noci di Macadamia

Shelled and unshelled macadamia nuts in isolated white background

Le noci di Macadamia, il frutto dell’albero Macadamia (Macadamia integrifolia), sono ricche di minerali e vitamine. Utili per il metabolismo, aiutano a combattere i radicali liberi. Scopriamole meglio.

Ho scoperto per caso le noci di Macadamia sugli scaffali del mio supermercato preferito. La commercializzazione delle Noci di macadamia provenienti dalle cooperative del Brasile e della Bolivia viene realizzata in Italia dalla Cooperativa Chico Mendes di Modena. croccanti e delicate, con altissimo contenuto di olii naturali polinsaturi, proteine essenziali, sali minerali e fotosteroli. Ideali per l’alimentazione di donne oltre i 30 anni, per spuntini e snack, in insalate e dolci. Pur non essendo chiaramente una donna, io mangio regolarmente queste deliziose noci e da quando ho scoperto che vengono vendute anche nel nome di Chico Mendez le mangio ancora più volentieri. Le consiglio agli amici smemorati!

articolo 3

Gustavo Z.
COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA – Ciclo di incontri organizzato dal Comitato di Via Asti. Giovedì 25 giugno 2015 – Incontro con Gustavo Zagrebelsky (*)
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Costituzione della Repubblica Italiana
Provo a riportare qui quanto ho capito dalla bellissima lectio di Gustavo Zagrebelsky a proposito dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Oramai è chiaro a tutti noi che la Sovranità del popolo italiano è limitata dal debito pubblico e dalla sua notevole consistenza. Debito che è in mano ad investitori interni, ma sopratutto esterni. Questi investitori esterni (la Finanza) si comportano, con gli Stati di cui sono creditori, come si comporterebbero con qualsiasi impresa privata, esigono il pagamento degli interessi ed influiscono quindi sulla gestione del bilancio, fino a pretendere il fallimento (default) in caso di insolvenza. Uno stato può ora fallire, pensiamo alle condizioni della Grecia ad esempio; la Finanza internazionale e le istituzioni europee (asservite a questa) pretendono che la Grecia ripaghi il suo debito, i governati greci sono costretti a ridurre i servizi al popolo che diventa sempre più povero, mentre la Finanza e i Paesi europei più forti (la Germania) si arricchiscono sempre di più e non si fermeranno davanti ai disastri, arriveranno a chiedere il default della Grecia per comprarsela pezzo a pezzo.
A questo punto c’è da chiedersi che ne è dell’uguaglianza di tutti i cittadini, se essa dipende dal pagamento del debito pubblico.
L’articolo 3 deriva dalle idee affermatesi con la Rivoluzione Francese che ha introdotto il concetto di cittadino che altro non è che un sinonimo di essere umano. Esso, nel suo primo comma, tratta di un’uguaglianza formale cioè dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Esso esclude privilegi e leggi ad personam. Però, trattare tutti i cittadini allo stesso modo non è giustizia, ma somma di ingiustizie, in quanto gli individui, comunque, sono diversi fra loro ad esempio a causa della loro provenienza sociale. Il Costituente ha voluto quindi introdurre il concetto di uguaglianza sostanziale, occorre cioè operare con positività per rimuovere le ragioni di disuguaglianza, tutto ciò che impedisce il pieno sviluppo della persona umana. Quindi no all’ugualitarismo, no al livellamento tout court delle condizioni di vita, no alla pianificazione dell’esistenza (comunismo). Tutto ciò riduce la libertà. Il secondo comma dell’art. 3 mira proprio a rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana, punta cioè all’uguaglianza sostanziale di tutti i cittandini.
Durante il piccolo dibattito seguito alla lectio, premettendo che non è assolutamente il caso di Gustavo Zagrebelsky, si è stabilito che, oramai, si può affermare che in Italia, non esiste più la figura dell’intellettuale, molti sono invece i consulenti. Questi ultimi altri non sono che coloro che hanno abdicato alla loro funzione di autonomi intellettuali trasformandosi in quelli che sono chiamati, anche dallo Stato, a fornire pareri pro veritate a pagamento. Ovvio che l’indipendenza e l’autonomia di giudizio di costoro è più che pregiudicata. A fronte di pareri di questa fatto pare ovvio che si possa fare ciò che si vuole, supportati da pareri d’alto lignaggio.

Gustavo Zagrebelsky durante la manifestazione 'Dimettiti' organizzata da Liberta' e Giustizia, oggi 05 febbraio 2011 al Palasharp di Milano. ANSA/MATTEO BAZZI
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articolo 1

Costituzione della Repubblica Italiana COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA – Ciclo di incontri organizzato dal Comitato di Via Asti. Giovedì 18 giugno 2015 – Incontro con Alessandra Algostino (*)

Art. 1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Si è svolto oggi il primo di cinque incontri organizzato dal Comitato di Via Asti che occupa la ex Caserma dell’Esercito Italiano sita appunto in via Asti, 22 a Torino. Relatrice incaricata la Professoressa Alessandra Algostino che ha commentato i temi ruotanti intorno al primo e più importante articolo della nostra Costituzione Repubblicana. L’articolo 1 rappresenta la sintesi del progetto costituzionale che fu realizzato all’indomani del Referendum popolare che scelse la forma di governo repubblicato alla fine della seconda guerra mondiale. Alla formulazione del testo parteciparono tutte le componenti politiche italiane dell’epoca ad esclusione, naturalmente, delle associazioni fasciste sconfitte. Furono principalmente le forze politiche uscite dalla Resistenza che diedero vita ad una delle costituzioni repubblicane più belle e significative del mondo. Ad oggi essa non è stata ancora applicata nella sua completezza, ma molti dei suoi principi, sopratutto quelli fondamentali, innervano la nostra cultura politica e sociale. La Repubblica Italiana è pluralistica, essa infatti riconosce al cittadino il diritto di associarsi in ogni modalità e per ogni scopo. La democrazia sottintende un conflitto o dei conflitti sociali, occorre sempre fare una scelta che può essere in conflitto con altre. La nostra Costituzione ha scelto il lavoro come strumento fondante. La nostra vuole quindi essere una democrazia sociale non solo formale, ma sostanziale che assegna la sovranità al popolo. Tale scelta di sovranità è la base della democrazia politica che assegna al cittadino il diritto al voto a suffragio universale (art. 48). I cittadni possono essere al tempo stesso governati e governanti. Questo può non essere vero, anzi non lo è. Ricordiamo che moltissimi cittadini residenti in Italia non godono di tutti i diritti costituzionale, molti sono gli stranieri immigrati anche da decine di anni o addirittura nati sul suolo italiano che vivono una democrazia zoppa. Essi sono governati, ma non possono partecipare alla democrazia come lo erano i meteci nell’antica Grecia; non hanno diritto alla rappresentanza. In Italia accanto alla democrazia delle Istituzioni è presente un sorta di democrazia dal basso ad esempio il movimento No Tav o l’occupazione della Caserma Lamarmora di Via Asti a Torino che rappresentano un esempio di realizzazione della sovranità popolare previsto dalla Costituzione.

(*) La democrazia rappresentativa così come è stata disegnata nelle costituzioni europee è un modello ancora valido o richiede qualche ritocco? Possiamo iniziare con il dire che la democrazia è un percorso, è allo stesso tempo un essere e un dover essere, un ordinamento giuridico e politico esistente ed un ideale da raggiungere. È molto delicata la democrazia e esige una manutenzione costante, ovvero richiede una partecipazione permanente, una cittadinanza attiva. È difficile nelle società odierne, sempre più complesse e plurali, immaginare forme di democrazia che prescindano dalla rappresentanza, ma occorre ragionare su quale rappresentanza e ricordare che l’essenza della democrazia sta nella partecipazione effettiva di tutti (come ci ricorda la Costituzione, all’art. 1 e all’art. 3). Dunque, occorre invertire la tendenza attuale: da un sistema maggioritario passare ad una formula elettorale proporzionale che favorisca l’effetto “specchio della realtà”, ovvero che tutti possano essere e sentirsi rappresentati, e dar vita a partiti che – diversamente da quelli attuali, ormai liquidi e liquefatti, appiattiti sulle istituzioni – sappiano veicolare ed organizzare in forma collettiva idee e bisogni dalla società alle istituzioni. Ma non basta: la democrazia non si esaurisce nel circuito istituzionale e, quindi, bisogna valorizzare il ruolo dei movimenti, delle associazioni, di quella democrazia dal basso che è la vera essenza della democrazia, ricordando che essa vive di e nel pluralismo e nel conflitto.

braccia rubate all’agricoltura

coglione

Le domande non sono mai banali, lo sono, a volte, le risposte. Ora vengo alla domanda: “ma quest’uomo lo è o lo fa?”

A voi amici la risposta. Vi ringrazio anticipatamente per la risposta che fornirete.

maturità a colpi di Malala

matura

Oggi, è il giorno dell’avvenimento più vicino al Festival di San Remo, a livello di attenzione mediatica. Si è svolta la prima prova dell’esame di maturità degli studenti delle Scuole Medie Superiori della Repubblica, sua maestà il tema d’italiano. Non mi dilungo sulla scelta effettuata, prima dagli organi competenti del Ministero competente (forse è una parola un po’ grossa, ma tant’è…) e poi dai singoli studenti. Stamattina, per motivi personali, ho attraversato la piccola folla dei candidati alla maturità di un Liceo Scientifico di Torino. Ho trovato la stessa leggera tensione, stemperata da piccoli ragionamenti del tipo largocirca e qualche gesto scaramantico. Nulla di diverso dal quel lontano fine giugno 1975 quando toccò a me.

Voglio concentrarmi sul tema di argomento generale che prende le mosse da una celebre frase del premio Nobel per la pace Malala Yousafzai: “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Ovvero il diritto riconosciuto all’istruzione salverà il mondo. Con tutta probabilità, dopo aver scartato a malincuore Calvino, oggi, avessi vent’anni (circa), avrei scelto proprio la traccia di argomento generale.

All’età di undici anni, Malala è diventata celebre a causa del blog, da lei curato per la BBC, nel quale documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare del distretto dello Swat. Successivamente è stata nominata per l’International Children’s Peace Prize, premio assegnato da Kids Rights Foundation per la lotta ai diritti dei giovani ragazzi. Tutto ciò l’ha resa famosa, Malala ha raccontato la sua incredibile esperienza nell’autobiografia “I am Malala”. Il suo libro è stato pubblicato dalla casa editrice inglese Little, Brown. Sono passati due anni dal giorno in cui Malala pronunciò quella frase davanti alle Nazioni Unite. Era il suo 16esimo compleanno ed era appena sopravvissuta a un attentato: lei voleva studiare, i talebani la volevano morta. Ha vinto lei. Ora quelle parole sono entrate nella traccia del tema di maturità, ma prima ancora sono entrate nella coscienza di milioni di ragazzi e ragazze in tutto il mondo, anche in Italia.

Vediamo ora la ricchezza della sua incredibile biografia, data l’età:

– Il 9 ottobre 2012 è stata gravemente colpita alla testa da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui lei tornava a casa da scuola. Ricoverata nell’ospedale militare di Peshawar, è sopravvissuta all’attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, ha rivendicato la responsabilità dell’attentato, sostenendo che la ragazza “è il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”; il leader terrorista ha poi minacciato che, qualora sopravvissuta, sarebbe stata nuovamente oggetto di attentati. La ragazza è stata in seguito trasferita in un ospedale di Birmingham che si è offerto di curarla.

– Il 12 luglio 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, parla al Palazzo di Vetro a New York, indossando lo scialle appartenuto a Benazir Bhutto e lanciando un appello all’istruzione delle bambine e dei bambini di tutto il mondo.

– Il 10 ottobre 2013 è stata insignita del Premio Sakharov per la libertà di pensiero. L’annuncio è stato dato dall’ex presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che l’ ha motivata dicendo che è una ragazza eroica e ricca di spirito. Il premio le è stato consegnato in occasione della Sessione Plenaria di Novembre, a Strasburgo, il 20 novembre 2013.

– Il 10 novembre 2013 è stata festeggiata alle Nazioni Unite in occasione del cosiddetto “Malala Day”.

Infine Il 10 ottobre 2014 è stata insignita del premio Nobel per la pace assieme all’attivista indiano Kailash Satyarthi, diventando con i suoi diciassette anni la più giovane vincitrice di un premio Nobel. La motivazione del Comitato per il Nobel norvegese è stata: “per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione”. Malala Yousafzai, che ora vive in Inghilterra, ha vinto il Premio Nobel, grazie alla nomination ufficiale promossa dal partito laburista norvegese.

Malala_Yousafzai_at_Girl_Summit_2014

Serie A

PMS

Chi l’avrebbe mai detto…

logo_cus_torino

E’ bello trovare amanti del basket, stay tuned!

M for Maverick

Dopo 22 anni la PMS Torino torna nella massima serie di basket. Stagione intensa, ammetto che non credevo che i ragazzi riuscissero a vincerla e invece devo ricredermi. Sono stato spiazzato: gran lavoro di coach Bechi e del suo staff, ed ora i festeggiamenti impazzano! L’esperienza di Giachetti, del capitano Rosselli e del Mancio alla fine si è fatta sentire in tante occasioni. Le triple di Lewis e l’atletismo dell’ultimo arrivato Ian Miller (le sue giocate nei playoff sono state fondamentali!). Senza dimenticare il lavoro svolto in difesa da Bruttini, chiamato per sostituire Amoroso. Nei playoff la squadra ha subito una grossa trasformazione: il 3 a 0 rifilato a Ferentino, il 3-1 a Brescia (e poteva essere anche questo un 3-0) e poi la finale. La serie più combattuta, che poteva terminare In Sicilia e invece è tornata a casa ed è stata vinta! Il mio MVP della stagione è…

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la risposta è nelle stelle

The_Longest_Ride_film

(immagine wikipedia)

The Longest Ride, il romanzo dello scrittore statunitense Nicholas Sparks é stato pubblicato in Italia dall’editore Frassinelli nel 2013. Il libro ha ispirato il film di George Tillman Jr. interpretato da Scott Eastwood e Britt Robertson nei ruoli di Luke e Sophia, mentre Jack Huston e la magnifica Oona Chaplin interpretano Ira Levinson e sua moglie Ruth. Il film, attualmente nelle sale italiane, esalta l’amore nella coppia confrontando due storie che si intrecciano in un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Una serie di flash back rendono il film gradevole e godibile, il classico finale all’americana sempre positivo rende irreale una storia che ha una sua forza oserei dire una sua potenza: l’amore è la panacea di ogni male.

Il romanzo vede come protagonisti Ira, Sophia e Luke. Ira Levinson è un anziano di religione ebraica, vedovo di sua moglie Ruth da circa nove anni. Con grande dispiacere di Ruth, i due non possono avere figli a causa di un incidente di guerra accaduto ad Ira, nonostante ciò continuano ad amarsi per tanti lunghi anni concentrandosi sulla passione di lei per le opere d’arte. Un giorno però Ruth muore, lasciando Ira da solo. Così, in una giornata d’inverno, il vecchio Ira si dirige con la macchina nel luogo dove lui e Ruth avevano passato la loro luna di miele ma la strada è ghiacciata e il tempo pessimo, così Ira non vedendo una curva, cade in un burrone. Con le ossa fratturate e al freddo, ad Ira appare l’immagine di Ruth che lo tiene in vita, dandogli la forza per continuare a vivere. Sophia Danko, una studentessa universitaria di storia dell’arte. Si è appena lasciata con il fidanzato Brian, non si decide a voltare pagina finché non incontra Luke, un bull rider: Tra i due sboccia subito l’amore. Luke abita in un ranch che manda avanti grazie ai soldi vinti con le competizioni del rodeo. Dopo una caduta da un toro la struttura ossea del suo cranio si è indebolita, e potrebbe quindi morire ogni volta che partecipa a una gara, rischiando di sbattere la testa o di riportare ferite che potrebbero essergli fatali. Quando rivela a Sophia la verità, lei lo mette di fronte ad un ultimatum: o smette di montare tori, salvaguardando la sua vita, oppure lo lascerà. In un primo momento Luke sembra irremovibile, ma dopo lunghe riflessioni decide di abbandonare il rodeo, mettendo però in pericolo il suo futuro, in quanto il ranch era stato ipotecato dalla madre per coprire le spese sanitarie per la sua riabilitazione dopo l’incidente con il toro. Ma un inaspettato assegno permette a Luke di risanare i debiti e riprendersi il ranch. Ira e sua moglie, Sophia e Luke, non potrebbero essere due coppie più diverse, eppure il futuro le farà incontrare, nel più inaspettato dei modi.

Forza Auxilium!

Auxilium Cus Torino

È tornata l’Auxilium! Che ricordi: gli anni 80 con i grandi successi delle 3 semifinali scudetto concentrate in 4 stagioni! Grazie alla PMS che ha riportato il basket torinese in paradiso dopo tanto purgatorio. Antonio Forni aveva promesso, rilevando la PMS, che in tre anni sarebbe approdata alla serie A. Bene, sogno realizzato. Comincia oggi con questa pagina una storia che ci appartiene. Collegno (chi non ricorda il periodo dell’Auxilium Basket Collegno?), San Mauro Torinese e Moncalieri hanno covato per Torino il ritorno al grande basket. Ora tocca a noi tifosi appoggiare con la nostra passione questa avventura sportiva.

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Nereo Ferlat: l’Ultima curva

Nei primi giorni di giugno del 1985 il mio amico ed allora collega Nereo Ferlat, scosso dagli eventi straordinari che gli erano accaduti a cominciare dal pomeriggio del 29 maggio 1985 a Bruxelles, capitale d’Europa, mi chiese di scrivere qualche riga su quell’avvenimento tragico e terrificante che porta il nome di strage dello stadio Heysel.

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Accettai di buon grado perchè ero rimasto estremamente colpito ed addolorato da quell’avvenimento che aveva tolto la vita a 38 persone (aumentate successivamente a 39) e spento i miei sogni di tifoso. Dovevo attendere il 1996 per vedere vincere alla Juventus la sua prima Coppa dei Campioni. Oggi la chiamano Champions, ma per me resta sempre Coppa dei Campioni d’Europa. Scrissi allora le mie impressioni, un paio di pagine dattiloscritte, niente di più. Le consegnai a Nereo, ma inspiegabilmente non volli firmare la manleva che serviva all’editore per la cessione dei diritti d’autore. Sinceramente non so ancora spiegarmi il perchè. Conservai quei fogli e li usai come segnalibro quando Nereo mi consegnò una copia de “L’ultima curva”. Credo che siano ancora li, ma non trovo più il libro che sicuramente giace nei cartoni di un trasloco di vent’anni fa. Prometto che se lo ritrovo lo pubblicherò su queste pagine.

Nereo Ferlat

Non ci ho messo tanto a procurarmi una copia della riedizione del libro, appena ho saputo tramite i miei contatti Facebook che Nereo l’aveva data alle stampe rinnovata ed accresciuta di testi e molte immagini significative.

l'ultima curva

Un’altra occasione di memoria. In effetti a trent’anni di distanza da quel fatidico evento, la perseveranza di migliaia di tifosi juventini che hanno passato e passano il testimone del ricordo alle generazioni successive, fa sì che i 39 Angeli dell’Heysel siano sempre al nostro fianco. Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, per sempre, e se è un cuore grande come quello di Nereo e dei tanti, come me, che ne tramandano la memoria senza stancarsene i Martiri dell’Heysel sono destinati a rimanere con noi finchè ci saremo.

Naturalmente la nuova edizione del libro di Nereo Ferlat29-5-1985 “Z” – L’ultima curva” farà la sua parte per conservare questa memoria. Il libro ha una prefazione scritta da Beppe Franzo, il quale ha voluto riprendere e sottolineare la frase “Nessuna persona è veramente morta se non muore nel cuore di chi resta, sempre” riportata anche dai tifosi dello Stadium sullo striscione che hanno dedicato ai 39 morti all’Heysel durante l’ultima partita di campionato giocata in casa dalla Juventus contro il Napoli e vinta per 3 a 1.

Fra l’altro, nella nuova edizione, si può leggere la poesia “39 angeli all’Heysel” di Domenico Laudadio, il gestore del sito della memoria. Inoltre è presente una scelta di riproduzioni fotografiche di giornali dell’epoca e le fotografie di quella triste giornata scattate da Paolo Gugliotta, fotografo della polizia scientifica di Roma. Molte buone ragioni per leggerlo e conservarlo.

La memoria va allenata!

hysel Caremani

Venerdì scorso 29 maggio, presso la Sala Viglione di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio Regionale del Piemonte, si è tenuta la commemorazione della strage dello Stadio Heysel di Bruxelles avvenuta il 29 maggio 1985. La cerimonia è stata organizzata da Alessandro Benvenuto, Consigliere Regionale, Presidente della Consulta Regionale dei Giovani e Andrea Lorentini, Presidente dell’Associazione fra i Familiari delle Vittime dell’Heysel. I parenti delle vittime hanno ricostituito l’associazione a suo tempo fondata da Otello Lorentini e che era appunto rappresentata dal nipote Andrea Lorentini, figlio di Roberto una delle vittime della strage. Erano presenti: Nereo Ferlat che nel 1985 scrisse il primo libro sull’accaduto “L’ultima curva”, Darwin Pastorin giornalista, Massimo Pavan vicedirettore di Tuttojuve.com e  Francesco Caremani giornalista, scrittore, noto tifoso juventino, conosciuto al pubblico soprattutto per il suo impegno sulla ricerca della verità sulla triste vicenda dell’Heysel.

Mancava totalmente la rappresentanza della Società Juventus nonostante che “In questi ultimi anni – come ha spiegato Andrea Lorentini il responsabile all’associazione – con la presidenza di Andrea Agnelli, la Juventus si è posta in maniera diversa verso la tragedia di Bruxelles dopo che per oltre vent’anni ha completamente dimenticato e ignorato quella notte e le famiglie delle vittime. Di questo rendo merito al dottor Agnelli che si è  fatto carico di una nuova sensibilità e attenzione verso quella tragedia”.

Molto significativa invece la presenza di Domenico Beccaria, Custode della Memoria storica granata presso il Museo del Grande Torino , il quale ha giustamente sottolineato il fatto che la rivalità sportiva non deve mai, mai sfociare nella violenza.

Nereo Ferlat nel suo intervento ha detto: «Mi ricordo ancora all’improvviso. Rivedo i morti. La faccia del signor Gianfranco Sarto da San Donà di Piave. L’ avevo conosciuto sul pullman. Sento ancora fisicamente quella sensazione orribile delle membra schiacciate, immobilizzate, senza respiro. Non riuscivo più a respirare, ho capito che sarei morto. Con i pensieri ho salutato mia moglie e mia figlia, allora aveva sette anni. Poi ho pregato padre Pio. Non lo so di preciso cosa sia successo, ci ripenso ancora. Sono stato al posto giusto nel momento giusto. Sono stato estremamente fortunato. Un’ onda umana, una spinta improvvisa, mi ha sollevato invece che abbattermi definitivamente. Sono riuscito ad aggrapparmi a una schiena con tutta la forza che mi restava. Poi è crollato il muretto che dava verso il campo e ho ripreso a respirare. Mi ha colpito negativamente che un po’ tutti, la Juventus per prima, abbiano scelto il silenzio. C’ è stata una grande opera di rimozione. Ma le tragedie non vanno dimenticate, anche per questo ho scritto un libro che s’intitola “L’ultima curva”. Per chi non si è più rialzato. Perché trentanove vittime chiedono memoria». La memoria va allenata!

l'ultima curva

La cerimonia è stata toccante e commovente, ha avuto culmine nella lettura del Monologo teatrale: Heysel “Io sono la Memoria” – Lettera da Bruxelles. Ideato e scritto da Domenico Laudadio, membro dell’associazione. Basato sul racconto di quella serata. Il dramma, la morte e le cause di quella tragedia. Un percorso della memoria, attraverso l’inferno dell’Heysel e di quel maledetto 29 maggio 1985. Interpretato da Francesca Cassottana, giovane attrice, milanese di nascita e laureata alla scuola arte drammatica di Milano e Piemontese d’adozione. Per ricordare i fatti, mi pare giusto riportare di seguito l’incipit di un’intervista a Francesco Caremani.

striscione Heysel

1. Ciao Francesco cercherò di farti delle domande diverse dalle consuete, intanto ti ho presentato bene?

«“Noto tifoso juventino”? Non direi, per vari motivi (e non per colpa mia). Il primo e più semplice è che da ragazzo tifavo Juventus, nel senso più appassionato del termine, ma oggi non mi riconosco affatto nella parola “tifoso” dietro la quale si nascondono in troppi dopo aver detto e fatto le peggio cose. Il secondo, banale, è che sono un giornalista, ho fatto tanta fatica per diventarlo e secondo me un giornalista tifoso non è un buon giornalista; un giornalista deve essere credibile piuttosto che tifoso e le due cose spesso (nel calcio italiano) sono l’una contraria dell’altra. Il terzo risale a qualche tempo fa, dopo una bellissima presentazione del libro sull’Heysel a Mantova con Bruno Pizzul su Facebook arriva un commento che augura la morte all’ex telecronista Rai accusato di essere antijuventino, cosa per me inaccettabile, così controbatto in maniera forte e decisa, la risposta? Guai a me se mi consideravo juventino (e non era la prima volta). Oggi c’è tanta voglia di rilasciare patenti, di mettere le persone in un contenitore (forse perché chi ha un pensiero indipendente, non catalogabile, crea diffidenza, paura, panico, crisi d’ansia, come una figurina fuori posto, ma per fortuna siamo uomini), con me o contro di me. Ho 43 anni e ‘vengo’ da un altro calcio, un calcio in cui gli avversari si ammiravano, dove s’imparavano ad amare quando vestivano tutti insieme la maglia della Nazionale, l’odio verso la quale per me è pura blasfemia, quindi puoi ben capire quanto le ragioni (se di ragione si tratta) del tifo siano lontane dal mio modo di pensare, intendere e raccontare il calcio, lo sport più in generale. Se penso a me come tifoso penso a me come tifoso della Nazionale. Però, c’è un però, c’è stato un momento in cui molti giornalisti che fino al momento prima avevano beatificato la Juventus le si sono rivoltati contro per mera sopravvivenza (gli stessi che adesso le si stanno riavvicinando), per contingenza e puro calcolo personale. Ecco, quando non conveniva non ho nascosto la mia passione giovanile e la squadra per cui facevo il tifo (che poi ti resta attaccata addosso per sempre), sono fatto così, sono un giornalista nel bene e nel male, quello che conviene lo lascio agli altri, tifosi compresi, come dimostra il libro sull’Heysel: se una cosa è accaduta, quindi vera, lo è a prescindere dai colori sociali. A pensarci bene sono anch’io un ultrà: del giornalismo e delle cose in cui credo, come il fair play, per esempio. Poi siamo in democrazia e ognuno può affibbiarmi le patenti che vuole, questo non cambierà quello che sono, tanto meno le mie idee. Ovviamente grazie per il “noto”, troppo buono».

2. Sinceramente, ti spiace essere conosciuto più che altro per i tuoi scritti sull’Heysel, dato che è una vicenda triste e in fondo hai scritto tanti altri libri, o è un qualcosa che non ti pesa affatto?

«Il mio nome è legato indissolubilmente all’Heysel (grazie a Otello Lorentini, già presidente dell’Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles, voce narrante del libro) e in un Paese dove si cerca di dimenticare, soprattutto le tragedie con precise responsabilità, capisci quanto abbia pesato e pesi dal punto di vista professionale. A me non interessano le mode (complimenti a chi sa cavalcarle; oggi, per esempio, va a ruba il giornalista schierato) a me interessa fare le cose giuste e l’Heysel lo è stata. Questa domanda mi ha fatto molto piacere perché quando uno fa il giornalista sportivo si occupa di tanti argomenti diversi, è un cammino con tante tappe, alcune più corte altre più lunghe, alcune sono delle semplici gare in linea, altre parte di un tour, alcuni di questi hanno una conclusione, altri no, ci accompagnano nel nostro cammino professionale. Se c’è una cosa che amo del mio lavoro sono le persone, quelle che racconti, quelle che incontri per caso, ognuna ti resta attaccata addosso in maniera diversa, come nella vita di tutti i giorni. Otello Lorentini è una di queste, una di quelle persone che porterò sempre con me, perché mi ha insegnato tante cose, come la dignità, la voglia di giustizia e verità, l’amore incondizionato per i figli (lui al suo, morto all’Heysel, ha dedicato tutta una vita), l’umiltà e l’orgoglio di chi ha tutto da perdere e scende ugualmente sul campo di battaglia con le poche certezze che possiede: se lo dovrebbero ricordare soprattutto quelli (troppi) che parlano (troppo spesso) a vanvera di ciò che è accaduto il 29 maggio 1985 e dopo. Io ho scritto altri libri, alcuni più belli dal punto di vista squisitamente narrativo, ma per tutti i motivi che ho elencato quello sull’Heysel resta il più importante».

Lascaris_facciata

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