costituito il comitato per il NO di Collegno

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In vista del prossimo referendum di ottobre si è costituito lunedì 20 giugno a Collegno il Comitato per il No alle modifiche costituzionali promosse dal governo Renzi.

Lo stesso comitato per il No si occuperà anche della campagna referendaria iniziata il 10 dicembre scorso, con la presentazione alla Corte di Cassazione dei due quesiti di abrogazione parziale della legge 52/2015 chiamata “Italicum”.

Per ragioni organizzative, nella stessa riunione, è stato nominato un coordinamento composto da esponenti delle prime associazioni aderenti: ANPI, ARCI, Ad Ovest di Treviri, Libertà e Giustizia, le cui riunioni di svolgeranno presso la “Saletta rossa”, al secondo piano di via Bendini 11.

L’iniziativa è indistintamente aperta a tutte/i, associazioni o singole/i cittadine/i che vogliano volontariamente aderire alla campagna referendaria.

Il comitato rende noto, che ci saranno iniziative pubbliche sul territorio di Collegno già nei prossimi giorni con dei banchetti per incontrare la cittadinanza.

La data e il luogo saranno comunicati tramite mail e sulla pagina Facebook del comitato: @iovotonoCollegno

Info: iovotonocollegno@gmail.com

Il comitato ha preso le mosse da un incontro pubblico tenutosi presso Villa 5 – Parco Dalla Chiesa, Collegno  il 19 maggio 2016. >Clicca per leggere un resoconto.

il vento del cambiamento

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Un vento dimenticato spira su questa Torino umida di fine primavera che si prepara al ballottaggio. Forse non gonfierà le vele di una nuova maggioranza. Ma intanto sbatte, fa rumore. Soffia dalle periferie alle università, dovunque qualcuno si senta escluso dal sistema di potere che da un quarto di secolo ruota intorno al centrosinistra. Prima che di un cambiamento, indica la voglia di un ricambio.  Per chi lo osserva dai vetri, quello che governa Torino è un sinedrio chiuso che ti ammette al suo interno solo per cooptazione. Le stesse persone che da decenni si incontrano alle stesse cene, si scambiano gli stessi incarichi e partecipano allo stesso banchetto di soldi pubblici che anche gli esclusi hanno contribuito con le loro tasse ad allestire. A chi non ne fa parte interessa poco che questa aristocrazia, riunita oggi intorno a Fassino, sia la migliore delle grandi città italiane e probabilmente più preparata di quella che circonda Chiara Appendino. Per gli esclusi il desiderio di aprire le finestre è così impellente che prevale persino sul rischio di fare entrare aria cattiva.  Ho letto su Facebook il post di un militante liberale, uno di quei torinesi di centrodestra che hanno votato Berlusconi per anni senza mai amarlo. Tratteggia il futuro a tinte fosche che attende Torino nel caso di una conquista grillina, profetizzando anni di Terrore giacobino a base di linciaggi e politiche afflittive (No Tav, No Cittadella della Salute, No tutto). Ma, dopo avere descritto la vittoria dei Cinquestelle come una sciagura, annuncia a sorpresa che voterà per loro. Perché, scrive, solo da una fase distruttiva potrà sorgere una classe dirigente nuova, finalmente basata sulla competenza invece che sulla vicinanza. Un’utopia in un Paese come l’Italia, dove nel campo delle nomine pubbliche l’amicizia non è considerata un limite, ma un vantaggio. Eppure ci sono dei momenti in cui le utopie si mescolano alle invidie, le invidie alle rabbie, e insieme sollevano un vento che va a infrangersi contro il primo albero lungo il cammino.  Piero Fassino è un albero esile, ma ben radicato. Persino i suoi rivali, lontano dai microfoni, ne riconoscono le qualità. Il vento che rischia di travolgerlo o almeno di scuoterlo non prende tanto di mira lui, quanto l’aristocrazia del potere rosé di cui il sindaco è la figura di riferimento. Gli osservatori neutrali sostengono che la squadra di assessori dei Cinquestelle non valga quella che ha governato Torino negli ultimi decenni. Ma per chi sta dentro quel vento, l’incompetenza e persino l’incapacità sono valori positivi. E Chiara Appendino è presenza garbata, abbastanza abile da non ostentare la giovinezza in una città di anziani, mascherandola dietro pettinature e atteggiamenti rassicuranti da «madamin».  Di solito ai ballottaggi si vota il male minore. Ma mentre in pochi andranno a votare Fassino per paura di una vittoria di Appendino, più di qualcuno potrebbe votare Appendino per la gioia di vedere perdere Fassino (e Renzino). Non è detto che succeda. Ma, per la prima volta dopo un quarto di secolo, ciò che a Roma sembra molto probabile a Torino è diventato possibile. Sarà l’effetto del vento. Massimo Gramellini – La Stampa

Lunedì prossimo Torino avrà un nuovo sindaco e non sarà Fassino Piero, sindaco uscente, colpevole di essere brutto come la fame, scontroso come un orso marsicano e espressivo come un tonno durante la mattanza. Altro difetto di Piero: è politicamente vecchio, da troppo tempo nelle stanze dei bottoni. E poi a Torino governano più o […]

 

garrisce la bandiera!

Italia

Oggi le bandiere iniziano a sventolare, quando gioca la nazionale la Patria si risveglia in ogni italiano, partiamo in quarta fila, ma la speranza nell’antico stellone non ci molla. Anche se la pole position della Francia di Pogba e di Kanté, di Griezmann e di Martial, di Payet e di Giroud pare fuori discussione. A differenza delle altre piazzole sulla griglia di partenza, sulla cui assegnazione il dibattito è legittimamente ampio ed appunto ci concede qualche speranza. La Spagna non è più quella ma la qualità è rimasta. Il Belgio ha forza fisica e talento, l’Inghilterra sembra più fresca di quella che da tempo immemore illude e poi delude. La Germania non parrebbe quella di due anni fa in Brasile, anche se con i tedeschi la cautela è d’obbligo, e se Cristiano Ronaldo fosse il parente sano di quello (non) visto a San Siro anche il Portogallo potrebbe iscriversi. Vediamo… comunque forza Italia!

#senzachiederepermesso

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Ieri sera presso il Circolo Aurora di Collegno, a cura dell’Associazione ad Ovest di Treviri e del locale Circolo Sel-SI ho assistito alla proiezione del film- documentario Senzachiederepermesso (tutto d’un fiato) di Pietro Perotti e Pier Milanese. Il periodo coperto dal film è 1969/1985, periodo che coincide perfettamente con gli anni in cui mio padre, dopo aver lasciato la Puglia come tanti in quegli anni, lavorò oll’Officina Meccannica 32 della Fiat Mirafiori. Personalmente ho potuto fruire il film con cognizione di causa, papà mi teneva sempre al corrente di tutto quanto accadeva in fabbrica in quegli anni al tempo stesso meravigliosi e terribili, meravigliosi perchè ricchi di conquiste degli operai, terribili per il clima sociale che si era creato a causa del terrorismo BR, erano gli anni di piombo.

Il documentario costituisce sicuramente una delle testimonianze più forti della memoria operaia della Detroit italiana, Torino. Una testimonianza diretta, autentica e documentata, da quel Fiat-Nam che sconvolse l’orgoglio padronale, la politica italiana e gli equilibri di classe tra l’autunno caldo e il 1980.

Pier Milanese, da almeno un trentennio, si occupa di produzione e post-produzione cinematografica (in pellicola e video) su un terreno di impegno militante in quel di Torino. Mentre Piero Perotti, oggi ufficialmente pensionato, è una delle memorie storiche della classe operaia piemontese e delle azioni sindacali e sociali, messe in atto per migliorarne le condizioni di lavoro e di esistenza e per contrastare le “bronzee leggi” del capitale, fin dagli anni sessanta.

Insieme e nel corso di diversi anni hanno raccolto una serie di materiali straordinari sulla lotta di classe a Mirafiori, fuori e dentro la fabbrica, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980. Molte immagini, collezionate all’interno del film, provengono dalla cinematografia militante di quegli anni, ma ciò che costituisce il cuore di questo documento audiovisivo è dato dalle immagini “rubate” dallo stesso Perotti alle manifestazioni operaie e ai cancelli dello stabilimento Fiat con la piccola cinepresa portatile che aveva deciso di procurarsi proprio a tale fine.

In un’età di tablet, smart-phone, telecamere portatili o miniaturizzate in qualsiasi cellulare e di selfie, ci si dimentica troppo facilmente quanto fosse difficile, qualche decennio addietro, documentare gli eventi. Anche quelli che, a differenza di quelli fin troppo documentati di oggi, erano destinati a cambiare il rapporto tra le classi a favore dei diseredati.

Tra il 1969 e gli anni settanta, la classe operaia di uno dei più grandi stabilimenti automobilistici del mondo cambiò le regole del gioco. Le immagini del film ce ne trasmettono tutta la potenza, la creatività, anche la violenza spesso sufficientemente espressa, quest’ultima, più in potenza che in atto. Fu, in quegli anni, la classe operaia torinese l’epicentro di uno scontro globale che fece tremare le fondamenta dell’edificio costruito sulla base dello sfruttamento di classe.

Per questo, più tardi nel 1980, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo. Avrebbe dovuto essere spogliata della sua capacità di resistenza, organizzazione ed iniziativa, politica e sindacale, per essere restituita, nuda, alle sue condizioni iniziali di sottomissione e dipendenza dall’iniziativa avversaria.

Il film documenta benissimo, in maniera spesso commovente, soprattutto per chi ha vissuto quegli anni alle porte della FIAT, tutto ciò. La formazione di una coscienza, lo sviluppo delle lotte e della solidarietà di classe, la capacità di reagire uniti su richieste egualitarie ed unificanti e quella di reagire alle provocazioni messe in atto dall’azienda, dai crumiri, dai fascisti e dalla polizia. Una forza immensa era entrata nell’arena della Storia; sì, proprio quella con la S maiuscola.

Donne e uomini, immigrati meridionali e lavoratori piemontesi lottavano uniti, creavano uniti un nuovo modo di fare politica ed attività sindacale, marciavano uniti per le strade prima del quartiere, poi della città. Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia.

Tutto questo, forse, molti di quegli operai l’avrebbero imparato dopo, eppure ripresero il cammino proprio là dove era stato interrotto dalle repressione antisindacale ed antioperaia, ancor prima che anticomunista, degli anni cinquanta. E che aveva visto un primo, selvaggio risveglio, fuori da qualsiasi direttiva partitica o sindacale, proprio nei fatti di Piazza Statuto del luglio 1962.

Molti di loro erano in fabbrica da anni, molti, forse i più, erano entrati alla Fiat in seguito alla recente emigrazione dal Sud o al rientro dalle fabbriche tedesche. Simili a una moderna creatura di un capitalismo novello dottor Frankenstein, avevano imparato ad odiare il proprio creatore e a combatterlo. Ovunque, dentro e fuori gli stabilimenti.

I cortei interni, le perquisizioni dei guardiani alle porte, i volantinaggi, i fuochi dei picchetti, gli studenti con i giornaletti dell’estrema sinistra, il blocco della produzione, gli scioperi spontanei: tutto è documentato con un ritmo serrato, accompagnato dalla narrazione personale e vivace di Pietro Perotti. Così che, ancora una volta, la memoria personale si mescola con la memoria di classe, rifondandola. Come quasi sempre accade.

Non nei testi accademici, non nelle tesi di Partito, non nelle logiche politiche e nelle strategie sindacali, ma nella voce narrante, ancor più che in qualsiasi forma scritta, noi ritroviamo la memoria e la Storia delle classi subalterne. Subalterne soprattutto sul piano della comunicazione. Soprattutto là dove la comunicazione è scritta, dove la sintassi è ancora un’arma del padrone e, ancor più, lo è lo strumento televisivo, o radiofonico come ai tempi del Duce.

Per questo il gesto di Pietro, comperare ed imparare ad usare una piccola cinepresa, diventa così grande ed importante. Non solo per noi che, ora, possiamo usufruire di quelle straordinarie immagini, ma anche per l’epoca. Un’altra barriera veniva abbattuta, appunto senza chiedere permesso, precedendo di poco la nascita delle radio libere. La lotta operaia, ancora una volta, inventava una nuova cultura e nuova comunicazione. Di cui Pietro si fece portatore anche negli anni successivi all’abbandono della fabbrica, attraverso i suoi manifesti e i suoi mascheroni che accompagnano ancora tante manifestazioni.

Suo era il grande ritratto di Marx che, appeso alle porte della palazzina di Mirafiori, avrebbe assistito, ammutolito e attonito, all’ultima battaglia degli operai della città-fabbrica. La più amara.  Quella in cui si consumarono, durante i 37 giorni dell’autunno del 1980, tutti i tradimenti sindacali e politici possibili. Quella con cui l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, aveva deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla forza lavoro. Con un costo altissimo per tutta la classe operaia italiana.

E, sotto questo punto di vista, le immagini parlano e dicono più di ogni commento. Negli anni precedenti i lavoratori di Mirafiori avevano occupato il territorio. Erano diventati punto di riferimento per gli operai di tutto l’indotto Fiat e per quelli degli altri settori produttivi. Per gli studenti, gli operai, per i soldati inquadrati nei Proletari in divisa, per ogni settore della società. Avevano guardato fuori, al mondo e lo avevano fatto proprio.

Nei 37 giorni, tra il 10 settembre e il 16 ottobre 1980, gli operai che sono fuori dalle officine guardano verso l’interno della fabbrica. Un rovesciamento di prospettiva che prelude soltanto alla sconfitta. I grandi viali sono alle loro spalle e sono esclusi dalle officine. Guardano il balletto degli oratori, con capofila Berlinguer e i leader sindacali, che altro non fanno che illuderli e deviarli verso la resa. Che avverrà con una votazione truffa dopo la marcia dei quarantamila. Truffaldina anche quella, nei numeri e nei partecipanti.

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I capi sono stati affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10 – 12.000 (questa anche la prima cifra ufficiale della prefettura). Il corteo ha un carattere decisamente reazionario e antioperaio […] Nel pomeriggio,incontro Fiat -sindacati. Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <<all’accertamento dell’ipotesi conclusiva>>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di 100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia […] All’alba (giorno successivo) l’apparato del PCI è mobilitato ai cancelli per convincere i suoi militanti che bisogna accettarla1

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della lotta dei 35 giorni alla Fiat si sarebbe potuta fermare, non farla neanche partire”. E’ quello che sostiene Pietro Perotti nel film. E probabilmente ha ragione, ma sarebbe occorso che gli operai della fabbrica più grande d’Italia tornassero a fare quello che avevano fatto nel decennio precedente, ogni volta che si era presentata l’occasione: occupare le strade e la città.

Ma in quel momento, una volta allontanati dalle officine, con gli arresti o i licenziamenti, tutti coloro che avevano guidato le lotte, i reparti non reagirono più allo stesso modo. La stanchezza e la sfiducia presero il posto del coraggio, della sfida e della lotta. Con una sapiente regia del sindacato e del Partito comunista. Soprattutto della federazione torinese del Partito che annoverava tristi figuri del calibro di Piero Fassino e di Giuliano Ferrara.

Le conseguenze si fanno sentire ancora adesso a Melfi, in quel che rimane degli stabilimenti torinesi, nel job act e nella spocchia di Marchionne e di Renzi. Quello fu un appuntamento storico e tutti i carnefici di adesso possono rallegrarsi ancora di quella sconfitta.
A noi rimangono la memoria di momenti gloriosi e di volti magnifici. Sconosciuti e conosciuti che, per chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e quelle lotte, non possono non far spuntare lacrime di nostalgia, di tenerezza e di rabbia. Che ci accompagneranno sempre.

bandiere

Cesare Maldini

(Immagine tratta da Wikipedia)

Due mesi fa ci lasciò un grande uomo, i meccanismi strani della memoria me l’hanno riportato oggi, ho quindi deciso di ricordarlo quale rappresentante di quei calciatori bandiera di cui si sta perdendo traccia anche a causa del denaro e della troppa attenzione mediatica che ha oramai preso in mano il calcio e lo stanno lentamente stritolando.

Cesare Maldini nacque a Trieste nello storico quartiere della Servola nel 1932. Egli scelse e fu scelto dallo sport più popolare in Italia. L’esordio da calciatore con la Triestina avvenne il 24 maggio del 1953. Maldini, difensore di grande qualità dopo aver esordito passò al Milan e da difensore ha giocato fino al 1966.

Maldini è stato un rivoluzionario anche se molto egli deve all’arrivo al Milan di Gipo Viani, due anni dopo il suo esordio. Con lui Maldini vinse due scudetti. Cesare giocava “libero” con eleganza, intelligenza, luce, per se stesso e per i compagni. Sul campo di pallone Maldini ha dato e ha lasciato tanto, altrettanto ha fatto insegnando calcio.

Nel 1963, quando in panchina c’era Nereo Rocco, sollevò, dopo averla vinta, la Coppa dei Campioni. Resterà nella storia del calcio per i suoi successi con il Milan e con la Nazionale, ma anche per la sua umanità, le sue bonarie sfuriate così ben imitate da Teo Teocoli che ne ha fatto un eroe popolare, quando aveva terminato il suo ciclo attivo.

Cesare Maldini è stato una ‘bandiera’, figura che nel calcio sembra sempre più passare di moda, ma nella famiglia Maldini è valsa per ben due generazioni consecutive, prima lui, poi il figlio Paolo altro grande difensore e bandiera milanista.

Sempre al Milan (per non cambiare bandiera), nella Nazionale e in mille altre squadre, recentemente sembrava esserci da sventolare un’altra bandiera di nome Mario Balotelli. In realtà quella bandiera non è riuscita a salire sul pennone per ora… per sempre?

In effetti i bene informati ci raccontano che Marione Balotelli, rimasto fuori dalle convocazioni del ct Conte per gli Europei ed in attesa di conoscere il proprio futuro, si è concesso una vacanza per staccare la spina dopo l’ultima complicata stagione con il Milan: meta esotica per l’attaccante, con il fratello Enock si è rilassato a Dubai. Buon per lui che è sempre al centro dei riflettori, anche di quelli di calciomercato visto che il suo futuro è ancora un rebus: il Liverpool lo ha scaricato, il Milan non sembra intenzionato a confermarlo al termine del prestito e l’ingaggio da 6 milioni di euro netti a stagione frena molte pretendenti. Eppure c’è sempre chi è pronto a tendere una mano all’attaccante, Lazio e Besiktas chiamano a gran voce. Non sono però questi gli unici club interessati: anche il Galatasaray monitora mentre la Sampdoria spaventata dai costi resta più defilata. Insomma, c’è sempre chi è disposto a dare un’ultima chance a Balotelli. Altro giro altra bandiera: il $!

la festa del 2 giugno spiegata ai nostri figli

Festa della Repubblica Italiana

Oggi, 2 giugno niente scuola: si fa vacanza! Ma come mai? Perché si festeggia la nostra Repubblica! E quest’anno,m l’anniversario è anche più importante del solito, perché è il 70esimo anniversario della nascita dell’Italia repubblicana e democratica.

Per capire perché il suo compleanno sia proprio il 2 giugno bisogna tornare indietro nel tempo: al 2 giugno 1946 , quando, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i cittadini italiani votarono con un referendum per decidere quale forma di governo preferissero per il paese: monarchia o repubblica? Vinse la repubblica con 12.718.641 voti contro 10.718.502: dopo 85 anni di vita, il Regno d’Italia si trasformò in una Repubblica , costruita dalla Resistenza sulle macerie lasciate dalla II Guerra Mondiale e dal fascismo. Il 2 giugno rimase festa nazionale fino al 1977, poi la sua celebrazione fu spostata alla prima domenica di giugno. Soltanto nel 2001, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, riportò la celebrazione al giorno esatto, il 2 giugno, che tornò così a essere una giornata di vacanza per tutti e, soprattutto, la più importante festa nazionale. Cliccate sul link per conoscere le origini e la storia della festa della Repubblica italiana!
Buona festa della Repubblica a tutti!

referendum-repubblica-monarchia

Uffa che noia!

sbadiglio

Il motivo per cui gli esseri umani sbadigliano è sconosciuto, a volte si sbadiglia perché si vede o si sente qualcuno che sbadiglia o che parla semplicemente dell’argomento. Lo sbadiglio è il processo involontario di aprire la bocca e inalare profondamente, riempendo i polmoni d’aria, viene di solito provocato da sonnolenza e affaticamento. È la reazione naturale dell’organismo alla stanchezza e alla noia.

Alcuni scienziati sostengono che lo sbadiglio contagioso sia collegato alla comunicazione sociale infatti, nell’uomo come negli altri animali, è contagioso più di qualunque altro comportamento osservato in un consimile. Spesso per capire la nostra specie ci mettiamo a osservare cani e scimpanzé. Una recente ricerca su scimpanzé che vivono in una riserva protetta ha ora dimostrato che queste scimmie imitano lo sbadiglio degli esseri umani, ma non quello di babbuini né di scimpanzé non imparentati con loro. Gli scimpanzé, insieme ai bonobo, sono i nostri parenti più stretti, mentre secoli di incroci selettivi hanno trasformato i cani in una specie dotata di una capacità unica di comprendere la nostra comunicazione sociale. E se c’è qualcuno in grado di aiutarci a capire perché lo sbadiglio è contagioso, sono proprio loro. Si è osservato che i cani sono più propensi a sbadigliare dopo aver sentito lo sbadiglio di un essere umano familiare piuttosto che di uno sconosciuto. Il che è assolutamente sensato: se lo sbadiglio è legato all’empatia, allora i cani potrebbero essere disposti a entrare in empatia con le persone con cui hanno familiarità più che con gli estranei.

Sbadigliare in maniera eccessiva significa che si sbadiglia spesso anche se non si è stanchi. Si sbadiglia in modo eccessivo se ciò avviene frequentemente e influisce sulla vita privata e lavorativa.