David LaChapelle

Trovo grandiosa questa “Ultima cena” di David LaChapelle.

Dal 14 giugno 2019 fino al 6 gennaio 2020 la potrete ammirare, negli spazi della Citroniera delle Scuderie Juvarriane, unitamente agli scatti di questa interessante mostra monografica di David LaChapelle.

Esposti nella mostra “David LaChapelle Atti Divini” una galleria privata di ritratti di suoi grandi amici come i fratelli Michael e Janet Jackson, Hillary Clinton e Muhammad Ali, Jeff Koons e Madonna, Uma Thurman e David Bowie.

E poi immagini più recenti frutto delle ricerche che lo hanno portato a sviluppare una dimensione più privata e filosofica. Al centro della sua opera temi quali la religione, la sensualità e la sessualità, il passare del tempo, il rispetto per la natura. Il tutto sviluppato nella sua personale maniera onirica con il suo linguaggio epico che però fa sempre i conti con la dimensione reale perché, al contrario delle apparenze, tutto ciò che compare in queste immagini è il frutto di una ricostruzione reale, molto lontana dalle ricostruzioni digitali.

Tra le opere più importanti presenti a Venaria ci sono: Rape of Africa (2009) che ritrova Naomi Campbell come una Venere di Botticelli ambientata nelle miniere d’oro dell’Africa e Showtime at the Apocalypse (2013), un ritratto della famiglia Kardashian che rappresenta non solo la famiglia stessa, ma le nostre paure, le ossessioni e i desideri che vi si riflettono. Esposte ci sono anche le vivaci ed elettrizzanti serie Land SCAPE (2013) e Gas (2013), progetti di nature morte in cui il fotografo riunisce oggetti trovati per creare raffinerie di petrolio e le loro stazioni di servizio interconnesse e poi presentarle come reliquie in una terra bonificata dalla natura. Al centro del percorso espositivo potrete ammirare Deluge (2007) una rivisitazione contemporanea dell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina. E ancora opere come Awakened (2007) e Seismic Shift (2012) dove LaChapelle ritrae scene legate alla divinità nel mondo moderno.

Buona visita!

ultima cena

L’arte dei muretti a secco patrimonio dell’umanità Unesco

Bene. Il mio bisnonno Felice che, aiutato dalla bisnonna Grazia, spietrò un fondo in contrada cutugn di Massarianova, utilizzando le pietre per delimitarlo di muretti a secco e centrarlo con un bel trullo, non avrebbe mai immaginato di essere celebrato da UNESCO e Roberto Saviano tutti assieme. Evviva! Saviano, sul suo profilo Facebook, ha citato un libro che mi incuriosisce, cercherò di leggerlo; intanto riporto di seguito una recensione trovata da google:

Pellegrino di Puglia, Cesare Brandi

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Bompiani ripubblica un grande maestro che ha fatto scuola e che rende giustizia a una terra bella, bellissima. Pellegrino di Puglia è il titolo del libro di Cesare Brandi la cui introduzione può a buon titolo essere considerata una vera lectio magistralis. L’occasione è propizia per un excursus sui viaggi che nei secoli hanno avuto come meta la Puglia e sulle tracce che i relativi resoconti che hanno lasciato nel patrimonio culturale condiviso.
«Di tutti i viaggi in Puglia, il più antico, e infinitamente il più famoso resterà sempre quello di Orazio […] E l’apparire dei monti brulli della Puglia arsi dallo scirocco?»
La narrazione di Brandi è circolare e tende a restituire tutti quegli aspetti che possono contribuire alla descrizione di una terra e dei suoi abitanti. Così lo scirocco che Orazio seppe ascoltare è il protagonista e insieme l’incipit di questo viaggio letterario che ci accingiamo a compiere.
«[…] una descrizione viaggiante di notevole sapore è l’opuscolo De situ Japigiae dell’umanista, medico e cosmografo Antonio De Ferrariis detto il Galateo […] Lo sdegno contro l’ignavia degli Italiani, oppressi dagli stranieri, e contro i preti, sono dunque i due motivi sotterranei di tutta l’opera del Galateo.»
Non sfugge all’autore uno dei tratti meno nobili dei pugliesi, l’ignavia, insieme alle sue profonde radici culturali e antropologiche.
«[…] Swinburne, che dal 1777 al 1780 fece diversi viaggi nel regno delle Due Sicilie […] s’interessa ai grandi uliveti che attraversava in questa sua lunga cavalcata attraverso la Puglia […] la testimonianza delle danze sfrenate che le donne facevano a Brindisi, in prosecuzione delle danze bacchiche: e si dicevano punte dalla tarantola. […] si accorge dei muri fatti a secco […]»
Scopriamo altresì in lui un ambientalista ante litteram quando coglie nelle parole di Paul Schubring la bellezza di un territorio proprio nei suoi elementi costitutivi.
«L’ultimo di questi viaggiatori-storici d’arte, è Paul Schubring […] e la scoperta, più che per le opere d’arte, del paesaggio […] L’immenso piano della campagna, leggermente ondulata, il mare così maestoso, il cielo così infinito e sereno costituiscono una trinità grandiosa e singolare.»
E questa, signori, è solo l’introduzione.
Poi incontreremo sulla nostra strada Terra di Bari, La festa di San Nicola, Castel del Monte, Martina Franca, Lecce gentile, Gallipoli, Inverno a Taranto, Gravina e Altamura, Foggia, Federigo e Lucera Montesantangelo assieme a tanti altri luoghi, persone, storie.
«Ma tant’è», scrive nell’introduzione Cesare Brandi, «si vede solo quel che si vuol vedere, come si trova solo quel che si cerca.»
Buon viaggio quindi e che ognuno veda ciò che vuol vedere e trovi ciò che sta cercando.

Titolo Pellegrino di Puglia
Autore Cesare Brandi
Editore Bompiani
Anno 2010

Dal blog di Oscar Buonamano
Cesare Brandi Pellegrini di Puglia Bompiani

Auguri Paolo!

paolo-conte

Il cantore della provincia e del suo immaginario, il cantautore dandy senza messaggio, il poeta che ha cantato l’amore al ritmo del jazz e della milonga, fisarmonica, piano, vibrafono, sax e kazoo, domani compie ottant’anni. Nato, infatti,  il 6 gennaio del 1937 ad Asti, Paolo Conte ha firmato alcuni tra i brani più belli e amati della musica italiana come: La coppia più bella del mondo, Azzurro, Insieme a te non ci sto più, Messico e nuvole, Genova per noi e Onda su onda. E ancora Via con me, Wanda (vedi testo), La topolino amaranto, Bartali, Sotto le stelle del jazz.

Stai seria con la faccia ma però ridi con gli occhi, io lo so
per oggi non mi scappa e stiamo insieme tutto il giorno
io e te, io e te
andiamo al ristorante in riva al mare.
mi han detto che fan bene da mangiare
il vino bianco è fresco e va giù bene come questo cielo
grande su di noi Oh, Wanda
mi abbracci forte e poi mi dai un bacio e poi mi dici frasi
che non mi hanno detto mai
carezze qui
carezze là
tutte per me
che non ti ho dato mai niente
piano, se no ci vede la gente
Wanda, innamorati fin che vuoi
ma non ci siamo solo noi

Io sto a guardar la tua felicità, mi chiedo quanto durerà
Io so che ogni amore è sempre stato un breve sogno e niente più.
niente più
però la vita è un’altra cosa, eh si, esempio abbandonarsi un pò così
sentirmi il sole in faccia e non vederti,
ma capir dalla tua mano che sei qui.

Oh Wanda. mi abbracci forte e poi mi dai

Intanto io rifletto, chi lo sa, forse la vita è tutta qua
abbiamo un bel cercare nelle strade e nei cortili,
cosa c’è, cosa c’è?
C’è un mondo che si chiude se non ha un pugno di felicità
io sono sempre triste, ma mi piace di sorprendermi felice
insieme a te
Wanda, ti abbraccio e poi ti dò
un bacio e poi ti dico frasi che non avevo detto mai
carezze qui carezze là
tutte da me
che non ti ho dato mai niente
Wanda, scandalizziamo l’ ambiente…

l’inno del corpo sciolto

La normale frequenza di defecazione varia ampiamente tra le persone sane: alcuni soggetti possono produrre tre evacuazioni a settimana, mentre altri possono averne tre al giorno. All’interno di questo intervallo la funzionalità di eliminazione delle scorie fecali può considerarsi normale. Freud definisce “caratteri anali” gli effetti sull’adulto di un particolare atteggiamento di interesse ovvero di rifiuto del bambino nel trattenere od evacuare le feci: i bambini che nella prima infanzia «impiegarono relativamente parecchio tempo per giungere a padroneggiare l’incontinentia alvi infantile, e che anche dopo, nell’infanzia, ebbero a lamentare singoli infortuni in questa funzione», così come «quei lattanti che si rifiutano di vuotare l’intestino quando sono posti sul vaso perché ritraggono dalla defecazione un piacere accessorio», diverrebbero in età adulta persone «particolarmente ordinate, parsimoniose ed ostinate», con predisposizione ad alcune forme di nevrosi e di stravaganza. Insomma ognuno evacua a modo suo, ma il Roberto nazionale qualche anno fa per togliere qualche residuo tabù sull’argomento scrisse “l’inno del corpo sciolto” una canzone di genere pop lanciata nel 1979.

Si tratta di un motivetto che ha come tema l’invito a tutti di defecare, senza vergognarsene, lodando i water e i gabinetti; genere satirico e graffiante tipico di Roberto Benigni. Dietro le parole, all’apparenza scurrili e volgari della canzone, si cela il desiderio umano di far apparire assolutamente normale tutto ciò che ci circonda, specialmente quelle cose o quelle persone che appaiono strane e vengono giudicate volgari o immonde, come appunto le feci. La canzone è stata cantata da Benigni per la prima volta durante una puntata del 1979 del programma televisivo “l’altra domenica” di Renzo Arbore, suscitando sia ilarità che scalpore fra il pubblico. E’ ora di cantarla insieme.

E questo è l’inno-o

del corpo sciolto

lo può cantare solo chi caca dimorto

se vi stupite

la reazione è strana

perché cacare soprattutto è cosa umana.

Noi ci si svegliamo e

dalla mattina

i’ corpo sogna sulla latrina

le membra riposano

ni’ mezzo all’orto

che quest’è l’inno

l’inno sì del corpo sciolto.

C’hanno detto vili

brutti e schifosi

ma son soltanto degli stitici gelosi

i’ corpo è sano

lo sguardo è puro

noi siamo quelli che han cacato di sicuro.

Pulissi i’culo dà gioie infinite

con foglie di zucca di bietola o di vite

quindi cacate

perch’è dimostrato

ci si pulisce i’culo dopo avè cacato.

Evviva i cessi

sian benedetti

evviva i bagni, le tualet e gabinetti

evviva i campi

da concimare

viva la merda

e chi ha voglia di cacare.

I’bello nostro è che ci si incazza parecchio

e ci si calma solo dopo averne fatta un secchio

la vogl’arreggere

per una stagione

e colla merda poi far la rivoluzione!

Pieni di merda andremo a lavorare

e tutt’a un tratto si fa quello che ci pare

e a chi ci dice, dice

te fa’ questo o quello

noi gli cachiam addosso e lo riempiam fino al cervello:

cacone!

puzzone!

merdone!

stronzone!

la merda che mi scappa

si spappa su di te!

Roberto Benigni

 

 

una nuova pagina su”lo smemorato di Collegno”

Emilio Notte pittore

Nato a Ceglie Messapica, ma formatosi in Toscana, allievo di Fattori e De Carolis, Emilio Notte entra subito in contatto con gli ambienti lacerbiani, anche se non lega molto con Soffici, e nel 1916 lo troviamo, sia pure in posizione minoritaria e distinta, nel gruppo de L’Italia Futurista, la cosiddetta «Pattuglia azzurra» che surrogò a Firenze la defezione di Papini, Soffici e Palazzeschi dal Futurismo e diede vita al «secondo Futurismo fiorentino» (da non confondere col Secondo Futurismo tout court, che parte dagli Anni Venti).

https://losmemoratodicollegno.wordpress.com/emilio-notte-pittore/

Un maestro, mi ha lasciato, ci ha lasciati…

ECO 1997 Bustina di Minerva

Nato ad Alessandria nel 1932, emerito Ordinario di Semiotica e della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna, misconosciuto in Italia sino alla pubblicazione, 1980, del suo primo romanzo: “Il nome della rosa”, premio Strega 1981. L’opera che deve il suo titolo ad un verso: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“, del “De contemptu Mundi” di Bernardo Morliacense, monaco benedettino del XII secolo. “Il nome della rosa” è il punto di confluenza degli studi di Eco, che al riparo di un avvincente “giallo” intreccia il dibattito fondamentale sia religioso che laico dell’epoca, quello sul “nominalismo”: ciò che ci rimane di tutte le cose, le più grandi città, gli uomini famosi, le più belle donne, sono solo nomi. E’ la versione mediovale del dibattito che attraversa tutta la storia della Filosofia dal suo nascere ad oggi. E’ il racconto del Medio Evo per bocca di un cronista dell’epoca ed è un “giallo” perché, al pari della Metafisica, “il racconto poliziesco rappresenta una storia di congettura allo stato puro” come ha affermato lo stesso Umberto Eco.

Nell’opera, come in tutti i successivi romanzi di Eco confluisce lo studio semiotico dell’autore: il fluire della trama è dato infatti proprio dai “codici” medioevali e dall’intreccio dei vari sensi e significati interpretativi dell’epoca. Lo scritto è scorrevole ed avvincente ed il lettore è proiettato nella realtà monastica medioevale, nel “tempo” medioevale, tutto scandito, dall’alternanza tra tempo sacro (dal “mattutino” a “compieta”, alle festività) e tempo profano, così come anche lo spazio è diviso in sacro (il luogo della preghiera) e profano. “Il nome della rosa” è affascinante ed Umberto Eco è catapultato anche finalmente da noi a quel primissimo piano che gli spetta e che a livello mondiale già gli era riconosciuto.

Umberto è ora nell’olimpo definitivo dei più grandi scrittori italiani del XX e XXI secolo.

“Dagli impressionisti a Picasso”

impressionisti

Direttamente dal Detroit Institute of Arts 52 capolavori e questa sarà l’unica occasione per vederli in Europa! Una grande mostra che racchiude i frenetici anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, un periodo prolifico per l’arte in cui hanno operato artisti tra i più significativi di tutti i tempi. Una serie di capolavori di autori, come Monet e Gauguin, Cezanne a Renoir, fino a Kandinskij, Modigliani, Picasso con opere che coprono bene il periodo storico promesso dal titolo.

Grazie alla convergenza tra il mecenatismo privato, fra cui va ricordata anche la famiglia Ford, e la lungimirante direzione artistica, il Detroit Institute of Arts è considerato tra i massimi musei degli Stati Uniti. In effetti con tipico spirito americano, nel giro di pochi decenni, a cavallo del Novecento, ci fu una vera e propria competizione per la formazione di raccolte il più complete possibile, per l’acquisizione di opere-chiave, per la scoperta e la valorizzazione di artisti antichi e moderni. La scintillante Parigi della Belle Époque fu il punto di riferimento principale, ma i collezionisti, i galleristi, gli antiquari, le case d’aste, i direttori dei musei americani si impegnarono in una continua corsa sostenuta non solo da ingenti risorse economiche, ma anche da un gusto aperto, libero da pregiudizi. È noto, ad esempio, che pittori come gli impressionisti o lo stesso Matisse sono stati apprezzati e acquistati prima da collezionisti americani (e russi), e solo in seguito apprezzati anche in Europa!

Il Detroit Institute of Arts, fondato nel 1885 e più volte ampliato e rinnovato nel corso dei suoi 130 anni di storia, è da sempre l’epicentro della gloria cittadina, in particolare quando, negli anni del boom economico, le fabbriche di automobili cittadine rappresentavano la locomotiva dell’industria americana. Già nei primi decenni del ‘900 il museo di Detroit era considerato l’avamposto e la principale via di accesso delle avanguardie europee negli Stati Uniti.

Il Museo delle Culture del Mondo di Castello D’Albertis offre un percorso nella dimora del Capitano Enrico Alberto D’Albertis, suo ideatore. Viaggiando per mare e per terra tra ‘800 e ‘900, il Capitano ha racchiuso nella sua residenza il suo mondo ideale, racchiuso da una cornice romantica, tra “camere delle meraviglie” e trofei coloniali. Il castello testimonia il fascino che i mondi lontani da lui visitati hanno esercitato sul suo spirito, luogo impregnato di “genovesità” ed amore per il mare e di altrettanta curiosità verso l’ignoto e l’intentato. Con l’ingresso nel bastione cinquecentesco, su cui è stato costruito il castello, si apre un secondo percorso di visita nel quale il materiale archeologico ed etnografico. Castello D’Albertis non è solo la casa del Capitano D’Albertis, ma anche la casa delle nostre pulsioni e fascinazioni, delle nostre paure ed esplorazioni, delle domande che segnano il nostro rapporto con il mondo.

Le opere esposte nello splendido Appartamento del Doge ripercorrono il tragitto all’inverso che da Detroit porta al Vecchio Continente. La ricchezza della collezione di arte europea tra XIX e XX secolo è data dalla sua completezza e dalla molteplicità dei linguaggi: un dialogo che coinvolge Van Gogh, Matisse, Monet, Modigliani, Degas, Manet, Courbet, Otto Dix, Degas, Picasso, Gauguin, Kandinsky, Cézanne, Renoir. Per la presenza di tutti i protagonisti, e per l’importanza delle opere, è possibile tracciare l’intera vicenda dell’arte europea dall’impressionismo alle avanguardie.

Qualunquismo e italianità. Checco Zalone imita Alberto Sordi?

quo vado

Checco dalla Puglia al Grande Nord, e poi in Africa, Quo Vado? conferma uno stile elementare, una comicità semplice ed efficace che, dal basso e con un qualunquismo neanche tanto nascosto, mira a colpire senza troppe intenzioni un po’ in alto, ma sicuramente verso il basso. Una comicità di grande accessibilità, vagamente infantile. La vasta e negativa eredità dell’immaginario e del linguaggio televisivo degli ultimi trent’anni colpisce ancora. Candido ma non ingenuo, leggero, magari demenziale ma non cretino, Zalone come Alberto Sordi lavora con semplificazioni quasi fotografiche. Egli cattura, ritrae e riproduce l’italiano oramai più immaginario che reale dei nostri giorni, i suoi tanti vizi e le sue presunte poche virtù. Lo sfotte, lo prende in giro, mentre lo avverte in maniera politicamente scorretta di quello che potrà avvenire dello stato sociale nel prossimo futuro. Un futuro già attuale, i tagliatori di teste alla Sonia Bergamasco sono in azione da anni nel privato e prossimamente nel pubblico.

A parziale scarico di tanto qualunquismo il piccolo borghese a sbafo zaloniano, messo a confronto con orizzonti più ampi di quelli del suo ufficio di provincia, è capace di allargare le proprie vedute, di accettare famiglie allargate, di abbandonare retoriche maschiliste, perfino di imparare a non saltare le code o non suonare il clacson al semaforo, ma in fondo è solo una parentesi e sempre di qualunquismo (stavolta sinistrorso) si tratta. Infatti basta colpirlo nel profondo del suo essere, basta che casualmente veda Al Bano e Romina nuovamente assieme sul palco di Sanremo (ovvero l’immaginario berlusconiano più becero) per rischiare di perdere tutto quanto riconquistato a fatica e tornare sui suoi passi. Qualcosa dentro di lui pare cambiato, ma molto rimarrà per sempre immutato.

Un buon film comico nella tradizione vagamente destrorsa di Luca Medici, in arte Checco Zalone. L’attore originario di Capurso, in provincia di Bari, non lesina la sua pugliesità (belli i cammei di Lino Banfi e Maurizio Micheli). Negli ultimi anni Zalone, con i suoi tre precedenti film, ha risollevato le sorti del cinema italiano sbancando il boxoffice. Il primo film, Cado dalle nubi (2009) incassò 14 milioni di euro, Che bella giornata(2011) oltre 43 milioni e il terzo, Sole a Catinelle, è stato il film italiano con il maggiore incasso nella storia del nostro Paese con più di otto milioni di biglietti venduti, pari a 52 milioni di euro.

Comunque c’è qualcosa, nell’incipit africano di Quo Vado?, che ci fa pensare a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di sordiana memoria. Si ride, si si ride, ma con un retrogusto amaro che il finale positivo all’americana non addolcisce.

 

Manet a Torino

rue Saint Denis

La Rue Montorgueil (ou Rue Saint-Denis) à Paris.

Fête du 30 juin 1878.

La rue Montorgueil, come la sua gemella La rue Saint-Denis (Rouen, musée des Beaux-arts), viene spesso vista come una celebrazione del 14 luglio, festa nazionale francese. Il dipinto, fu, in realtà realizzato il 30 giugno 1878 in occasione della festa “della pace e del lavoro”, istituita quello stesso anno dal governo.

Questo evento si inseriva nelle celebrazioni organizzate per la terza Esposizione universale di Parigi, inaugurata soltanto poche settimane prima e che intendeva assurgere a simbolo della rinascita della Francia dopo la disfatta del 1870. Il 30 giugno 1878, giorno in cui si celebrava l’entusiasmo nazionale, un’occasione per dare ulteriore vigore al regime repubblicano che aveva assunto la guida del paese ma che, a pochi mesi di distanza dai feroci scontri del 1876-1877 che hanno visto violentemente opporsi i suoi sostenitori e i conservatori, non era abbastanza forte. Soltanto due anni dopo, nel 1880, il 14 luglio viene proclamato festa nazionale francese.

Il quadro è una veduta a distanza di un paesaggio urbano ad opera di un pittore che non si mischia alla folla, ma si limita ad osservarla da una finestra. I tre colori che Monet fa vibrare sono quelli della Francia moderna.

La tecnica impressionista, veramente impressionante se si prova a guardare la pittura a distanza “di pittore”, con le sue molteplici piccole pennellate di colore descrive bene l’animazione della folla e lo sventolio delle bandiere. Ciò spinse lo storico americano Philip Nord a ritenere che, tale tecnica, si sposi perfettamente con la rappresentazione del “momento repubblicano” che segna la nascita di una società democratica ed il suo radicamento nella Francia contemporanea. Con questo quadro, Monet rivela un aspetto nascosto della modernità, egli agisce quasi in veste di “reporter” di un avvenimento, la pittura come notizia oltre che rappresentazione della realtà.

Paul Gauguin

Paul Gauguin

Paul Gauguin è sicuramente uno dei più importanti pittori dell’avanguardia francese di fine Ottocento. Il Museo delle Culture di Milano gli ha dedicato una interessante mostra: “I racconti del Paradiso”. La mostra presenta circa 70 opere dell’artista, capolavori pittorici e scultorei, accanto ad artefatti polinesiani e immagini di documentazione dei diversi luoghi visitati da Gaugain.
Egli fu protagonista di spicco del Post Impressionismo, periodo compreso tra il 1886 e il 1905, ossia tra la data dell’ultima mostra impressionista e l’anno che segna l’inizio delle avanguardie storiche del Novecento. Un periodo caratterizzato dal delinearsi di indirizzi di ricerca tra loro diversi e opposti, tutti però contrassegnati dalla sfiducia circa la possibilità dell’uomo di entrare in un rapporto di conoscenza razionale con il reale e dunque dalla volontà di guardare al di là dei fenomeni, alla ricerca di regole di costruzione dell’immagine indipendenti dalle apparenze naturali: il divisionismo di Seurat e Signac, l’espressionismo di Van Gogh, le molteplici accezioni del Simbolismo di Moreau, Redon, e quello, carico di valenze primitivistiche, di Rousseau il Doganiere e di Gauguin.

La mostra presenta un centinaio di opere provenienti dai luoghi che Gauguin visitò durante i suoi lunghi viaggi e che influenzarono la sua opera.

La Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen ospita una delle collezioni più complete al mondo di opere di Paul Gauguin, e questa mostra include 35 lavori provenienti dal museo danese – insieme a opere significative di Cézanne, Pissarro e Van Gogh. È la prima volta che una sezione così ampia della raccolta dei lavori di Gauguin viene esposta al di fuori del museo. Tra i capolavori c’è Vahine no te Tiare (Donna con fiore), uno dei primi dipinti che l’artista inviò in Francia da Tahiti nel 1891, come opera ambasciatrice di una nuova arte radicale “made in Polinesia”.

Attraverso l’analisi delle opere dell’artista e il racconto della sua vita – segnata dalla continua fuga dalla civiltà moderna alla ricerca di una dimensione “primitiva” e incontaminata del vivere attraverso cui recuperare la spontaneità creativa e la spiritualità autentica – si può risalire alle fonti figurative del suo linguaggio antinaturalistico; fonti che spaziano dall’arte popolare della Bretagna francese, all’arte medievale, all’arte “primitiva” dell’antico Egitto, del Perù, degli Inca passando per la cultura cambogiana e javanese, fino alla decisione di condividere la cultura della Polinesia dove scelse di vivere e morire, segnato dalla solitudine e dalle privazioni.

La sua fu una vita caratterizzata da grandi utopie e di fallimenti drammatici, molti furono i conflitti con la famiglia e con i pittori con cui condivise le sue esperienze, come Bernard e Van Gogh; una vita da “pittore maledetto” che però ha segnato la strada verso la contemporaneità.