sesso e design alla Triennale di Milano

Kama: quando il sesso è design

Di Azzurra Scattarella

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Dossier: L’amore (di questi tempi).

La mostra alla Triennale di Milano.

«In principio era il verbo… No, in principio era il sesso». Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, 1950

C’è chi dice che “non c’è sesso senza amore” e chi riesce ad avere tanti amici o amiche di letto senza farsi problemi di cuore.

In Italia esiste una forte ambivalenza riguardo al sesso: da un lato, quello venduto e commercializzato come stimolo sottile in ogni forma di intrattenimento e/o prodotto; dall’altro, c’è una resistenza a sfondare il tabù e a tenerlo rinchiuso e ingabbiato dietro una coltre di ignoranza e masochismo, coperta ovviamente da una buona dose di voyeurismo.

Una volta ervamo noti per essere il paese del macho latino, gli italiani erano ritenuti gli amatori e tombeur de femmes per eccellenza, eppure non abbiamo mai avuto e non riusciamo tutt’oggi ad avere una coscienza collettiva nei confronti del sesso.

Organizzata senza alcun intento di provocare o scandalizzare, in Triennale a Milano è giunta KAMA, mostra di sesso e design. Dopo aver ospitato mostre sul tema “morte e design” ed anche su “design e tempo”, Silvana Annichiarico, curatrice e direttrice del polo museale, ha voluto indagare quell’influsso che il sesso ha su oggetti di uso quotidiano, interrogando «l’istinto di vita – la libido, la pulsione vitale di cui parlava Freud».

E quanti oggetti e quante cose può ispirare e influenzare il sesso! La mostra racchiude parecchie idee alternative per rendere più interessanti i propri gesti quotidiani: basti pensare alle allusive ceramiche di Pierre Charpin, alle ciotole sul cui fondo ci sono sensuali bocche dischiuse o al singolare tagliere-corpo femminile di Andrea Mancuso. Sedie come quelle di Helmut Palla potrebbero rivelarsi scomode, ma di sicuro i musicisti (e non solo loro) gradiranno le splendide e famosissime chitarre di Barnaba Fornasetti. Jemina Stheli si rende parte integrante di un tavolo da ingresso (che vi sia anche una blanda denuncia contro la “donna-oggetto” in quest’opera?) e d’altra parte gli stessi oggetti si accoppiano tra di loro o con parti del corpo umano nelle opere di Paola Anziche.

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Qualunque cosa viene declinata con occhio malizioso, in un evidente gioco sensuale e solleticante. In Phallocratie al posto del solito angolo votivo riferito alla Madonna o ai Santi è santificato qualcosa di ben desumibile dal titolo dell’opera, mentre invece Nacho Carbonell ricrea l’interno della conchiglia materna, luogo da cui tutti veniamo e a cui bisognerebbe, secondo l’artista, erigere statue e monumenti, un posto il cui interno resta ignoto e che idealmente viene esplorato e celebrato nella sua enorme installazione Unknown Shell.

Ci sono delle chicche create appositamente per la mostra, come i gioielli dai molteplici usi o il fallo in marmo creato da Betony Vernon, ed anche importazioni celeberrime: il divano a forma di labbra (Mae West sofa) di Dalí, The Great Wall of Vagina di Jamie McCartney, un muro formato dai calchi in gesso di 400 genitali femminili, e opere di Andrea Branzi, Ettore Sottsass, Matali Crasset.

Checché se ne dica, due cose a mio avviso restano sicure riguardo al sesso oggi. La prima è che vende, in ogni forma esso venga presentato e mostrato. La seconda è che il sesso è un aspetto fondamentale della vita dell’uomo e negarlo o nasconderlo significa ingannare e controllare. Come dice un grande intenditore della materia, ossia Tinto Brass: «Il sesso è la più splendida forma di piacere che Dio abbia regalato agli uomini. Sporcata però, e a volte considerata obbrobriosa, dalla cultura del potere che governa ogni società.» – in cui sottolineo la presenza di ‘Dio’, ‘società’ e ‘governo’ nella stessa perifrasi -; e sebbene non concordi con Freud, è impossibile negare l’importanza del sesso nella vita e nella salute degli essere umani, e l’uso manipolatorio che se ne fa. Kama vuole sia valorizzare il peso del sesso che esplicitarlo, facendo in modo che lo si guardi in faccia e nella sua interezza, senza paura o vergogne, e anche prendendolo un po’ in giro, perché in fondo bisogna saper ridere di tutto, soprattutto delle cose importanti.

 

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Ho riportato qui l’articolo della corregionale Azzurra Scattarella, per simpatia ed empatia. L’argomento può apparire pruriginoso e prestarsi ad un certo voyerismo, ma spesso dimentichiamo (ahi smemorato!) che proprio il sesso è il senso e l’origine della nostra esistenza. Ci pare sempre, grazie alla nostra educazione (non possiamo, noi italiani, non dirci cristiani, peggio cattolici!) che il sesso debba in qualche modo far parte delle cose da nascondere o quanto meno da non evidenziare. Io credo invece che occorra dare all’argomento la centralità che merita e che ha nella nostra vita. Il sesso determina e influenza le nostre azioni, la nostra educazione, le nostre malattie psichiche e fisiche, come possiamo evitare di parlarne?

Luci dall’Iran

Luci dall'Iran

Si svolge SABATO 9 FEBBRAIO  a partire dalle ore 18.30, presso il Centro del Tango Argentino in Via Macerata 9, a Roma, l’evento Luci dall’Iran. Visioni.

Il critico letterario FILIPPO LA PORTA dialogherà con ANTONELLO SACCHETTI***  sul suo ultimo libro Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?”

Dopo la presentazione assaggio di cibo persiano e altre finestre e curiosità sull’Iran. Al termine della serata RAMIN RAHMI presenterà il suo corso di canto e percussioni persiane. Chi vorrà potrà partecipare alla LEZIONE APERTA.

Per la presentazione del LIBRO TRANS-IRAN: INGRESSO LIBERO

Per il resto della serata: assaggi persiani, proiezioni… presentazione del corso di percussioni e canto: PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA entro il 7 febbraio (capienza limitata), contributo 10 €.

INFO E PRENOTAZIONI:

* CENTRO DEL TANGO ARGENTINO

segreteria@tangoargentino.it  – cell. 335251628 – www.tangoargentino.it

* L’ARCO DI ARTEMIDE

info@arcodiartemide.it – cell. 3296120915 – www.arcodiartemide.it

***Autore di diversi libri sull’Iran, direttore della rivista Il cassetto. View all posts by

Rinascere

rinascere

Sabato 2 febbraio lo spettacolo “Rinascere”, scritto da Roberto Girardi e allestito dal “Centro culturale S.Rocco” di Sant’Ambrogio viene replicato all’Auditorium “E. Fassino” di Avigliana.
“Lo spettacolo racconta un episodio realmente accaduto nella Russia a fine Ottocento – dice Girardi – Narra la vicenda del nobile Dmitrij Ivanovich che, giurato ad un processo, si trova di fronte la donna che lui ha sedotto, provocandone la caduta e spingendola sulla via del crimine. Divorato dal rimorso, la raggiunge in carcere prospettandole un matrimonio riparatore e la domanda di grazia, promettendole comunque di seguirla in Siberia dove la ragazza dovrà scontare la pena in un campo di lavoro; sarà comunque da lei respinto  e si rifugerà nel Vangelo”.
In scena  Monia Santantonio, Giuseppe Cigno, Dario Geroldi, Laura Serminato, Dolores Serpi, Elena Alberton, Maura Bruno, Rebecca Sardi e Giuseppe Fantino. I suggestivi costumi sono stati creati da Enrica Cantore. Per informazioni telefonare al 3407229490, l’Auditorium è sito in Avigliana Via IV Novembre, 19. Biglietto intero € 6,00 ridotto € 4,00.

Collegno candida una donna a 5 stelle

Il Movimento 5 Stelle per le prossime elezioni politiche ha presentato due donne capolista nelle sezioni Piemonte 1 e Piemonte 2 per la Camera dei Deputati.

Laura Castelli di Collegno, ex collaboratrice del consigliere Mariano Turigliatto (Insieme per Bresso), ha 26 anni, laureata in Economia e Commercio, è al momento membro dello staff consiliare Piemonte a 5 stelle con Davide Bono. E’ stata la più votata alle Parlamentarie nella circoscrizione Piemonte 1.

Fabiana Dadone ha invece 29 anni, è di Mondovì, Cuneo dove lavora come praticante in uno studio di avvocati. Capolista per il Senato sarà invece il quarantanovenne Marco Scibona, attivista No Tav.

I tre capilista candidati rispondono alle caratteristiche di base richieste da Beppe Grillo ai suoi candidati: sono incensurati, non hanno più di una legislatura alle spalle e non hanno tessere di partito.

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lo smemorato ricorda

Ancora oggi mi chiedo come due «scheletri come noi abbiano potuto riconoscersi» disse l’olandese Nanette Blitz Konig, nel raccontare il suo ultimo incontro con la compagna di scuola Anna Frank nel Lager di Bergen-Belsen. Era il 12 marzo 1945. Anna sarebbe morta poco più di due settimane dopo. Figlia di un agiato dirigente della Amsterdamsche Bank, frequentava il Joods Lyceum di Amsterdam, nella stessa classe di Anna Frank, che con il suo diario, pubblicato in 67 lingue, avrebbe svelato al mondo il dramma di milioni di ebrei. «Anna era una ragazzina piena di vita, amava molto parlare, e le piacevano i ragazzi! Se fosse ancora viva sono convinta che sarebbe diventata un’eccellente scrittrice».

Del celebre diario, pubblicato dal padre di Anna, Otto, soltanto dopo la guerra, Nanette era a conoscenza. Fu infatti regalato il 12 giugno 1942, proprio durante la festa per i 13 anni cui anche Nanette partecipò. «C’eravamo tutti noi compagni di classe. Mi ricordo che proiettarono alcuni filmati sulla parete, per noi era una novità. Prima la pubblicità di una marmellata e poi Rintintin . E non capivamo cosa c’entrassero le due cose insieme». La marmellata della pubblicità era quella prodotta dalla Opekta, la fabbrica di Otto Frank, e la donna ripresa a prepararla sarebbe entrata nella storia: si trattava di Miep Gies, la dipendente che avrebbe aiutato la famiglia Frank a nascondersi.

Poi il destino brutalmente separa le due ragazzine. Anna si nasconde con la famiglia nel retro di un ufficio di via Prinsengracht; Nanette, invece, viene arrestata con i suoi. Si ritroveranno solo nel 1944 nel campo 7 a Bergen-Belsen, a 300 chilometri da Berlino.

«Nelle varie occasioni in cui riuscii ad andare a trovarla nella sua baracca, Anna mi parlava del diario e mi diceva che voleva usarlo solo come punto di partenza per un libro che avrebbe scritto su quello che stavamo vivendo». Le due ragazzine a Bergen-Belsen si ammalarono entrambe di tifo. Nanette riuscì a salvarsi, Anna no. «Quando la vidi l’ultima volta era debolissima, pelle e ossa, aveva addosso una coperta perché non riusciva più a sopportare gli abiti pieni di pidocchi. Quasi facemmo fatica a riconoscerci e a parlarci».

Nel campo di concentramento «le persone speravano. Tutti speravamo di sopravvivere e per questo lottavamo. Vivevamo nel terrore di non sapere quello che da un momento all’altro ci sarebbe potuto accadere. Una volta dovevamo fare l’appello. Ci fecero rimanere in piedi per 36 ore. Durante questi appelli i nazisti potevano prendere chiunque dalla fila, avevano sempre i cani con sé, tanto che per anni ho avuto il terrore di questi animali. Mi presero e in quel momento cominciai a tremare perché non sapevo cosa mi sarebbe accaduto. Ma ebbi davvero fortuna perché l’ufficiale sparò in aria e mi rimandarono indietro nella fila senza torturarmi né uccidermi. Sono sopravvissuta per puro caso».

In quel campo, che oggi non esiste più, Nanette non sarebbe mai più tornata dopo la guerra, ma il giorno della liberazione si è cristallizzato nella sua memoria come fosse ieri. «Il 13 aprile 1945, i nazisti che facevano la guardia al campo scapparono. Gli inglesi entrarono il 15. Noi prigionieri abbiamo vissuto due giorni nel limbo, ma eravamo così deboli che se gli inglesi non fossero arrivati, noi da soli non saremmo riusciti ad andare da nessuna parte. E quando finalmente ci liberarono una persona mi disse: sei sopravvissuta. E io ero completamente persa perché non sapevo che cosa mi sarebbe accaduto nel futuro».

Nanette fu l’unica della sua famiglia a uscire viva. Pesava appena 32 chili. Sua madre, suo padre, i nonni, il fratello, tutti sono morti nei campi di concentramento.

Quanto al papà di Anna, Otto, Nanette riuscì a incontrarlo. Fu lui a renderle visita, dopo la guerra, nel sanatorio in cui la ragazza era ricoverata. «Ma poi, non ebbi mai più il coraggio di andarlo a trovare con i miei tre figli. Tutti vivi. Era un confronto che trovavo disumano per lui».

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Il 13 gennaio scorso, l’associazione Zaatar informava che “A Yarmouk, sobborgo di Damasco, principale campo in Siria, prosegue da 21 giorni il blocco economico, con le forze governative, poste all’ingresso del campo, che impediscono l’arrivo di qualsiasi merce, inclusi cibo, medicine e forniture energetiche. All’interno del campo invece proseguono i tiri dei cecchini: gli ultimi giorni sono stati molto sanguinosi, si riportano 4 morti nella giornata di ieri, tra cui un bambino di 3 anni, e 10 oggi (…) Scontri e bombardamenti si registrano anche nell’altro campo vicino Damasco, Husseinieh, con 4 morti e diversi feriti. I volontari del Jafra Foundation (www.associazionezaatar.org) stanno lavorando alla distribuzione di cibo“.

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Può accadere che, a Ceglie Messapica a cura del locale Circolo S.E.L. “Peppino Impastato”, si organizzi un incontro con Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato per presentare il suo libro: “RESISTERE A MAFIOPOLI – La storia di mio fratello Peppino Impastato”.

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All’inconto sono Intervenuti Giovanni Impastato appunto, Toni Matarrelli Consigliere Regionale S.E.L. insieme a Nicola Trinchera Consigliere Comunale di Ceglie Messapica il tutto coordinato da Romina Albano Segretaria del Circolo S.E.L. Ceglie Messapica.

Può accadere che anche gli studenti del locale Liceo Agostinelli incontrino Giovanni Impastato, presso il Teatro comunale dimostrando che sono in grado di interessarsi ai temi della legalità.

Può accadere che un blogger cegliese rivolga dalle pagine del suo blog un appello: “Gentilissimo signor Giovanni, ho sempre ammirato al figura di vostro fratello e ricordo benissimo quel nove maggio di tantissimi anni fa. Un terrorista esploso mentre piazzava una bomba. Piccoli trafiletti sui giornali impegnati a descrivere le modalità del ritrovamento del cadavere di Moro. Solo Lotta Continua, il Quotidiano dei Lavoratori e Il Male difesero la memoria di Vostro fratello. Il PCI in quel periodo si era fatto Stato. Oggi Voi siete a Ceglie ed io e tanti miei amici purtroppo a malincuore, non ci saremo. Personalmente mi fa schifo l’ipocrisia e la strumentalizzazione ed in questo frangente l’ipocrisia e la strumentalizzazione ammorberanno la sala. Sarà per un’altra volta.”  Firmato: Domenico Biondi (Il Diavoletto).

Può accadere che nasca una polemica fra giovani apartitici e adulti impegnati politicamente circa la paternità dell’organizzazione dell’incontro. Può accadere insomma che quel che si muove intorno a S.E.L. in questi giorni sia origine di turbolenze. Un movimento, quello di S.E.L., trasformatosi in pochissimi anni in un partito strutturato che si trova ora ad essere in una posizione centrale nell’agone politico nazionale. E’ talmente centrale che i soloni della carta stampata e dei massmedia in generale se ne occupano come non mai perchè, essendosi alleato con il PD, i voti di S.E.L. saranno determinanti per la vittoria della coalizione di centro-sinistra.

S.E.L. si trova, in questi giorni cruciali, in una situazione di sovranità limitata dalla scelta di allersi con il PD che comunque strizza l’occhio alle realà politiche centriste che si sono coalizzate intorno a Monti. Fatto nuovo, che ne complica la posizione, l’irruzione sulla scena del movimento arancione indirizzato forzosamente verso la Rivoluzione Civile di Ingroia, che ha bruciato tutti con la creazione del suo partito. Questo nuovo partito, che si avvale dell’appoggio di molti comunisti della diaspora oltre che del partito di Di Pietro, erode la già abbastanza ridotta forza elettorale di S.E.L. . Tornare indietro non si può, pertanto, occorre uno scatto alla Nichi Vendola per ritrovare energie che sembrano ridotte al lumicino. Si Nichi, andiamo dove ci porta il cuore!

non aprite quel portale

Un amico mi ha prestato il dvd del film “Il Quarto Tipo” che ho visionato con una certa apprensione e tensione emotiva. Tensione emotiva che mi ha spinto a fare qualche ricerca e reperire questa recensione che ora offro ai miei lettori. Spero di stimolarne qualche intervento su un argomento che mi trova abbastanza scettico, ma non del tutto indifferente.

“Cosa c’è di vero nelle dichiarazioni rese nel film? Si tratta di un’invenzione cinematografica di Hollywood oppure alla base esiste una storia mai raccontata?”
di Raffaele Di Nicuolo

Dopo l’uscita in Italia del film “Il Quarto Tipo (The Fourth kind)” mi sono chiesto se ci fosse qualcosa di vero nelle dichiarazioni fatte dagli autori del film in merito a quanto proposto nella pellicola.

Vediamo cosa si dice esplicitamente nel film:

“Nel 1972, fu stabilita una scala di misura per gli incontri con gli extraterrestri. Il semplice avvistamento di un UFO è chiamato incontro ravvicinato del 1° tipo, la raccolta di elementi di prova è del 2° tipo, il contatto diretto con gli extraterrestri è definito incontro ravvicinato del 3° tipo. Il livello successivo, quello del rapimento, è un incontro ravvicinato del 4° tipo…. Alaska, ai giorni nostri. Dagli anni 60 si sono verificati tantissimi casi di sparizioni misteriose. Nonostante le molteplici investigazioni del FBI, nessun caso è mai stato risolto. La dottoressa Abigail Tyler, psicologa, comincia a videoregistrare le sedute con pazienti traumatizzati e comincia a scoprire le più inquietanti prove di rapimenti alieni mai documentate…”

Ovviamente tutti i nomi sono fittizi e le storia è completamente da verificare.

Il regista della pellicola, Olatunde Osunsanmi, sostiene di essersi documentato da sostanziosi materiali audio/video appartenuti alla dottoressa psicologa Abigail Tyler. Olatunde sarebbe venuto a conoscenza del caso casualmente nel 2004 mentre si trovava nel Nord Carolina per la post produzione del sul film “The Caver”. Ma non si è mai specificato nulla in merito.

La psicologa era originaria della cittadina di NOME in Alaska ,non distante da Anchorage e si trovava in precarie condizioni di salute. Nel 2000 fu coinvolta in tragici eventi che la segnarono per tutta la vita. Omicidi, sparizioni e gravi incidenti fisici sconvolsero le vite di molti degli abitanti della zona. Da uno studio approfondito sui disturbi del sonno sia lei che il marito si accorsero di strane coincidenze raccontate da pazienti. Indagini approfondite fecero emergere che nella regione avvenivano agghiaccianti eventi che furono oggetto di indagine dell’FBI. Furono notati anche bizzarri fenomeni nei cieli limpidi dell’Alaska.

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educare per salvare

Perchè sappiamo tutto di Corona che scappa, che piange, che si costituisce e non si parla mai di come hanno rovinato la scuola italiana? Sappiamo tutto e di più dei pettegolezzi e delle cose inutili, ma non dibattiamo sulle cose che interessano tutti. Le/gli insegnanti sono in prima fila in una lotta dura contro la devianza e l’ignoranza (e i genitori deleganti). I nostri figli sono cavie in un sistema scolastico svuotato di senso. Senza risorse, ogni riforma scolastica è destinata a fare peggio di quello che voleva riformare. Che senso ha tenere i bimbi 8 ore in una classe, incatenati al banco, con l’insegnante carceriere, senza fondi per i laboratori e per sperimentare una scuola differente? Di questo si deve parlare non di calcio, di Corona e del fard di Berlusconi.

Pietro

Io e Pietro ci conosciamo “virtualmente” da un decennio ed abbiamo una buona comunione di idee, all’inizio del 2011 abbiamo scambiato sull’argomento “educazione” quanto segue.

Nel bando di iscrizione nella scuola dell’infanzia, invitano a scegliere se avvalersi o no dell’ora di religione cattolica. Sembrerebbe una grande vittoria da parte dei non cattolici, ma a ben riflettere ci troviamo invece di fronte a un atroce dilemma morale. Chi siamo noi per decidere per conto di bambini di tre anni? Si può essere contrari all’ora di religione cattolica, ma non convince nemmeno l’ora alternativa, ove applicata correttamente, che rappresenta un momento di ghettizzazione dei figli dei pochi atei, uniti provvisoriamente ai figli dei non cattolici, in una nuova categoria di individui, una minuscola tribù non ben identificata, voluta da una maggioranza spietata. Come è possibile spiegare l’allontanamento dalla classe da parte di alcuni bambini? Come vivono psicologicamente questa divisione i piccoli? Non stiamo parlando di ragazzi di prima superiore, che si presume possano essere abbastanza autonomi e maturi per sopportare la condizione di separato, ma di creature di tre anni, che devono vivere sulla loro pelle, senza capirne il motivo, l’arroganza degli adulti e la loro infinita stupidità. In molte scuole ci sono laboratori di educazione alla pace, ma non si capisce che discriminare anche uno solo dei bambini, per qualsiasi infondata ragione, equivale a creare le condizioni per educare alla guerra. Bisogna ritornare a fare la battaglia per eliminare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, e chi vuole il catechismo per il proprio figlio, libero di sceglierlo, lo chieda alle parrocchie. La chiesa cattolica, seppur in evidente crisi di credibilità e fiducia da parte della popolazione, non può servirsi di leggi anticostituzionali come questa, per arrogarsi il diritto di imporre la sua presenza invasiva ed escludente nella scuola pubblica, che deve essere laica e non deve operare differenze tra i bambini. Ci troviamo nella situazione assurda e paradossale, di dover pagare con i soldi statali, oltre che le scuole private di ispirazione cattolica, anche gli insegnanti di religione scelti direttamente dalla Chiesa e non dai concorsi pubblici. A questo si aggiunge il fatto che le scuole pubbliche non hanno le risorse economiche per pagare gli insegnanti di sostegno, le supplenze, i bidelli, le opere di manutenzione e perfino la carta igienica.

Non tutti i tagli vengono per nuocere, e se non ci sono fondi per assicurare l’ora alternativa alla religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, si proceda alla eliminazione totale e definitiva dell’ora di religione cattolica, una volta per tutte, ripristinando il diritto costituzionale da parte degli individui a non subire discriminazione di alcun genere.

Pietro A. gennaio, 2011

Carissimo Pietro hai la capacità, come un altro Pietro che conosco, di mettermi con le spalle al muro e costringermi a ragionare su argomenti che fanno parte della mia vita e che magari mi sono scivolati, vuoi per conformismo, vuoi per quieto vivere, si, mi sono scivolati addosso. Probabilmente hai ragione, eliminando l’insegnamento della religione a scuola, molti problemi di divisione e diversità sarebbero eliminati. Tieni però presente che, sempre più spesso, grazie a dirigenti scolastici ed insegnanti intelligenti, non si insegna semplicemente la religione cattolica, ma le religioni e le idee filosofiche di ogni epoca e regione della terra. Personalmente per convinzione e anche (perchè no) per tradizione ha mandato tutti e due i miei figli al catechismo della Chiesa Catttolica, lasciando naturalmente a loro la scelta della frequenza. Per quella che è stata la mia esperienza non sono totalmente pentito, mi è servito ad imparare, dall’interno, lo stato di salute della Chiesa che è per noi, crocianamente, comunque importante, e poi teoricamente e praticamente lo stare con gli ultimi è un programma veramente impegnativo…

Carissimo Giacomo, ho individuato quattro riflessioni incluse nella tua risposta. Proverò a replicare.

g: “Probabilmente hai ragione, eliminando l’insegnamento della religione a scuola, molti problemi di divisione e diversità sarebbero eliminati”.
p: ” C’è chi preferisce che il figlio o la figlia possa decidere da sè l’orientamento religioso, esattamente come funziona per la maturazione dell’orientamento sessuale o politico. Non ci sogneremmo di inserire nell’insegnamento pubblico l’Ora dell’Eterosessualità, oppure l’Ora del Conformismo politico. Almeno spero che questo ci venga risparmiato. In generale, dovremmo riflettere su cosa significhi Insegnamento oggi. Ovvero, far emergere dei soldatini tutti uguali, o valorizzare la diversità? Se nella scuola pubblica i gruppi dei bambini sono separati su queste tematiche, quando si potrà avere l’unione delle esperienze di ciascuno? Sono già tantissime le cose che ci dividono, nostro malgrado, e la scuola pubblica dovrebbe esaltare proprio le possibili comunanze di valori ed obiettivi”.

g: “Tieni però presente che, sempre più spesso, grazie a dirigenti scolastici ed insegnanti intelligenti, non si insegna semplicemente la religione cattolica, ma le religioni e le idee filosofiche di ogni epoca e regione della terra”.
p: “Vorrei essere ottimista come te, ma non conosco un solo caso di IRC (Insegnamento della Religione Cattolica), convertito in studio delle Religioni. In ogni caso bisogna rispettare anche la persona che non si vuole avvalere di alcun studio delle religioni, specie se è una materia trattata come al catechismo, quindi senza spirito critico né confronto con le altre religioni”.

g: “Personalmente per convinzione e anche (perchè no) per tradizione ha mandato tutti e due i miei figli al catechismo della Chiesa Cattolica, lasciando naturalmente a loro la scelta della frequenza”.
p: “Le persone migliori che conosco, compreso te, hanno fatto la scelta di cui sopra, ma sono migliori, e anche di me, perché sono in grado di discernere quello che è il loro desiderio, con quello che è l’imposizione del proprio desiderio sugli altri. Tra tutte le figure attuali e del passato, per me le migliori rimangono Gandhi, San Francesco, Don Lorenzo Milani, Don Luigi Ciotti, tutte persone credenti che non mi pare abbiano desiderato la separazione dei diversi, Anzi”.

g: “Per quella che è stata la mia esperienza non sono totalmente pentito, mi è servito ad imparare, dall’interno, lo stato di salute della Chiesa che è per noi, crocianamente, comunque importante, e poi teoricamente e praticamente lo stare con gli ultimi è un programma veramente impegnativo…
p: “Sono davvero curioso di sapere qual è stato l’insegnamento che ne hai tratto”.

Pietro la tua esegesi del mio pensiero mi lusinga, confermandomi nella convinzione di avere in te un pungolo intellettuale, vuoi sapere quale è infine l’insegnamento che ho tratto da oltre quarant’anni di cattolicesimo più culturale che di …convinzione? Non molto per la verità, troppi cattivi esempi, ma tu hai nominato due persone straordinarie che da sole bastano a farmi digerire tutte le altre. Don Lorenzo Milani che venero come mio “santo personale” e Don Luigi Ciotti che, seppure di sfuggita, ho personalmente conosciuto e che m’illumina dal 1970 che è poi stato l’anno in cui ho realizzato la “scopertura” delle mie radici lasciate fuori della terra a tentare un’attecchimento nuovo che non si è mai completato (ma questo è un altro discorso). Quello fu anche l’anno in cui maturai un distacco dalla Chiesa intesa come mezzo di socializzazione. Di rado vado a messa, ma quelle rare volte sento che qualcosa smuove il mio animo, qualcosa che si blocca al momento dell’omelia…
Voglio aggiungere che i miei due figli traggono giovamento dalla “materia” religione, sono stato fortunato?

il decalogo.3

No a contrazione del lavoro e al precariato e alla riduzione di fatto dei salari e delle pensioni. Sì al ripristino delle tutele del lavoro e dei lavoratori cancellate dai Governi Berlusconi e Monti (anche con sostegno ai referendum) e alla sperimentazione di modalità di creazione diretta di occupazione, anche in ambito locale, all’introduzione di un reddito di cittadinanza, al potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli e dei presidi dello stato sociale (nella prospettiva di un welfare dei diritti e non di forme di assistenzialismo caritatevole).

Ancora una volta l’Italia è maglia nera nel lavoro. Ancora una volta a farne le spese sono i giovani e le donne: sono soprattutto loro che vanno a ingrossare le fila degli “inattivi”, ossia chi non ha un’occupazione né è in cerca di un lavoro. Nel 2011 gli italiani tra i 15 e i 64 anni in queste condizioni hanno toccato la soglia del 38per cento (37,8 %, per l’esattezza), un dato che raggiunge addirittura il 48,5 per cento se si considera solo la componente femminile. È quanto rileva l’Istat nel rapporto “Noi Italia”, in cui si legge anche che rispetto al 2010 la percentuale di coloro che invece hanno un impiego è aumentato solamente di un punto, assestandosi al 61 per cento. Solamente Ungheria e Grecia registrano tassi di occupazione inferiori. Sono, invece, il 51,3 per cento quelli che non trovano un’attività da oltre dodici mesi.  

 manifest Taranto

Patti Smith un grande omaggio a Giorgio Gaber

Fabio Fazio nella sua “Che tempo che fà” ha ricordato, ieri a dieci anni dalla morte, il repertorio di Giorgio Gaber che si è rivelato quanto mai attuale.  Attraverso l’eccezionale testimonianza di Sandro Luporini, suo storico coautore, che ha raccolto nel libro “G. Vi racconto Gaber”, discussioni, idee, dubbi, storie, e le coincidenze che hanno dato origine ai loro capolavori. Numerosi gli artisti che hanno partecipato alla rievocazione: Patti Smith su tutti, fra gli altri da segnalare Claudio Bisio, Paolo Jannacci, Paolo Rossi, Samuele Bersani, Luciana Littizzetto, Roberto Vecchioni, Neri Marcorè, Arisa e i Piccoli Cantori di Milano che hanno concluso la serata. Gli ospiti sono stati accompagnati dalla band originale di Giorgio Gaber, che si è riunita proprio in occasione di questa serata speciale (Gianni Martini alla chitarra, Luigi Campoccia al piano, Claudio De Mattei al basso, Enrico Spigno alla batteria, Corrado Sezzi alle percussioni, Luca Ravagni alle tastiere). 

Gli artisti si sono avvicendati a raccontare, come mai era stato fatto prima, Giorgio Gaber come artista, come cantante, come attore, come personaggio televisivo: un modo per arrivare alle nuove generazioni, perché possano cogliere la capacità di questo grande artista di parlare di politica, d’amore, della persona come individuo singolo e nel rapporto con gli altri sempre con il medesimo linguaggio, tanto essenziale quanto spiazzante in tutte le sue sfaccettature. “Quando mia figlia mi racconta che ci sono tanti ragazzi della sua età che non hanno potuto conoscere Gaber a teatro ma che lo apprezzano e scrivono su di lui cose entusiasmanti – confessa Sandro Luporini – non posso far finta di restare indifferente. Ho detto spesso che io e Giorgio non abbiamo mai pensato che quello che stavamo facendo con il nostro teatro potesse avere un senso anche per i nostri figli. Non ci ponevamo nemmeno la domanda. Scoprire adesso che ci sono dei ragazzi che apprezzano il nostro lavoro, non posso proprio negarlo, mi fa davvero un gran piacere“. E’ stato proprio questo il senso dello Speciale di Che tempo che fa.

Eccezionale il ricordo di Gaber da parte di Patti Smith che ha interpretato in maniera straordinariamente coinvolgente “I, as a person” un testo di Giorgio tradotto in inglese.