Di come avrei potuto essere genovese.

All’inizio degli anni sessanta del secolo scorso, quando la mia capacità di scrittura cominciava ad essere più solida, ero l’estensore della corrispondenza con amici e parenti lontani, inviavo lettere in Germania agli emigranti di famiglia.

Fra i corrispondenti c’era la zia Angelica Salonna che viveva a Genova. Era rimasta vedova e il suo unico figlio era morto di una malattia infantile in tenera età. Già il nome di battesimo Angelica mi piaceva molto visto che andando a scuola dalle suore domenicane, dopo aver frequentato anche il loro asilo, gli angeli erano figure familiari. Me la immaginavo dolce e piena di sollecitudini nei miei riguardi. Insomma era la mia corrispondente preferita. Mia madre, nipote diretta, essendo figlia della sorellastra Anna, era la preferita della zia che essendo rimasta sola a Genova, lontana da tutti i parenti, la voleva vicino a se. Io, ancora piccolo non sentivo ancora stretti i legami con Ceglie Messapica terra natia, facevo il tifo perché i miei genitori accettassero il trasferimento. Non se ne fece nulla, fu la zia Angelica che scelse di tornare al paese d’origine. Era simpatica e trascorrevo con lei parecchie ore, gli scappava una lacrima quando le chiedevo chi era quel bel bambino fotografato color seppia in una vecchia stampa in cornice. Mi chiamava figgeu (figliolo), appellativo che le rimase come soprannome.

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