Sacrificio al Colle dell’Agnello

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Orgoglio, vittoria e lacrime per Vincenzo Nibali che in una delle tappe più dure del Giro d’Italia ha vinto per distacco la 19/a tappa del Giro d’Italia, da Pinerolo a Risoul di 162 km, una delle frazioni più dure della corsa rosa con la Cima Coppi ai 2744 metri del Colle dell’Agnello. Nibali ha preceduto lo spagnolo Mikel Nieve (Sky) giunto a 47″, e il colombiano Chaves, nuova maglia rosa, e terzo al traguardo con un distacco di 50″. Quarto Diego Ulissi con un ritardo di 1′. Esteban Chaves è la nuova maglia rosa del 99/o Giro d’Italia di ciclismo. Il colombiano adesso precede in classifica Vincenzo Nibali di 44″ e Steven Kruijswijk di 1’05”.

Sulla neve ghiacciata del Colle dell’Agnello, Steven ci ha lasciato il primato e a momenti ci lasciava pure l’osso del collo. Dove osano le aquile, rischiano, soffrono e piangono le umane genti. La discesa dai 2744 metri della Cima Coppi era appena iniziata e Vincenzo Nibali, dopo aver anche sofferto nei 21 km abbondanti di ascesa, ritrovava smalto, disegnando le curve come Giotto e tornando a sentire profumo di podio perché Valverde l’altitudine proprio non la tollera andando in difficoltà. Il rosso d’Olanda lo segue, forse troppo da vicino. Una nebbia spettrale, un asfalto viscido, un errore: piroetta in volo, un atterraggio tutto meno che morbido a cui seguono problemi meccanici e la comprensibile crisi dell’uomo che vede un sogno tornare di colpo impossibile. Kruijswijk disperato, i suoi compagni sono stati polverizzati dal forcing dell’Orica di Chaves sul colle dell’Agnello, cerca alleanze trasversali con soldati ormai stanchi e demotivati. E’ un leone, la maglia rosa: dà tutto ma non può bastare in una giornata del genere. La deve cedere al Colibrì Chaves che pensa “Ora siamo vicini a Torino e perchè no… Domani proveremo a fare il massimo, sicuro lasceremo la pelle sulla strada”.  Ma Vincenzo è tornato!

no!

Supera il bicameralismo?
NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato
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Produce semplificazione?
NO, moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione
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Diminuisce i costi della politica?
NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera?
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È una riforma legittima?
NO, perché è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale

L'altra Italia

no

Referendum Costituzionale.

Incontro pubblico per la costituzione del comitato locale per il NO al referendum sulle modifiche effettuate alla Costituzione dal Governo Renzi.

Presso Villa 5 – Parco Dalla Chiesa, Collegno – 19 maggio 2016.

L’incontro viene aperto dal padrone di casa Gabriele Moroni dell’ARCI che condivide la posizione referendaria negativa con l’ANPI. La riforma costituzionale, proposta dal Governo e non dal Parlamento come prevede la Costituzione, compromette la partecipazione democratica del popolo.

Il superamento del bicameralismo perfetto che deriva dalla riforma sbilancia la gestione del potere in direzione del Presidente del Consiglio, realizzando quanto già teorizzato in precedenza.

Secondo la Prof.ssa di diritto costituzionale, presso l’Università di Torino, Alessandra Algostino, il processo di attacco alla democrazia concluso con questa riforma ha avuto inizio negli anni ottanta, tendendo ad una verticalizzazione della gestione del potere.

Il disegno di legge governativo Boschi è stato votato, da un Parlamento delegittimato dal fatto…

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la Napoli di Bellavista

libro la napoli di bellavista

Sono del 1979 gli scatti d’autore di Luciano De Crescenzo, nell’insolita veste di fotografo che pubblicò nel suo libro di immagini, ora quasi introvabile: “La Napoli di Bellavista” edito da Mondadori. Lo scrittore, poeta, regista e attore raccontava con l’obiettivo le numerose facce e contraddizioni della sua città. Un viaggio ironico e nostalgico tra i chiaroscuri partenopei,  Luciano insinua nel libro la sua “napoletanità”, autoironica, mai sciovinista e dal riso amaro, che può riassumersi nella foto grottesca di due addetti alle pompe funebri che mangiano un panino mentre trasportano la bara di un caro estinto. L’ex ingegnere della IBM fotografava gli aspetti curiosi della sua città, le scene di vita di strada che possiamo ritrovare ancora oggi a Napoli. Un bel viaggio tra luoghi unici con immagini oramai storiche, entrate nell’immaginario collettivo come quella su San Gennaro, invitato a fregarsene, “Futtenenne” quando la Chiesa tentò di “declassarlo” o quella di “Fortunato” venditori ambulante di taralli ed altri cibi immortalato anche nella musica di Pino Daniele “Furtunat ten’ a robba bella”.

Esilaranti anche i brani che accompagnano le foto, per farci un’idea leggiamo insieme:

Quanto volete per questo fondale di presepe?”
“Dottò, perché siete voi, ottomila lire”
“Ottomila lire? Ma fusseve asciuto pazzo? Io l’anno scorso, tremila lire e non me lo sono voluto comprare!”
“A parte il fatto che io l’anno passato questo fondale qua non lo vendevo per meno di cinquemila lire, avete fatto male voi a non comprarvelo. E già perché adesso per fare un fondale di questa posta ci vogliono tremila lire di materiale e tre giorni di fatica. Metteteci pure ‘e stellette ‘argiento, ‘a cumeta e ‘a farina azzeccata pe fa ‘a neve e poi fatevi il conto”
“Va bè, va, voglio fare una pazzia, eccovi le cinquemila lire”
“Dottò, mi dispiace per voi, ma non vi posso accontentare: qua se non escono settemila lire, una sopra all’altra, io il fondale dal muro non lo posso nemmeno staccare”
“Santa pace di Dio! Io l’ho detto che a San Gregorio Armeno non ci debbo più venire! Ma lo sapete che Upìm vende i poster a duemila lire con tutte le montagne che volete? Ce ne sta uno dove si vedono pure le Dolomiti”
“E voi compratevi i poster all’Upìm. Vuol dire che, quando è Natale, a Gesù bambino lo fate nascere in mezzo alle Dolomiti e a San Giuseppe ‘o vestite ‘a tirolese!”

La foto che segue è la mia preferita, ringrazio Luciano per le tante risate che mi ha fatto fare. Luciano De Crescenzo quest’anno, ad agosto, compie 88 anni i suoi libri vengono venduti più all’estero che in Italia. In particolare, in Germania, dove “Storia della filosofia” è stato adottato come testo scolastico per il Ginnasio. Ecco cosa ci racconta di se in una recente intervista:

Ha mai assistito ad una conferenza dove si parlava di Luciano De Crescenzo come storico e scrittore, in Germania?

Non parlo tedesco e quindi non ho idea di cosa abbiano detto.

Molti suoi libri sono stati scritti sui Greci. Cosa è per lei il mito?

Non parlo greco, ma mi hanno conferito la cittadinanza greca. E’ una nomina ad honorem. Il mito è un racconto che rimane nei tempi, cioè è una storia che resiste negli anni.

Lei si sente un mito?

Spero di no.

Nel 1984, “Così parlò Bellavista” era un mito, vero?

Si, è stato uno dei 100 libri che hanno fatto l’Italia, così hanno scritto i giornali.

De Crescenzo come nasce scrittore?

Tutto merito di una donna. Lei si chiamava Nunziata ed era un po’ ignorante; una mia compagna di classe. Io al liceo facevo copiare tutti e spesso facevo due o tre copie del compito di matematica. Per Nunziata, oltre al compito di matematica, scrivevo anche quello d’italiano, ero costretto a scrivere due volte e questo per anni. Ed e’così che sono diventato scrittore.

Ma con chi diventa famoso? Come?

Mi ricordo che all’inizio io ero un ammiratore di due grandi personaggi: Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Li vedevo in tv e li invidiavo. Un giorno presentai il mio libro da Costanzo, che faceva un programma che si chiamava “Bontà loro”. Grazie a questa finestra, fui invitato anche nel programma di Arbore e così divenni subito popolare.

Lei è un ingegnere che lavorava in Ibm? Le piaceva il suo lavoro?

No, non ho mai amato i numeri. Mi piacciono molto di più le donne della matematica, anche se non mi ricordo più a cosa servono.

A proposito di donne, la sua storia d’amore con Isabella Rossellini?

Sono stato molto fortunato con Isabella Rossellini, perché eravamo fidanzati e un giorno decisi di sposarla, ma lei come risposta se ne partì per gli Usa.

In che cosa si differenzia Luciano De Crescenzo scrittore dal Luciano De Crescenzo regista e sceneggiatore?

Sono due mestieri praticamente uguali, si tratta sempre di inventarsi una storia e poi di raccontarla o per una pagina o per un video, ma comunque in partenza si tratta di una storia. Ho una facoltà, o un merito, cioè quella di immaginare, o di sognarla, di sognarla ad occhi aperti. Mi riesce bene prima delle otto, la mattina, quando mi sveglio. Ad occhi chiusi, da sveglio, immagino una storia. Tutto quello che ho scritto, sia libri che film, li ho immaginati a letto prima della prima colazione. Tra le sei e le otto. Ore molto creative per me.

Così parlò Bellavista”, “Il mistero di Bellavista”, “32 Dicembre”, “Croce e delizia” sono sia libri che film. Quale preferisce?

Preferisco “Croce e delizia”, sono molto legato a questa storia.

E’ stato attore in alcuni film da lei diretti, ma ha lavorato, sempre come attore, ne “La Mazzetta” per la regia di Sergio Corbucci e ne “Il Papocchio” di Renzo Arbore. Tra i due chi preferisce?

Renzo Arbore, ma non solo perché è stato un compagno di lavoro, siamo amici.

Lei ha scritto un filone sui Santi. Si sente un po’ Santo anche lei?

Si tratta di capire cosa vuol dire essere santo. Sono sicuro di non aver mai fatto male a qualcuno, almeno volontariamente.

C’è un suo racconto breve che si chiama “La Storta”, che non è edito da Mondadori. Come mai?

Ero all’inizio. Un mio libro da giovanissimo. Lo editò un piccolo editore del Sud Italia. Si chiamava “Il Filo”.

“Elena Elena, amore mio”, a chi pensava, oltre che alla storia di Elena di Troia?

Una volta conobbi una ragazza squattrinata che si chiamava Elena e per sopravvivere calcava la strada in cambio di soldi. Forse l’incipit me lo diede lei.

I suoi libri non conoscono la resa. Si reputa uno scrittore molto fortunato?

Fino ad ora è andata così, è vero.

Quando parla spesso si accompagna a questa frase: “Grazie a Dio”. Che rapporto ha con la religione?

Non sono né ateo e né credente. Sono uno sperante. A parte le battute, secondo me Dio esiste perché non c’è popolo al Mondo che non creda in Dio. Un giorno fu scoperto, credo nell’Honduras, un piccolo popolo che non superava i mille abitanti, eppure questo popolo credeva in un suo Dio. Se ci credono tutti, vuol dire che esiste. Credo che Dio sia un’idea e come idea esiste.

Il dubbio” è sinonimo d’intelligenza e lei ha scritto un saggio proprio con questo titolo

Ogni volta che conoscete una persona, la prima cosa che bisogna chiedersi è se costui ha dubbi e se non ce li ha, non fidatevi. Bisogna avere paura di persone senza dubbi e purtroppo di nomi importanti la storia ne è piena.

polli e uova

Solo in Piemonte

Si fa merenda sinoira?

Zone Errogene

– Un bimbo non lo si partorisce ma lo si compra.
– L’insalata si mangia nel grilletto
– Ci si sporca con la pauta.
Ciulando si fa sesso, o si ruba o si inganna.
– Si fanno le uova sode nel fuiotto.
– Se non hai voglia di ruscare, non vai in giro ma vai in girula
– Dopo il caffè c’è il pusacafè
– Qualcuno mangia il sanguis ma non si osa dirlo
– Se esci di strada puoi finire in una bialera o in una ciuenda
– C’è l’albero della gasia e qualcuno è verde come una gasia
– Si beve al turet
– In due, per pagare, si può fare mecia
– Puoi essere il nipote di barba Pinu e magna Cia
– Dicendo frocio magari stai solo parlando di tuo fratello
– Se  è bun’anima è sicuramente morto
– Sì  è…

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bacco, tabacco o venere

u.civili

La fatica di vivere (qualcuno più Grande ha scritto il mestiere di vivere) è ciò che tutti noi abbiamo in comune. Ci sono momenti in cui quella fatica prende il sopravvento sui sogni. La nostra tensione dovrà essere dedicata alla fase di riposo da quella fatica che appunto ci conduce ai sogni. Metti giù la sigaretta o non bere la birra… non si può avere in contermporanea tabacco e bacco per poter tendere a venere.

“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla”.
Cesare Pavese

MONI OVADIA: “IL NOSTRO ENZO” JANNACCI

moni-ovadia“Il bardo dei poveri cristi” così defini Enzo Jannacci Moni Ovadia quando Enzo morì dell’aprile del 2013.

” Il nostro punto d’incontro è Milano. Enzo Jannacci raccontava e cantava la Milano che io ho vissuto. Ma la stessa orgogliosa città, albergava nei suoi interstizi e nei suoi sottofondi, la povera gente, i disperati, i fuori di testa, gli esclusi, i sognatori senza voce, i terroni, gli abbandonati dall’amore e dalla vita, le puttane navi scuola da strada e da cinema. Di tutti questi poveri cristi, lui è stato il cantore assoluto.

Quando Jannacci fece la sua comparsa sulle scene della canzone e del cabaret, Milano era una metropoli industriale in pieno ed impetuoso sviluppo, dava lavoro, chiamava gli immigrati dalle periferie meridionali orientali ed isolane dello Stivale. Jannacci ne ha colto, incarnato e raccontato la storia, le emozioni, i sentimenti e la vita vera. Di quel popolo ha interpretato la malinconica, maleducata e balorda grazia, ha rivelato che la poesia dei luoghi, fiorisce nei gesti impropri e sgangherati degli ultimi fra gli ultimi, nella loro grandiosa lingua gaglioffa e sfacciata.

È stato in assoluto, a mio parere, il più originale poeta della canzone che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare e insieme un artista inarrivabile nel suo essere stralunato e surreale.

Enzo non era nato povero cristo, aveva fatto ottimi studi in ogni senso, ma quella condizione l’aveva incorporata con arte alchemica. L’aveva assunta nel volto fisso alla Buster Keaton, nei gesti liricamente scomposti, nel modo di suonare la chitarra tenuta bloccata sotto il mento, nella fibra e nel canto della lingua vernacola di cui esprimeva l’anima e di cui aveva trasferito l’umore triste e gagliardo anche nell’italiano. Tutta questa sapienza confluiva nella sua inimitabile voce sguaiata e sul crinale precario della sua intonazione che dava vita ad un capolavoro espressivo e stilistico.”

Enzo Jannacci cantautore, cabarettista e attore ma anche cardiochirurgo, tra i maggiori protagonisti della scena musicale italiana del dopoguerra. Fin dagli anni ‘50, ha lavorato insieme agli amici Dario Fo e Giorgio Gaber, passando dalla canzone dialettale al rock al jazz, fornendo l’ispirazione anche a personaggi come Renato Pozzetto, Diego Abatantuono, Massimo Boldi. Tra i suoi brani più noti: Vengo anch’io. No tu no, El portava i scarp del tennis, Ho visto un re, Quelli che. La vita l’è bela……. Alcune di queste canzoni, diventate oramai dei classici, sono reinterpretate da Moni Ovadia – anch’egli artista versatile e curioso sperimentatore che si è affermato nel teatro musicale dimostrando una sua personale ricerca espressiva – che le propone in un’inedita quanto fascinosa veste.

Scrivo questo post sotto la spinta dei lettori, infatti questo mio precedente post  (click) sta avendo fra ieri e oggi un numero considerevole di visite e spero letture, così dice google.

Mamma!

grano

Si, lo so! La Festa della Mamma porta con se molta retorica, ma dedicare un giorno del calendario a una persona così importante per la vita di tutti noi – ognuno ha la sua, naturalmente – può far riflettere su quanto grande sia il dono della vita. Loro ci hanno cresciuti come un campo di grano perché hanno sperato in un frutto buono, ma anche fossimo diventati gramigna loro ci vogliono sempre e comunque bene. Auguri mamma Angela!

Auxilium Cus Torino resta in serie A

dj

Ieri sera, al Palaruffini di Torino, c’è stato il quarto d’ora più lungo dell’annata, per gli atleti e i tifosi dell’Auxilium Cus Torino: in campo, ma senza giocare, l’attesa del palazzetto tutto esaurito si è chiusa con il boato per le notizie, provenienti da Reggio Emilia, che certificavano la sconfitta della Virtus Bologna. La Manital si è salva grazie alla classifica avulsa, la Virtus conosce così la prima retrocessione sul campo della sua storia, un colpo durissimo per la V nera, ultima squadra italiana campione d’Europa. Accadde nel 2001, con il c.t. azzurro Ettore Messina e il grande Manu Ginobili.

Dieci giorni dopo il pomeriggio più brutto, la serata più bella. Stavolta il destino non è stato solo nelle mani gialloblù, ma tutto sommato va bene così per una squadra che per motivi vari non è stata mai tale. Ora abbiamo davanti le speranze per una nuova stagione più soddisfacente.

la festa dei lavoratori

Primo-Maggio

Il lavoro è stato e resta uno dei cardini fondativi della nostra Repubblica. La res pubblica non si gestisce senza lavoro perché la dignità personale di ogni essere umano e la sua libertà sono strettamente legate al lavoro. Buona festa a tutti!

Anche quest’anno la festa dei lavoratori cade in un periodo in cui quel diritto al lavoro, base primaria della nostra Costituzione, traballa sotto l’attacco di chi, continua a voler uscire dalla crisi economica, caricandola interamente sulle spalle di chi produce. Ci raccontano che hanno riformato quel diritto per permettere un ricambio a favore dei giovani, ma al momento il cosiddetto Job Act ha solo prodotto trasformazioni surrettizie dei contratti di chi il lavoro l’aveva già.  L’ultima riforma della previdenza sociale, detta Legge Fornero, ha allungato i tempi di uscita dalla attività produttiva. Molte aziende sono costrette a chiedere accordi sindacali per un’uscita in mobilità per periodi accettabili alle parti. Inoltre nel mercato del lavoro i datori di lavoro illuminati sono pochi, c’è sempre chi trova nuovi modi per sottopagare il lavoro ottenendo anche un impegno più intenso dal lavoratore a causa del ricatto contrattuale insito nel Job Act.

E’ per questo che il 1° maggio deve essere una giornata di festa, ma anche una giornata di lotta e di rivendicazione dei diritti dei lavoratori messi pesantemente in dubbio.
La crisi economica sta comportando un impoverimento continuo, questo oltre una certa soglia può mettere in serio pericolo la stessa democrazia. Il rilancio dello sviluppo e dell’occupazione è l’unico orizzonte di speranza che può ridare spinta alle nuove generazioni.