Un maestro, mi ha lasciato, ci ha lasciati…

ECO 1997 Bustina di Minerva

Nato ad Alessandria nel 1932, emerito Ordinario di Semiotica e della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna, misconosciuto in Italia sino alla pubblicazione, 1980, del suo primo romanzo: “Il nome della rosa”, premio Strega 1981. L’opera che deve il suo titolo ad un verso: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“, del “De contemptu Mundi” di Bernardo Morliacense, monaco benedettino del XII secolo. “Il nome della rosa” è il punto di confluenza degli studi di Eco, che al riparo di un avvincente “giallo” intreccia il dibattito fondamentale sia religioso che laico dell’epoca, quello sul “nominalismo”: ciò che ci rimane di tutte le cose, le più grandi città, gli uomini famosi, le più belle donne, sono solo nomi. E’ la versione mediovale del dibattito che attraversa tutta la storia della Filosofia dal suo nascere ad oggi. E’ il racconto del Medio Evo per bocca di un cronista dell’epoca ed è un “giallo” perché, al pari della Metafisica, “il racconto poliziesco rappresenta una storia di congettura allo stato puro” come ha affermato lo stesso Umberto Eco.

Nell’opera, come in tutti i successivi romanzi di Eco confluisce lo studio semiotico dell’autore: il fluire della trama è dato infatti proprio dai “codici” medioevali e dall’intreccio dei vari sensi e significati interpretativi dell’epoca. Lo scritto è scorrevole ed avvincente ed il lettore è proiettato nella realtà monastica medioevale, nel “tempo” medioevale, tutto scandito, dall’alternanza tra tempo sacro (dal “mattutino” a “compieta”, alle festività) e tempo profano, così come anche lo spazio è diviso in sacro (il luogo della preghiera) e profano. “Il nome della rosa” è affascinante ed Umberto Eco è catapultato anche finalmente da noi a quel primissimo piano che gli spetta e che a livello mondiale già gli era riconosciuto.

Umberto è ora nell’olimpo definitivo dei più grandi scrittori italiani del XX e XXI secolo.