Draghi si presenta alla politica

Il discorso con cui Draghi ha chiesto la fiducia in Senato non contiene il programma di un esecutivo di transizione e neppure di emergenza, ma si tratta di un testo impegnativo che ha rilevanti contenuti politici, per certi aspetti persino ideologici, veicolati attraverso il richiamo alla loro natura “oggettiva”.

La “versione di Draghi” è decisamente di parte. Ha, in primo luogo, una chiara e non discutibile matrice europeista, fondata sull’euro, moneta capace di “migliorare” il Pianeta, che conferisce significato alle appartenenze nazionali. Egli crede in una dimensione della politica economica e del mercato del lavoro selettiva; non si possono salvare tutte le aziende ma solo quelle che, secondo il mercato, hanno un futuro. Non è centrale quindi la difesa del posto di lavoro ma quella del lavoratore che deve essere accompagnato nelle fasi di espulsione dal processo produttivo con un assegno di ricollocazione e con sistemi di formazione continua; un modello, questo, storicamente tipico delle realtà anglosassoni.

La scuola, a cui è assegnato un ruolo centrale, dovrà assumere caratteri “tecnico-professionalizzanti”, con l’apertura alle innovazioni tecnologiche, mentre la sanità avrà i tratti della medicina diffusa con ospedali per acuti e presidi territoriali. La questione meridionale è tradotta nei termini dell’efficienza dell’amministrazione e della legalità e gli investimenti pubblici, ritenuti necessari, dovranno aprirsi alla “competenza” del privato, prima ancora che al suo contributo finanziario.

Il tema fiscale, ancora secondo Draghi, non può essere affrontato facendo ricorso a misure relative a singole imposte ma ha bisogno di essere definito nel suo insieme, magari affidando la stesura di una riforma complessiva ad un gruppo di tecnici. La riforma della Pubblica amministrazione e quella della Giustizia, nella sostanza, si traducono nella ricerca di una maggiore efficienza e di una maggiore velocità dei provvedimenti. Centrale appare anche una meritocrazia fondata sulle competenze acquisite attraverso una competizione individuale, resa possibile da forme di egualitarismo sociale. Su queste basi occorre “completare e integrare” il contributo italiano per il Recovery Plan, avendo chiaro che la parità di genere e la transizione ecologica sono due condizioni essenziali.

Alla luce di ciò non è facile qualificare il Draghi-pensiero che mescola una prospettiva di liberalismo-liberista ad un progressismo di segno nuovo in gran parte indotto dall’idea di un intervento statale, comunque, necessario. Certo non è facile neppure comprendere come questo impianto così complesso e “ideologico”, appunto, possa realmente, al di là dell’immediatezza della congiuntura, tenere insieme una coalizione di forze tanto estesa. Forse Draghi è davvero consapevole che la politica sia costretta a cambiare e non abbia elaborato, in maniera autonoma, i contenuti per farlo, dovendo quindi accettare una formula già confezionata. Il programma di Draghi disarticola il linguaggio delle contrapposizioni esistenti, rimpastando pezzi di culture della globalizzazione e della sua fase successiva e ponendo in essere un sistema di appartenenza che solo la sua biografia può interpretare. Come era prevedibile da oggi lo schema politico italiano contrapporrà i fan di Draghi ai suoi nemici. Assai più di quanto avvenne con Silvio Berlusconi.

Brunetta dei Ricchi e Poveri

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Il Sole 24 Ore ha ripreso una notizia diffusa da altri organi di stampa in cui il neoministro del governo Draghi si esprimeva contro il lavoro a distanza per i dipendenti pubblici. Ma era un’intervista del giugno del 2020. Il quotidiano nella finanza nazionale ha chiesto scusa al neo ministro.

Povero Brunetta: rifatti con qualche dichiarazione attuale.

Geneticamente, viene dal ceppo dei socialisti liberali moderni, ovvero riformisti di un anticomunismo temperato dall’umanità. Il fronte degli odiatori ha usato tutte le battutine straccione, prima di tutto per il fatto che è un uomo di corta statura e gioioso di temperamento. Gli hanno anche giocato uno scherzo da giornalista qualche giorno fa anche sul Corriere della Sera e poi gli hanno chiesto scusa. Una gaffe consistita nel ripubblicare come nuova una sua intervista che risaliva a giugno, in cui Brunetta diceva – a virus calante – che era ora di piantarla con lo smart working. Brunetta è sempre stato convinto che la gente onesta lavori guidata dalla propria etica. E che se non lavora, non ha etica e fa parte della categoria dei malfattori. È uno dei tanti calvinisti inconsapevoli d’Italia, quelli per cui la giustizia sociale con le riforme, va sempre insieme all’onestà, fino alla brutalità, pur di non cedere spazio al politicamente corretto e parassitario.

Brunetta cominciò come professore all’Università di Padova e poi nei governi di Bettino Craxi, Giuliano Amato e Ciampi, scrivendo sempre moltissimo. Possiede un particolare tratto umano: lo incontri e ti viene incontro con un sorriso rarissimo fra le persone di questo pianeta e poi devi chinarti per prendere e ricevere un bacione sulla guancia. Non che non sia incazzoso, tutt’altro. È incazzosissimo. Si sdegna. Ma poi si contenta delle scuse, come è accaduto con questa gaffe di cui si è detto.