Ritorno di memoria .2

Erano circa dieci giorni che avevo una febbricola classificata dal medico curante come sindrome influenzale. Naturalmente non uscivo di casa neanche per andare a trovare gli anziani genitori. Quindi il 20 marzo 2020 era un giorno come altri s’erano succeduti, mi sentivo debole, avevo timore per la pandemia di Covid19 che i mezzi d’informazione facevano rintronare nel mio cervello. Come sempre leggevo. Da poco avevo iniziato, su suggerimento del mio amico Pietro, la lettura de “La peste” di Albert Camus premio Nobel per la letteratura. Un libro profetico come pochi per le reazioni umane di fronte alle pestilenze, reazioni che si ripetono nel tempo uguali a se stesse.

Durante la cena cominciai ad essere assente, deliravo ed avevo la febbre alta. Come un sonnambulo fui accompagnato a letto da mia moglie. Continuavo a star male, allora mia figlia Giulia chiamò i soccorsi, non gli fu facile farsi ascoltare, era quasi notte e il 112 rimandava alla Guardia Medica, quest’ultima sentiti i sintomi suggerì l’intervento dell’ambulanza. Nel frattempo mio figlio Riccardo rientrava urgentemente da Bardonecchia attraversando la zona rossa che il Governo aveva imposto all’Italia.

L’ambulanza arrivò e i soccorritori constatarono la gravità delle mie condizioni, avevo un forte mal di testa, non respiravo bene (la saturazione era a 80, la febbre oltre 39°), deliravo. Fui accompagnato all’ambulanza deambulando in piena incoscienza. Quando giungemmo all’ambulanza ebbi un attimo di coscienza e protestai, non volevo salire. Naturalmente fui convinto, mi attaccarono l’ossigeno e cominciai la mia avventura solitaria, per molto tempo non avrei rivisto i miei cari.

Giunto al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Rivoli continuavo ad essere intontito, il giorno successivo dopo un tentativo con il casco ad ossigeno fui intubato e ricoverato in rianimazione.

Essere intubato è “Una procedura terrificante, che mi sono fatto raccontare. Ti sedano, ti infilano un tubo nei polmoni, e da quel momento su di te scende la notte di un tempo infinito e un luogo indefinito. Sei sdraiato sulla pancia, in una posizione guidata da un rianimatore esperto, per sedici ore consecutive. Dopo ti rigirano supino, per otto ore. Poi si ricomincia: sedici ore prono, otto ore supino. E così via. Tutte le volte che serve a far “distendere i polmoni”, come dicono, e a sperare che intanto la malattia regredisca, e non distrugga definitivamente quel che rimane del tuo sistema respiratorio. Se questo accade, a un certo punto ti estubano, ti risvegliano e allora devi solo sperare di avere ancora un po’ di fiato in gola per gridare ce l’ho fatta.
Se non accade, te ne vai senza saperlo, e senza che un familiare, un parente, un amico possano averti dato l’ultima carezza. Tutto questo mi è stato risparmiato. Lascio il mio letto a chi sta peggio di me, in attesa di un primo tampone finalmente negativo.”[1]

Quando dopo circa un mese riemersi dal sonno indotto dal coma mi venne in mente che avevo letto John Fante e mi venne l’idea di scrivere la mia esperienza.

“Mi sdraiai sul letto e dormii. Era il tramonto quando mi svegliai e accesi la luce. Mi sentivo meglio, non ero più stanco. Andai alla macchina per scrivere e mi ci sedetti davanti. La mia idea era di scrivere una frase, un’unica frase perfetta. Se avessi potuto scrivere una bella frase avrei potuto scriverne due, e se avessi potuto scriverne due avrei potuto scriverne tre, e se avessi potuto scriverne tre avrei potuto scrivere per sempre. Mi sedetti davanti alla macchina per scrivere e mi soffiai sulle dita. Per favore, Dio, per favore, Knut Hamsun, non abbandonatemi adesso.”[2]


[1] Massimo Giannini – La Stampa

[2] John Fante, “Sogni di Bunker Hill”