riflettore

spotlight

Riflettore, si riflettore è la traduzione letterale di Spotlight, qualche riflessione dopo averlo visto proprio il giorno in cui è diventato vincitore del Premio Oscar la voglio fare su un film intenso e teso. Ho scelto questi aggettivi per descrivere questo film che segue i classici dettami del cinema americano sulle inchieste giornalistiche tipo Il caso Watergate o polizieschi di cui sono pieni i palinsesti televisivi italiani.

Intenso, perché innervato di tensione psicologica dal primo all’ultimo fotogramma. Teso, perchè tende i nervi di noi cattolici sul filo proprio di una crisi di nervi. In uno dei dialoghi alla base del racconto balena questo dato sconvolgente: il 50 percento dei preti cattolici non rispetta il voto di castità. Non voglio addentrarmi in analisi circa questo dato, ma una riflessione tocca a noi tutti che, crocianamente, non possiamo non dirci cristiani, badate Benedetto Croce diceva cristiani non cattolici.

Lascio raccontare la genesi del film a Martin Baron, direttore esecutivo del Washington Post dal 2013 ed ex direttore del Boston Globe all’epoca dell’inchiesta sui preti pedofili di Boston da cui è tratto “Il caso Spotlight”:

Di solito cerco di seguire con attenzione la cerimonia degli Oscar – o almeno di rimanere sveglio – senza riuscirci. Domenica prossima però lo sforzo sarà compensato da un ovvio interesse personale. E poi sarò seduto al Dolby Theatre di Los Angeles, dove si terrà la cerimonia.

Il caso Spotlight ha portato al cinema i primi sei mesi dell’indagine del Boston Globe che nel 2002 ha reso pubblici gli abusi sessuali seriali di alcuni preti dell’arcidiocesi di Boston, occultati per decenni. Liev Schreiber interpreta la mia parte: il nuovo direttore del Boston Globe che ha dato il via all’indagine. Nel film sono un personaggio imperturbabile, senza senso dell’umorismo e un po’ burbero che molti colleghi hanno riconosciuto immediatamente («Sei tu!»), ma non del tutto familiare per i miei amici più stretti. Lo scandalo svelato dai giornalisti investigativi del Boston Globe finì per assumere una portata globale. Quattordici anni dopo, la Chiesa cattolica, come è giusto che sia, sta ancora rispondendo del modo in cui ha tenuto segreti reati così gravi e di tale portata e dell’adeguatezza delle sue riforme. Il film è stato nominato a sei Oscar, tra cui quello per il miglior film. E – al diavolo l’obiettività giornalistica – spero li vinca tutti quanti. Mi sento in debito verso tutte le persone che hanno lavorato al film, che racconta con incredibile autenticità come il giornalismo viene fatto, e spiega tra le righe perché è necessario. Domenica verranno assegnati dei premi, ma per me la vera ricompensa saranno le gratificazioni che verranno da questo film, e che ci vorrà tempo per osservare.

Le gratificazioni arriveranno se il film funzionerà sul mondo del giornalismo, perché i proprietari, gli editori e i direttori dei giornali tornino a dedicarsi al giornalismo investigativo; sul pubblico scettico, perché i cittadini riconoscano la necessità di un’attività giornalistica locale energica e di organizzazioni giornalistiche forti. E su tutti noi, rendendoci più disponibili a dare ascolto a chi non ha potere e troppo spesso neanche voce, come le vittime di abusi sessuali o di altro tipo.

Al di là del successo di critica, Il caso Spotlight ha già raggiunto un risultato importante: attraverso email, tweet e post su Facebook, molti giornalisti si sono detti ispirati, rinfrancati, e legittimati dal film. Non esistono questioni poco importanti in questa professione così ammaccata. Abbiamo subito i traumatizzanti effetti finanziari causati dalla diffusione internet, e siamo stati criticati da praticamente chiunque, soprattutto da politici in campagna elettorale che ci hanno definito come «feccia». Un giornalista mi ha scritto che «la storia che ha ispirato il film è un fantastico promemoria del perché molti di noi hanno iniziato a fare giornalismo e perché hanno continuato a farlo nonostante i momenti difficili e i colpi subiti durante il percorso». Un altro giornalista di un’importante testata americana ha detto di essere andato al cinema con tutta la famiglia e che i suoi figli «all’improvviso pensano che io sia figo». La reazione di alcuni editori è stata particolarmente rincuorante: un editore in California ha affittato un intero cinema per far vedere il cinema a tutti i dipendenti del giornale. Un altro mi ha scritto su Facebook: «Tu e la squadra di Spotlight mi avete ridato l’energia per trovare un modello di business che sostenga questa professione fondamentale». La cosa che mi ha gratificato più di tutte sono state le parole di sostegno da parte del pubblico. «Ho appena visto Il caso Spotlight», mi ha scritto una persona su Twitter, «il film mi ha ricordato quanto bene possa fare il giornalismo ostinato».

Chi vuole leggere l’intero articolo può farlo  cliccando qui: Cosa pensa di “Spotlight” il vero direttore del Boston Globe.

Concludo dicendo che nella sala cinematografica dove ho visto il film, sui titoli di coda si è scatenato un applauso discretamente torinese, posso assicurarvi che non capita spesso.

 

auguri a tutti e tre

nichi vendola_eddi testa

“Se Nichi ed Ed sono felici, io sono loro amico e non posso che esser felice con loro. Non ho altro da dire e, siccome è un argomento che non conosco e delicato, non aggiungo altro”, sono parole di Michele Emiliano Presidente in carica della Regione Puglia che faccio mie, ma aggiungo Auguri a tutti e tre.

#petaloso

Questo libro mi è piaciuto tanto. Perché anche una sola persona, con l’aiuto della fantasia, è in grado di cambiare le cose. Da un’idea ne possono nascere altre mille! (Laura, 1H, gruppo “I Fuoriclasse”)

Drilla

Drilla di Andrew Clements è un libro che parla a noi lettori, insegnandoci delle cose divertendoci. Protagonista del libro è una parola, una parola tutta nuova, inventata di punto in bianco da un ragazzino di quinta elementare. La storia di questa parola ci aiuta a capire come funziona il mondo delle parole e a cosa esse servono veramente.

Protagonista del libro è Nick Allen un bambino molto sveglio, forse troppo. Fa lavorare il cervello, nessuno si stupisce più di tanto quando decide che la penna non si dice più penna: da oggi in poi si dirà drilla. Mrs. Granger la maestra, che ha la passione ed il gusto delle parole, non può incoraggiare il piccolo colpo di stato. Deve imporre la sua autorità. Ma drilla è una parola che piace e presto tutti la usano, in tutte le classi, in tutte le scuole del paesino. L’illustratore del libro è quel gran genio di Brian Selznick, l’autore di La straordinaria invenzione di Hugo Cabret e de La Stanza delle meraviglie.

A partire dal 16 febbraio il libro è stato protagonista, nell’inconsapevolezza dei più, di una vera e propria gara di condivisione su Facebook e sui principali social network. All’origine della gara a base di ashtag #petaloso è quanto accaduto qualche settimana fa quando, un bambino di terza elementare, Matteo, alunno della maestra Margherita Aurora, nella scuola Marchesi di Copparo in provincia di Ferrara. Durante un lavoro sugli aggettivi, il bambino aveva definito un fiore “petaloso”. La parola, ovviamente inventata dal bambino, segnata come errore, era comunque piaciuta alla maestra tanto da convincersi ad inviarla all’Accademia della Crusca per una valutazione. La risposta d’ Accademia, molto garbata, è arrivata attorno a metà febbraio consigliando, fra l’altro, la lettura del libro di Clements.

La lettera dell'accademia della crusca che fa entrare la parola petaloso nel suo vocabolario

In conclusione teniamo conto che le parole ci aiutano a pensare. Chi sa usare bene il linguaggio, ragiona meglio. Più parole si conoscono, più i pensieri si fanno chiari e precisi; le parole ci aiutano a sognare. Non si può avere molta fantasia, se si usano le solite quattro parole in croce; le parole convincono. Quelli che sanno tante parole, sono più interessanti da ascoltare e sanno convincere gli altri a seguire le loro idee e a fare le cose che propongono; le parole arricchiscono.

Ora però, salviamo il bambino petaloso dalla sovraesposizione mediatica. Matteo ha pieno diritto di vivere la sua infanzia, fatta di anche di parole sciocche, di infantili invenzioni, di insulsaggini, di piccole innocenti baggianate. Ora egli è considerato un oracolo. La parolina che l’ha posto al centro della attenzione social-nazionale è diventata la formula magica, l’esorcismo, il mantra da cui ognuno si aspetta saggezza e salvezza. Egli non ha colpa… E’ solo un bambino, che ha fatto un errore di grammatica.

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese

perfetti sconosciuti

Il sottotitolo del film è la frase “ognuno di noi ha tre vite, una vita privata, una vita pubblica e una vita segreta” di Gabriel Garcia Márquez.

Alla luce di questo assunto, il film racconta la storia di una cena durante la quale sette amici, quattro uomini e tre donne, decidono di mettere sul tavolo i loro smartphone e condividere con tutti gli altri tutto ciò che ricevono (foto, messaggi, chiamate). Una commedia che inizia come un gioco, ma come nella vita arrivano anche i momenti drammatici, dovuti alle numerose rivelazioni che gli smartphone messi sul tavolo portano con sé. Il cast di Perfetti sconosciuti è composto da alcuni dei più noti attori italiani: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher e Anna Foglietta.

Il critico letterario ed editore americano George Jean Nathan ebbe a dire che il “dramma è quel che la letteratura fa di notte” , non a caso il maleficio narrativo di Perfetti Sconosciuti si consuma durante un’eclissi di luna, le cui fasi scandiscono il ritmo del film.

In effetti quello che sembrava un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro e si scoprirà che non sempre conosciamo le persone così bene come pensiamo. Col procedere della serata, in maniera progressiva, verranno svelati i lati segreti di ognuno dei protagonisti, sino ad arrivare a un finale inaspettato, la cancellazione a posteriori delle vicende raccontate dal film è sicuramente amaro e cinico, lascia lo spazio ad ogni personale riflessione sulla reale conoscenza che abbiamo delle persone che amiamo e stimiamo senza sospetto. Il vero problema è volersi bene, conoscere se stessi, essere sincero con gli amici, guardarsi negli occhi e dire la verità, subito.

Un maestro, mi ha lasciato, ci ha lasciati…

ECO 1997 Bustina di Minerva

Nato ad Alessandria nel 1932, emerito Ordinario di Semiotica e della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna, misconosciuto in Italia sino alla pubblicazione, 1980, del suo primo romanzo: “Il nome della rosa”, premio Strega 1981. L’opera che deve il suo titolo ad un verso: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“, del “De contemptu Mundi” di Bernardo Morliacense, monaco benedettino del XII secolo. “Il nome della rosa” è il punto di confluenza degli studi di Eco, che al riparo di un avvincente “giallo” intreccia il dibattito fondamentale sia religioso che laico dell’epoca, quello sul “nominalismo”: ciò che ci rimane di tutte le cose, le più grandi città, gli uomini famosi, le più belle donne, sono solo nomi. E’ la versione mediovale del dibattito che attraversa tutta la storia della Filosofia dal suo nascere ad oggi. E’ il racconto del Medio Evo per bocca di un cronista dell’epoca ed è un “giallo” perché, al pari della Metafisica, “il racconto poliziesco rappresenta una storia di congettura allo stato puro” come ha affermato lo stesso Umberto Eco.

Nell’opera, come in tutti i successivi romanzi di Eco confluisce lo studio semiotico dell’autore: il fluire della trama è dato infatti proprio dai “codici” medioevali e dall’intreccio dei vari sensi e significati interpretativi dell’epoca. Lo scritto è scorrevole ed avvincente ed il lettore è proiettato nella realtà monastica medioevale, nel “tempo” medioevale, tutto scandito, dall’alternanza tra tempo sacro (dal “mattutino” a “compieta”, alle festività) e tempo profano, così come anche lo spazio è diviso in sacro (il luogo della preghiera) e profano. “Il nome della rosa” è affascinante ed Umberto Eco è catapultato anche finalmente da noi a quel primissimo piano che gli spetta e che a livello mondiale già gli era riconosciuto.

Umberto è ora nell’olimpo definitivo dei più grandi scrittori italiani del XX e XXI secolo.

Beppe Fenoglio, uno di noi

B. FENOGLIO

Un anniversario da non dimenticare. Ricordiamo insieme il Partigiano Beppe Fenoglio, morto a Torino il 18 febbraio 1963, come epitaffio egli desiderava questa semplice frase: “Sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano”.
Partigiano e scrittore, Fenoglio nel 1943, venne richiamato alle armi ed indirizzato al corso allievi ufficiali. Dopo lo sbandamento seguito all’8 settembre, si unì alle formazioni partigiane “badogliane”, con cui partecipò alla battaglia per la liberazione di Alba. Alla fine della guerra, si dedicò completamente alla scrittura: nel 1949 pubblicò i suoi primi racconti “Il trucco”, “Racconti della guerra civile” e “La paga del sabato”. Nel 1952 gli fu pubblicata la sua prima raccolta “I ventitré giorni della città di Alba” e in seguito “Una questione privata”. Il suo romanzo più noto, “Il partigiano Johnny”, venne pubblicato postumo nel 1968.

Un’occasione per ricordare la resistenza a Collegno: “ORA E SEMPRE RESISTENZA”!

Anpi Collegno

 

documentate e fate documentare

one b revolution

Negli ultimi anni sono tante le iniziative che hanno avuto luogo, in centinaia di città, praticamente in ogni paese del mondo. Abbiamo fatto la storia. Anche quest’anno metteremo in atto la nostra rivoluzione e vogliamo che il mondo possa assistere a questa azione globale straordinaria.

Qui vi diciamo come fare!

Vi preghiamo di documentare il più possibile il vostro evento. Siamo soprattutto interessati alle foto e ai video che, il giorno della manifestazione, vi chiediamo di condividere con il pubblico di tutto il mondo!
Prima e durante gli eventi vi chiediamo di postare sui social network che utilizzate (Twitter, Instagram, YouTube, Vine, Facebook, o Soundcloud) utilizzando gli hashtag ufficiali (#rise4revolution #1billionrising) così che potremo individuare i vostri contenuti e mostrarli sulla piattaforma onebillionrising.org, permettendo a tutti di vederli.

Per quanto riguarda i video, assicuratevi di girarli in versione completa e con una buona risoluzione perché il nostro obiettivo è quello di raccoglierli tutti dopo l’evento.

Importante – avrete bisogno di affiggere un avviso pubblico di ripresa video nei luoghi in cui viene organizzata la manifestazione e, se volete intervistare le persone presenti, vi suggeriamo di chiedere loro di firmare una liberatoria così da poter usare le interviste video sui siti web, social e per eventuali montaggi  Potete scaricarli al seguente link: clik!

Condividete le foto, i video e i file audio con tutto il mondo!

Hashtags & Social Media

L’hashtag ufficiale di quest’anno è #rise4revolution e come sempre potrete usare anche #1billionrising. Ricordatevi inoltre di taggare tutte le foto, i video, gli aggiornamenti, così possiamo condividerli sugli account social ufficiali. Più condividerete, più riusciremo a diffondere il nostro messaggio, a diventare trend sui social e a raggiungere ancora più persone.

Leggi la fonte!

memento

David Bowie

Correva l’anno 1969 quando David Bowie pubblicò il brano in 45 giri (il lato b era Wild Eyed Boy from Freecloud). Stiamo parlando di SPACE ODDITY, decimo singolo del cantante ed il primo dell’album omonimo. Il brano, oltre ad aver raggiunto i primi posti della classifica inglese due volte a distanza di sei anni, detiene il primato di suo 45 giri più venduto nel Regno Unito, oltre ad essere una delle sue canzoni più note. La storia del viaggio spaziale di Major Tom (che verrà ripresa undici anni dopo in Ashes to Ashes) è entrata ormai nell’antologia del pop. David Bowie ha sempre lasciato un alone di mistero intorno alla canzone. “Riguarda l’alienazione”, disse una volta, aggiungendo di essere molto portato ad immedesimarsi col protagonista. Nel luglio 2002, in un’intervista con Paul Du Noyer della rivista Mojo, il cantante è tornato sul significato del brano affermando che Space Oddity parla solamente “del sentirsi soli”. In effetti nel 1970 venne pubblicata la versione italiana della canzone, intitolata “Ragazzo solo, Ragazza sola”, ma sia il titolo che il testo non sono attinenti all’originale. Veniamo ora al testo e alla traduzione che voglio usare come ricordo a quasi un mese dall’improvvisa, anche se prevista, scomparsa del grande David. All’epoca in cui studiavo la lingua inglese con un certo profitto, tradurre i testi di Bowie era per me una grande passione.

SPACE ODDITY

Ground Control to Major Tom

Ground Control to Major Tom

Take your protein pills

and put your helmet on

Ground Control to Major Tom

Commencing countdown,

engines on

Check ignition

and may God’s love be with you

Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five, Four, Three, Two, One, Liftoff

(traduzione)

Base a terra chiama Maggiore Tom

Base a terra chiama Maggiore Tom

Prendi le pillole alle proteine e mettiti il casco

(Dieci) Base (Nove) al Maggiore Tom (Otto)

(Sette, sei) Inizia il conto alla rovescia (Cinque), motori accesi (Quattro)

(Tre, due) Controlla l’accensione (Uno) e possa la grazia divina (Partenza) essere con te

Dal punto di vista linguistico, delle prime due strofe possiamo approfondire l’uso del phrasal verb to put something on (indossare qualcosa). Put your helmet on, “Indossa / mettiti il casco,” ordina la base a Major Tom. Nella strofa successiva, degno di nota è l’uso del verbo to commence, “iniziare”. Più frequenti sono i sinonimi to begin e to start, mentre liftoff (dal verbo to lift off) indica il momento in cui l’astronave si stacca da terra (to lift significa “sollevare”, mentre lift è l’ascensore).

This is Ground Control to Major Tom

You’ve really made the grade

And the papers want to know whose shirts you wear

Now it’s time to leave the capsule if you dare

“This is Major Tom to Ground Control

I’m stepping through the door

And I’m floating in a most peculiar way

And the stars look very different today

For here

Am I sitting in a tin can

Far above the world

Planet Earth is blue

And there’s nothing I can do

Base a Maggiore Tom, ce l’hai fatta davvero

E i giornali vogliono sapere di chi sono le camicie che indossi

Ora è il momento di lasciare la capsula, se te la senti

Qui è il Maggiore Tom che parla al comando a terra, sto per varcare la porta

E fluttuo nel modo più strano

E le stele hanno un aspetto molto diverso oggi

Qui sono seduto su una lattina, lontano, sopra il mondo

Il Pianeta Terra è blu e non c’è nulla che io possa fare

Nella parte centrale abbiamo uno scambio di battute tra la base a terra, Ground control, e il Maggiore Tom. “You’ve really made the grade,” afferma il comando con entusiasmo: “Ce l’hai fatta davvero.” Ora Tom è pronto a varcare la porta, to step through the door… Se se la sente, “If you dare.

La prospettiva che si offre a Tom dalla sua tin can, la sua scatoletta di latta, nome con cui chiama la piccola astronave, è diversa da quella che si presenta a chi è rimasto sulla terra: “The stars look very different today,” ovvero: “Le stelle hanno un aspetto molto diverso oggi.”

Il verbo to look, se non accompagnato dalla preposizione at, non ha il significato di “guardare”, ma vuole invece dire “avere l’aspetto di/sembrare”… Proprio come in questo caso.

Though I’m past one hundred thousand miles

I’m feeling very still

And I think my spaceship knows which way to go

Tell my wife I love her very much “she knows”

Ground Control to Major Tom

Your circuit’s dead, there’s something wrong

Can you hear me, Major Tom?

Can you hear me, Major Tom?

Can you hear me, Major Tom?

Can you “Here Am I floating round a tin can

Far above the Moon

Planet Earth is blue

And there’s nothing I can do.”

Nonostante sia lontano centomila miglia, mi sento molto calmo

E la mia nave sa quale direzione seguire

Dite a mia moglie che l’amo tanto, lei lo sa

Base a terra al Maggiore Tom, c’è un problema al circuito, qualcosa non quadra

Mi senti, Maggiore Tom?

Mi senti, Maggiore Tom?

Mi senti, Maggiore Tom?

Mi…

Qui sono seduto nel mio pezzo di latta, lontano, sopra la luna

Il Pianeta Terra è blu e non c’è nulla che io possa fare

La parte finale si apre con la congiunzione though, spesso usata al posto dell’equivalente although, considerata di registro leggermente più elevato. “Per quanto”, “benché”, “sebbene” sono i possibili significati di though.

Il senso d’immobilità dato dal fluttuare (to float) nello spazio è ben definito dalla frase pronunciata da Tom: “I’m feeling very still,” “Mi sento molto calmo”, con still che potrebbe essere anche tradotto come “fermo, “immobile”.

perchè Francesco si piega agli idolatri?

Neanche Maometto riuscì a sconfiggere definitivamente gli idolatri, è dunque una guerra persa in partenza. A Collegno hanno tenuto la statua fuori dalla Chiesa di Gesù Maestro: per quanto ancora resterà li a rappresentare plasticamente i dubbi legittimi sulla santità di quest’uomo? Se persino Francesco il Papa che ci ha sorpreso arrivando dall’altra parte del mondo si piega al fenomeno della superstiziosa figura del frate di Pietrelcina, abbiamo poche speranze di salvarci dalla personalizzazione del divino.

Credevamo di sapere già tutto su padre Pio, onnipresente nella realtà come nell’immaginario dell’Italia contemporanea. E invece, a ben guardare, non sapevamo quasi niente. Prima della ricerca di Sergio Luzzatto, la figura del cappuccino con le stigmate era vincolata soltanto alla fede degli uni, all’incredulità degli altri. Un santo vivo, addirittura un altro Cristo per gli innumerevoli suoi devoti. Un uomo ambiguo, addirittura un personaggio losco per gli altrettanto numerosi suoi detrattori.
Adesso, grazie al monumentale lavoro di scavo archivistico su cui si fonda questo libro, padre Pio è stato finalmente consegnato alla storia del ventesimo secolo. Un’avventurosa storia di frati e soldati, pontefici e gerarchi, beghine e spie. Soprattutto, una storia istruttiva. Perché fra crismi e carismi, miracoli e politica, quella che Luzzatto racconta con mestiere e con brio è una parabola sull’Italia novecentesca.

Padre Pio di Luzzatto

Francesco Forgione (1887-1968) in arte Padre Pio fu ordinato frate nel 1910. Immediatamente gli vennero le stimmate per poi scomparire subito dopo. Nel 1918 le stimmate tornarono. Lo spettacolo delle ferite che sanguinavano mentre il frate diceva messa fece accorrere le masse, oltre che (finalmente) i medici. Nel 1919 uno di questi visitò il frate e notò che le piaghe erano superficiali, e presentavano un alone del caratteristico colore della tintura di iodio. La diagnosi fu confermata dal perito ufficiale inviato dal Santo Uffizio, che attribuì alla tintura di iodio lo sviluppo e il mantenimento delle lesioni, in origine superficiali e di natura patologica (necrosi della cute). Secondo i confratelli, Padre Pio versava acido fenico, acido nitrico e acqua di colonia sulle ferite “per attutire a scopo di umiltà il suo odore di santità”. Nel 1920 anche Padre Gemelli visitò il frate, e dopo aver dichiarato che le stimmate erano di origine isterica cercò di farlo internare.

Nel frattempo il frate si era schierato a favore dei fascisti. Il giro di denaro delle offerte minava il voto di povertà dei cappuccini, e la spartizione del bottino spesso degenerava in rissa. Il culto dei devoti, alimentato dal commercio dei panni sporchi del sangue delle stimmate, sconfinava nell’idolatria pagana. Il flusso dei pellegrini interferiva con la supposta clausura dell’eremo, e le visite notturne al convento di sedicenti “figlie spirituali” davano adito a pettegolezzi poco edificanti.

Dopo che l’arcivescovo di Manfredonia dichiarò che Padre Pio era un indemoniato, e i frati di San Giovanni Rotondo una banda di truffatori, il Santo Uffizio dovette correre ai ripari. Nel 1922 ordinò al frate di indossare guanti senza dita per nascondere le stimmate. Nel 1923 decretò che non si era in presenza di alcun fatto soprannaturale. Nel 1924 ammonì i fedeli ad astenersi dal mantenere qualunque rapporto, anche epistolare, con Padre Pio. Nel 1931 privò il frate di tutte le facoltà religiose, salvo quella della messa, che però poteva celebrare solo privatamente.

Due visite ispettive, ordinate dalla Santa Sede nel 1927 e 1928, stabilirono che la situazione nel convento di San Giovanni Rotondo era solo un aspetto di un grave disordine morale del clero foggiano, che indulgeva in ogni sorta di allegria: “corruzioni, ruberie,ricatti, peccati della carne, simonìa (delitto consistente nel vendere o comprare cose sacre) odi e vendette”. E proprio questa fu la salvezza di Padre Pio che propose al Vaticano un patto fra “gentiluomini”: la mancata pubblicazione di alcuni libelli sull’edificante situazione (confezionati nel 1931 e 1933 dai seguaci del frate), in cambio della revoca delle disposizioni nei suoi confronti. Nel 1934 la Santa Sede cedette, pur reiterando che padre Pio non doveva trasformare la messa in uno spettacolo da baraccone, che le donne non potevano rimanere a dormire al convento, e che il commercio delle pezze insanguinate era severamente proibito.

Ormai il frate aveva ottenuto l’impunità, e decise di dedicarsi alla costruzione del suo monumento: un ospedale divino. Un misterioso finanziamento di 300 miliono di allora arrivò dalla Francia nel 1941, forse da un conto estero nel quale erano state “fatte affluire” le offerte dei fedeli. L’ospedale fu inaugurato nel 1956, e fa parte dell’unico vero miracolo di Padre Pio: la trasformazione di San Giovanni Rotondo in un potentato economico completo di alberghi, pensioni, ristoranti, bar e negozi di ogni genere. Oltre che di un enorme tempio progettato da Renzo Piano, con la capienza di 30.000 posti (in un comune che conta 27.000 abitanti).

Con l’avvento di Giovanni XXIII, che non credeva affatto alla santità del frate, ordinò nel 1960 un’ispezione a San Giovanni Rotondo. Si stabilì che moltissimi frati possedevano automobili private e gestivano personalmente grandi somme di denaro, nonostante il voto di povertà. Le donne continuavano a pernottare nel convento e il commercio delle reliquie non si era affatto fermato. Nel 1961 il Santo Uffizio tornò a segregare Padre Pio e a prendere il controllo del convento.

Con l’elezione di Paolo VI il frate fu autorizzato a tornare a svolgere le sue attività. In cambio, la Santa Sede pretese e ottenne di essere nominata erede universale nel suo testamento. Alla sua morte, avvenuta il 23 settembre 1968, Padre Pio effettuò un ultimo miracolo: le stimmate erano sparite senza lasciare traccia, e lasciando invece ovvi sospetti sulla loro esistenza.

Giunge infine l’operazione di canonizzazione, orchestrata in modo da confluire nel gran -business- del Giubileo, da parte di Giovanni Paolo II il 16 giugno 2002. In questi giorni di un altro Giubileo, quello detto della misericordia, indetto da Papa Francesco sono stati concessi a Padre Pio (santo?) gli onori di una temporanea traslazione della salma (!) a Roma che sta creando l’atteso clamore della folle di illusi idolatri. Il business continua, la simonia ha preso nuovi colori.