’era partita in mattinata per Dubai dove ha partecipato al forum globale dell’industria e della finanza islamica (?).

Il documento contro la Tav approvato ieri dal Consiglio comunale di Torino, prevede di sospendere i lavori della Torino-Lione in attesa dell’analisi sui costi e benefici promessa dal governo e poi valutare se non sia meglio potenziare la linea storica piuttosto che costruirne una nuova.  “Presto io e Danilo Toninelli incontreremo Appendino per continuare a dare attuazione al contratto di governo” ha detto Di Maio.

Il leader dei No Tav Alberto Perino è stato tagliente con l’atteggiamento del Sindaco: “Forse non vuole metterci la faccia». Sarcastico il suo predecessore, Piero Fassino, che con tutto il centrosinistra è stato espulso dall’aula per proteste: “Non c’è perché ha una gran coda di paglia. Tra l’altro sono curioso di sapere quali investimenti proporrà a Dubai, visto che dice di no a tutto”.

Intanto per la prima volta nella storia del Consiglio comunale di Torino tutte le associazioni produttive – undici – sono accorse contro chi amministra la città: sindacati e “padroni”, commercianti e architetti, artigiani e metalmeccanici, persino avvocati, notai e commercialisti. Tutti contro Appendino e stavolta definitivamente se pure il leader degli industriali Dario Gallina, spesso accusato di essere troppo morbido, perde le staffe: “questi ci ricevono tenendo i libri dei No Tav sul tavolo e parlano di droni. Ma chi se ne frega! Questo territorio senza infrastrutture muore”.

Gallina tenta ora la carta della trattativa con la Lega. Dopo aver interrotto i rapporti con il ministro Toninelli  che, tra l’altro, aveva stoppato una visita al cantiere di Chiomonte con il sottosegretario Rizzi organizzata proprio dagli industriali piemontesi; l’associazione punta ora sul Carroccio per riuscire a evitare quello che in molti anche ieri davano per probabile se non possibile: uno stop alla Tav con l’assenso di Salvini. Ma l’ala piemontese della Lega – con il capogruppo della Camera Riccardo Molinari e il capogruppo in Comune Fabrizio Ricca – spinge perché l’opera si faccia: “E’ utile, Punto e basta” ha ribadito ancora ieri Ricca.

La tempesta perfetta!

Stato di crisi

copertina Bauman

“Stato di crisi” è l’azzeccato titolo dell’ultima fatica editoriale di Zygmunt Bauman, uno tra i più attenti studiosi delle dinamiche della società contemporanea, l’opera è stata scritta a quattro mani con il sociologo Carlo Bordoni. Dei molti aspetti della crisi attuale che Bauman e Bordoni sottolineano nel loro dialogo letterario, il tema delle migrazioni è secondo Bauman «è quello che oggi avvertiamo come più urgente da affrontare».

«A differenza di altre tematiche la crisi umanitaria dei migranti era prevedibile, siamo noi ad aver ignorato a lungo i segnali che pure c’erano: pensiamo a quanto accadeva già diversi anni fa nella piccola Lampedusa. L’Europa non si è preparata e oggi viviamo spiazzati, senza capacità di adeguarci ai cambiamenti e dare risposte. Dovessi scegliere una parola da abbinare alla parola crisi che oggi sostituirei con “sorpresa”».

Poiché molti dei problemi da fronteggiare nascono a livello sovranazionale, l’entità delle forze a disposizione degli stati-nazione non è sufficiente per venirne a capo. I fenomeni transnazionali non hanno redini o reti che possano contenerli, superano i confini e gli strumenti a disposizione del singolo stato-nazione. Siamo di fronte a una dissonanza tra potere e politica che produce un nuovo tipo di paralisi: indebolisce l’attività d’intervento e riduce la fiducia collettiva nella capacità dei governi di mantenere le loro promesse. L’impotenza degli esecutivi accresce il cinismo e il sospetto dei cittadini, innescando una triplice crisi: della democrazia rappresentativa, della fiducia nella politica e della sovranità dello Stato.

I grandi flussi migratori in arrivo hanno generato anche un cambiamento nella percezione generale e oggi al termine “sicurezza” gli europei tendono sempre più ad associare questioni di ordine pubblico: la presenza di militari, di polizia, di sistemi di sorveglianza. La società europea chiede ai governi questo tipo di risposte a controllo della sicurezza.

Quarant’anni fa la piena occupazione era un dato di fatto in Europa, oggi non lo è più. Ciò genera un’inquietudine che pervade tutta la società. Posso perdere il lavoro da un giorno all’altro e niente più mi può dare garanzie. Le multinazionali spostano velocemente le loro sedi e i loro affari, c’è una enorme competizione su scala globale, i sindacati non riescono più a rappresentare una società polverizzata, i partiti non danno risposte concrete e io mi trovo solo davanti a tutto questo.

Che connessioni ci sono tra questa insicurezza esistenziale e i fenomeni migratori? si chiede Bauman. Chi ha lasciato l’Africa o il Medio Oriente, lo ha fatto lasciando tutto, arrivando in paesi che nemmeno conosce, non ha potuto fare calcoli. Ci fa paura accogliere queste persone perché sono grandi punti di domanda per noi. Questa è una sfida di comprensione che interessa soprattutto la classe media.

Questo è il punto! Ieri la classe media era composta di persone che, bene o male, nella vita ce l’avrebbero comunque fatta; le classi medie di oggi sono classi di precari. Questa generazione condivide l’incertezza totale, un’incertezza che riempie ogni spazio della nostra vita. C’è chi scappa, chi guarda e sta in silenzio. I precari non sono assolutamente in grado di fare previsioni e senza previsioni può esserci una vita dignitosa? L’elemento che accomuna migranti e precari è la paura, l’assenza di possibilità di pianificazione.

Per Bauman l’attuale clima sociale promuove l’individualismo, la competizione e la diffidenza, quando le migliori risposte davanti alla crisi sarebbero di segno opposto: solidarietà e senso di responsabilità nei confronti dell’Altro. «La sicurezza è un sentimento che si crea e si rinforza nell’idea di vivere dentro un orizzonte comune».

Nessuno può dire cosa succederà, perché la società è sempre più complessa e davanti non abbiamo un solo bivio, ma una serie di decisioni molto delicate da compiere.

Quando ci interroghiamo sul futuro proviamo a ricordare Gramsci: «a breve termine sono pessimista, ma voglio rimanere ottimista nel lungo periodo!».

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“hanno silenziosamente diretto il mondo”

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Il manifesto, all’indirizzo delle donne di oggi, dell’opera di Bruna Bertolo può essere il messaggio di Cristina Trivulzio, editrice di giornali rivoluzionari, ai tempi della prima guerra d’indipendenza: “Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto-tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!”

Con “Prime… sebben che siamo donne. Storie di italiane all’avanguardia”, edito da Ananke, Bruna Bertolo ci presenta una galleria di personaggi femminili che, in modalità diverse, hanno contribuito a scrivere pagine spesso importanti, a volta marginali, di quel lungo, faticoso, controverso periodo in cui le donne lottarono per la loro emancipazione sociale. Dall’ Ottocento ai giorni nostri, sono state tante le donne che hanno aperto orizzonti nel costume, nella politica, nello sport, nella cultura, nel mondo del lavoro. Dal testo emergono figure straordinarie che hanno saputo adeguare e trasformare il loro tranquillo quotidiano in una lotta a tutto campo, mettendo spesso in pericolo le loro esistenze ed i loro affetti, per un futuro che poteva offrire più che certezze, sicure umiliazioni.

Il primo giorno di primavera di quest’anno, quale data migliore? Si è svolta nella sala Nilde Jotti, presso la sede della Fondazione A. Bendini di Collegno, la presentazione del libro di Bruna Bertolo. Una bella serata, molto ben organizzata, di cultura al femminile con un buon numero di maschi ad applaudire e condividere.

Ad introdurre la consigliera regionale Silvana Accossato e l’Assessora alle Politiche Sociali e Pari Opportunità del Comune di Collegno Maria Grazia De Nicola. La Signora De Nicola ha lodato le donne prime, ma umili, che non sono andate in cerca di consenso rischiando il tramonto della loro femminilità, evitando cioè la competizione tipica del mondo maschile e dedicandosi a soluzioni rapide dei problemi, per abitudine alla concretezza e alla mediazione spesso esercitata in ambito familiare.

Successivamente con un rapida ed intensa sequenza di slide si è dipanata la presentazione di alcune delle figure femminili presenti nel libro commentata con voce accorata della stessa autrice.

Mi pare il caso di chiudere, così come ho iniziato, con una citazione, questa di Lina Furlan: “hanno silenziosamente diretto il mondo”.

#petaloso

Questo libro mi è piaciuto tanto. Perché anche una sola persona, con l’aiuto della fantasia, è in grado di cambiare le cose. Da un’idea ne possono nascere altre mille! (Laura, 1H, gruppo “I Fuoriclasse”)

Drilla

Drilla di Andrew Clements è un libro che parla a noi lettori, insegnandoci delle cose divertendoci. Protagonista del libro è una parola, una parola tutta nuova, inventata di punto in bianco da un ragazzino di quinta elementare. La storia di questa parola ci aiuta a capire come funziona il mondo delle parole e a cosa esse servono veramente.

Protagonista del libro è Nick Allen un bambino molto sveglio, forse troppo. Fa lavorare il cervello, nessuno si stupisce più di tanto quando decide che la penna non si dice più penna: da oggi in poi si dirà drilla. Mrs. Granger la maestra, che ha la passione ed il gusto delle parole, non può incoraggiare il piccolo colpo di stato. Deve imporre la sua autorità. Ma drilla è una parola che piace e presto tutti la usano, in tutte le classi, in tutte le scuole del paesino. L’illustratore del libro è quel gran genio di Brian Selznick, l’autore di La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e de La Stanza delle meraviglie.

A partire dal 16 febbraio il libro è stato protagonista, nell’inconsapevolezza dei più, di una vera e propria gara di condivisione su Facebook e sui principali social network. All’origine della gara a base di ashtag #petaloso è quanto accaduto qualche settimana fa quando, un bambino di terza elementare, Matteo, alunno della maestra Margherita Aurora, nella scuola Marchesi di Copparo in provincia di Ferrara. Durante un lavoro sugli aggettivi, il bambino aveva definito un fiore “petaloso”. La parola, ovviamente inventata dal bambino, segnata come errore, era comunque piaciuta alla maestra tanto da convincersi ad inviarla all’Accademia della Crusca per una valutazione. La risposta d’ Accademia, molto garbata, è arrivata attorno a metà febbraio consigliando, fra l’altro, la lettura del libro di Clements.

La lettera dell'accademia della crusca che fa entrare la parola petaloso nel suo vocabolario

In conclusione teniamo conto che le parole ci aiutano a pensare. Chi sa usare bene il linguaggio, ragiona meglio. Più parole si conoscono, più i pensieri si fanno chiari e precisi; le parole ci aiutano a sognare. Non si può avere molta fantasia, se si usano le solite quattro parole in croce; le parole convincono. Quelli che sanno tante parole, sono più interessanti da ascoltare e sanno convincere gli altri a seguire le loro idee e a fare le cose che propongono; le parole arricchiscono.

Ora però, salviamo il bambino petaloso dalla sovraesposizione mediatica. Matteo ha pieno diritto di vivere la sua infanzia, fatta di anche di parole sciocche, di infantili invenzioni, di insulsaggini, di piccole innocenti baggianate. Ora egli è considerato un oracolo. La parolina che l’ha posto al centro della attenzione social-nazionale è diventata la formula magica, l’esorcismo, il mantra da cui ognuno si aspetta saggezza e salvezza. Egli non ha colpa… E’ solo un bambino, che ha fatto un errore di grammatica.

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese

perfetti sconosciuti

Il sottotitolo del film è la frase “ognuno di noi ha tre vite, una vita privata, una vita pubblica e una vita segreta” di Gabriel Garcia Márquez.

Alla luce di questo assunto, il film racconta la storia di una cena durante la quale sette amici, quattro uomini e tre donne, decidono di mettere sul tavolo i loro smartphone e condividere con tutti gli altri tutto ciò che ricevono (foto, messaggi, chiamate). Una commedia che inizia come un gioco, ma come nella vita arrivano anche i momenti drammatici, dovuti alle numerose rivelazioni che gli smartphone messi sul tavolo portano con sé. Il cast di Perfetti sconosciuti è composto da alcuni dei più noti attori italiani: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher e Anna Foglietta.

Il critico letterario ed editore americano George Jean Nathan ebbe a dire che il “dramma è quel che la letteratura fa di notte” , non a caso il maleficio narrativo di Perfetti Sconosciuti si consuma durante un’eclissi di luna, le cui fasi scandiscono il ritmo del film.

In effetti quello che sembrava un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro e si scoprirà che non sempre conosciamo le persone così bene come pensiamo. Col procedere della serata, in maniera progressiva, verranno svelati i lati segreti di ognuno dei protagonisti, sino ad arrivare a un finale inaspettato, la cancellazione a posteriori delle vicende raccontate dal film è sicuramente amaro e cinico, lascia lo spazio ad ogni personale riflessione sulla reale conoscenza che abbiamo delle persone che amiamo e stimiamo senza sospetto. Il vero problema è volersi bene, conoscere se stessi, essere sincero con gli amici, guardarsi negli occhi e dire la verità, subito.

Il dono del ricordo

l ultima curva

Fuori da ogni ricorrenza o anniversario, l’idea di ricordare quel lontano 29 maggio 1985 mi è tornata in mente, dopo aver visto la puntata, del 2 gennaio 2016, della nota trasmissione televisiva di Rai Uno “Il dono”, condotta per l’occasione da Paola Perego.

Un dono, fra gli altri della puntata, è stato il racconto di Vittorio che, allora sedicenne tifoso juventino, fu coinvolto insieme al padre Leopoldo nella tragedia che, riguardò tifosi inglesi ed italiani, durante la finale di Coppa dei Campioni disputatasi, allo Stadio Heysel di Bruxelles, il 29 maggio del 1985 fra Juventus e Liverpool. Degli incidenti sappiamo oramai tutto. Leopoldo, ferito nel terribile parapiglia che anticipò la Finale, venne soccorso da un tifoso del Liverpool, Jeff Conrad, che gli prestò i primi semplici soccorsi, lo mise disteso per facilitarne la respirazione spontanea, gli diede da bere acqua per lenire lo spavento. Quando capì che poteva andarsene riprese la sua strada. Vittorio poteva cavarsela da solo per i successivi soccorsi a Leopoldo. Gli anni sono passati, ma il desiderio di rivedere il salvatore ha coinvolto padre e figlio fino ad avvalersi dei mezzi della trasmissione televisiva per ritrovare e abbracciare Jeff, la cosa naturalmente è avvenuta ed è stata registrata dalle telecamere. I due hanno donato a Jeff la maglietta con il numero di Platini (il 10) che Vittorio indossava quella sera. Jeff a sua volta ha regalato a Vittorio la sciarpa del Liverpool con scritto ‘non camminerete mai soli’.

Molti sono i libri pubblicati sulla tragedia, cito fra gli altri, per averli letti: “Quella notte all’Heysel” di Emilio Targia ed. Sperling &Kupfer e “Il ragazzo con lo zaino arancione” di Francesco Ceniti e Alberto Tufano ed. Gazzetta dello Sport, entrambi pubblicati nel 2015 a ricordo del trentennale della tragedia.

Quello che più mi ha coinvolto personalmente è “L’ultima curva” di Nereo Ferlat. Nei primi giorni di giugno del 1985 il mio amico e collega Nereo Ferlat, scosso dagli eventi straordinari che gli erano accaduti a cominciare dal pomeriggio del 29 maggio 1985 a Bruxelles, mi chiese di scrivere qualche riga su quell’avvenimento tragico e terrificante che porta il nome di strage dello stadio Heysel.

Accettai di buon grado perché ero rimasto estremamente colpito ed addolorato da quell’avvenimento che aveva tolto la vita a 38 persone (aumentate successivamente a 39) e spento i miei sogni di tifoso. Dovevo attendere il 1996 per vedere vincere alla Juventus la sua prima Coppa dei Campioni. Oggi la chiamano Champions, ma per me resta sempre Coppa dei Campioni d’Europa. Scrissi allora le mie impressioni, un paio di pagine dattiloscritte, niente di più, ma non le lasciai pubblicare, forse pensavo di dover rinunciare definitivamente a qualcosa di mio. Conservai quei fogli e li usai come segnalibro quando Nereo mi consegnò una copia de “L’ultima curva”. Credo che siano ancora li, ma non trovo più il libro che sicuramente giace nei cartoni di un trasloco di vent’anni fa. Non ci ho messo tanto a procurarmi una copia della riedizione del libro, appena l’ho saputo, edizione rinnovata ed accresciuta di testi e molte immagini significative per i tipi della NovAntico Editrice.

Un’altra occasione di memoria. In effetti a oltre trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza di migliaia di tifosi juventini che hanno passato e passano il testimone del ricordo alle generazioni successive, fa sì che i 39 Angeli dell’Heysel siano sempre al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti, come me, che ne tramandano la memoria senza stancarsene i Martiri dell’Heysel sono destinati a rimanere con noi finchè ci saremo.

Naturalmente la nuova edizione del libro di Nereo Ferlat “29-5-1985 “Z” – L’ultima curva” farà la sua parte per conservare questa memoria. Il libro ha una prefazione scritta da Beppe Franzo, il quale ha voluto riprendere e sottolineare la frase “Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre” riportata anche dai tifosi dello Stadium sullo striscione che hanno dedicato ai 39 morti all’Heysel durante la partita dello scorso campionato, giocata in casa dalla Juventus contro il Napoli e vinta per 3 a 1.

Fra l’altro, nella nuova edizione, si può leggere la poesia “39 angeli all’Heysel” di Domenico Laudadio, il gestore del sito della memoria dell’Heysel. Inoltre è presente una scelta di riproduzioni fotografiche di giornali dell’epoca e le fotografie di quella triste giornata scattate da Paolo Gugliotta, fotografo della polizia scientifica di Roma. Molte buone ragioni per leggerlo e conservarlo.

Qualunquismo e italianità. Checco Zalone imita Alberto Sordi?

quo vado

Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma uno stile elementare, una comicità semplice ed efficace che, dal basso e con un qualunquismo neanche tanto nascosto, mira a colpire senza troppe intenzioni un po’ in alto, ma sicuramente verso il basso. Una comicità di grande accessibilità, vagamente infantile. La vasta e negativa eredità dell’immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent’anni colpisce ancora. Candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone come Alberto Sordi lavora con semplificazioni quasi fotografiche. Egli cattura, ritrae e riproduce l’italiano oramai più immaginario che reale dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue presunte poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, mentre lo avverte in maniera politicamente scorretta di quello che potrà avvenire dello stato sociale nel prossimo futuro. Un futuro già attuale, i tagliatori di teste alla Sonia Bergamasco sono in azione da anni nel privato e prossimamente nel pubblico.

A parziale scarico di tanto qualunquismo il piccolo borghese a sbafo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficio di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo, ma in fondo è solo una parentesi e sempre di qualunquismo (stavolta sinistrorso) si tratta. Infatti basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che casualmente veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo (ovvero l’immaginario berlusconiano più becero) per rischiare di perdere tutto quanto riconquistato a fatica e tornare sui suoi passi. Qualcosa dentro di lui pare cambiato, ma molto rimarrà per sempre immutato.

Un buon film comico nella tradizione vagamente destrorsa di Luca Medici, in arte Checco Zalone. L’attore originario di Capurso, in provincia di Bari, non lesina la sua pugliesità (belli i cammei di Lino Banfi e Maurizio Micheli). Negli ultimi anni Zalone, con i suoi tre precedenti film, ha risollevato le sorti del cinema italiano sbancando il boxoffice. Il primo film, Cado dalle nubi (2009) incassò 14 milioni di euro, Che bella giornata(2011) oltre 43 milioni e il terzo, Sole a Catinelle, è stato il film italiano con il maggiore incasso nella storia del nostro Paese con più di otto milioni di biglietti venduti, pari a 52 milioni di euro.

Comunque c’è qualcosa, nell’incipit africano di Quo Vado?, che ci fa pensare a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di sordiana memoria. Si ride, si si ride, ma con un retrogusto amaro che il finale positivo all’americana non addolcisce.