propositi

L’esercizio del credito è arte umana antica, come tutte le arti umane soggette al libero arbitrio, da esiti diversi a seconda dell’interprete. Non c’è dubbio alcuno che l’origine della crisi che ci sommerge abbia radici bancarie, ma state pur certi che senza le banche non se ne esce. Le imprese bancarie non sono onlus, si fanno pagare come qualsiasi altra impresa, meglio si starebbe, se chi imprende riimparasse a lavorare più con i propri che con i soldi altrui. Stornando a favore del lavoro quei denari, si eviterebbe di alimentare la finanza cancerogena e si tornerebbe all’economia reale. Tornare indietro si può, ma tutti insieme, banche comprese.

un uomo all’angolo

Un vento furioso e improvviso scuote i campi reduci di raccolto, le piante dalle foglie ancora tenaci che sembrano pesciolini impazziti, le sterpaglie ormai ingiallite e secche. Tutto è iniziato verso le 6 di mattina, quando i vetri della finestra hanno iniziato a vibrare. Ora sono le 10 e non ha ancora smesso. Sono venuto a dare un’occhiata al Parco Agronaturale della Dora Riparia, un fazzoletto di terra strappato alla cementificazione e pizzicato tra strada Pianezza e viale Certosa, a Collegno. Ho imboccato la strada bianca all’altezza della rotonda di fronte alla caffetteria Ponte Dora: un cartello indica la presenza del canile «Il Cascinotto » e un telone in pvc sistemato alla meno peggio su una rete segnala una delle entrate al parco. La stradina interpreta magistralmente il ruolo di «luogo poco raccomandabile»: nessuno in giro, scavatrici lontane, recinzioni posticce. Eppure superato il ponticello sulla bealera si apre un mondo che ti apre il cuore che batte al ritmo della natura che resiste come può all’assedio urbano.

Se alzi lo sguardo vedi la torre gialla e blu dell’Ikea, il cantiere per un nuovo ponte sulla Dora e i capannoni della Gtt con le carrozze del metrò che fanno manovra, ma il parco agronaturale resiste a tutto ciò: irradia sentieri che costeggiano il fiume, gabbiotti di legno per l’osservazione degli uccelli e una passerella di legno e metallo che collega le due sponde. Abbaiare di cani. Il corso d’acqua è tormentato e sparisce con un’ansa sinuosa come le impronte dei trattori che hanno lavorato la terra. Corso Francia si trova a meno di un chilometro in linea d’aria. Là la croce, qui la delizia.

Via Fratelli Cervi angolo viale Certosa, Collegno

di Luca Morino

(tratto dal supplemento settimanale Torino Sette de La Stampa e citato da “Collegno Notizie” Anno XXXVIII n. 2 II semestre 2011)

Luca Morino, nato Torino nel 1962, è cantante, chitarrista e scrittore italiano. Membro fondatore e leader del gruppo musicale dei Mau Mau.

Mau Mau

euro

L’euro doveva evitare conflitti infraeuropei, dopo le due guerre del ’900, ma alla prova dei fatti e lasciato solo senza una politica veramente unitaria alle spalle, viene ora scosso pesantemente dalla crisi venuta dagli USA. Probabilmente oggi sono proprio gli USA che salvando se stessi potranno salvare l’euro.

buon senso

Il buon senso potrebbe essere un ottimo metro per misurare i costi sociali che immoliamo al dio PIL, ma i nostri politici hanno ancora buon senso?

capitano, o mio capitano

Mio nonno Rocco, buonanina, aveva come ngiurije (soprannome) qualcosa di militaresco che, lui raccontava, gli fu utile quando da Albenga, dopo l’otto settembre, con l’esercito allo sbando, decise di tornare a Ceglie con il mezzo più sicuro al mondo… e l’unico in quel momento disponibile: a piedi! Non stò qui ad elencare le peripezie del viaggio che ad ogni racconto, specie se questo veniva replicato dopo un buona bevuta, aumentavano di numero e qualità… per farla breve quando arrivò a Martina Franca, quindi quasi a casa, come in ogni sceneggiatura che si rispetti, fu fermato dai regi carabinieri che gli intimarono l’alt e gli chiesero i documenti che naturalmente non aveva: era nei guai! In quel mentre passava di li un conoscente del nonno che, riconosciutolo, gli si rivolse: “vuè capità! Come sciame?” il carabiniere sentito che si trattava di un superiore, addirittura un capitano, lo lasciò andare, senza controllare null’altro, salutando impettito: “comandi Sig. Capitano!”, beh avrete capito tutti che il soprannome di famiglia era “capitane”!

Nota: l’origine del soprannome risale al mio bisnonno Leonardo detto Antonio che usava comandare la sua squadra di vacche podoliche con impeto militaresco, da cui il soprannome “Capitane” … si ma di mucche!

lettera

Pianse Riccardo quando ascoltò un altro bimbo che chiamava il proprio nonno: “nonno, nonno!”. “No, no il nonno è mio”, aveva pensato che solo lui avesse un nonno, “nonno è mio”, protestò.

I bambini ci sorprendono, a volte: “Sai cosa ho scoperto papà? Che il mio nonno è anche il tuo papà.” Certo Riccardo il nonno è importante per noi e quando la maestra ti fece partecipare al concorso di poesia, per dimostrarglielo tu scrivesti:

nonno Felice

Il nonno più bello
abitava in un trullo,
che, per lavorare
alla FIAT, ha dovuto lasciare.
Così Felice, di nome e di fatto,
un giorno lontano ha lasciato il suo tetto.
Sul lungo treno col figlio piccolino
è arrivato a Torino.
Ora in pensione è già andato
così mi guarda se sono malato.
Io volentieri lo vado a trovare:
un nonno così si può solo amare.

 

Frequentavi la 2a elementare. Con quelle parole semplici che sicuramente t’erano state ispirate dai racconti miei e di mio padre rinnovasti i miei ricordi. Mi rividi quando anch’io frequentavo un classe seconda presso una scuola media pugliese. Era febbraio quando tuo nonno decise di raggiungere suo fratello su a Torino. La FIAT assumeva a ritmi senza precedenti e non importava se lui non era giovanissimo e sapeva solo fare il contadino. Il lavoro in catena s’imparava velocemente, era faticoso ma semplice. Io e la nonna, mia madre, restammo soli: dovevo terminare l’anno scolastico. A tredici anni l’infanzia comincia ad abbandonarci, i contorni del sogno cominciano a perdere sfumature e s’inquadrano lentamente nelle linee marcate della realtà. Ricordo che i miei compagni di classe fra uno scherzo ed un gioco mi facevano comprendere che li avrei persi che loro sarebbero rimasti li e l’anno prossimo avrebbero ancora riso insieme durante le lezioni di francese dell’avvocato “baffi di cartone” e che io non sarei più stato più li ad ascoltare Don Camillo, il prete insegnante di lettere, mentre leggeva poesie con l’accento ostunese o ci raccontava del suo asinello che s’impuntava come un mulo quando lui cercava un’andatura più svelta. Non sarei più stato li a disegnare e colorare sotto la guida del maestro Quaranta pittore e grafico di provincia o a saltare e correre insieme al prof. di ginnastica di cui non ricordo il nome e che ci raccontava di quando, pochi anni prima, aveva visto di persona Berruti ed i suoi occhiali vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma. Soprattutto non sarei stato più li a divertirmi insieme a loro, si, perché andare in quella scuola non era faticoso, quegli insegnanti che avrei scoperto umani ma dilettanti non ci spaventavano per la mole di lavoro che ci assegnavano. Quella scuola era leggera e leggero era il bagaglio culturale che ci trasmetteva. Venne l’estate, la scuola finì, salutai i miei compagni con mille promesse di ritorno e una piccola stretta al cuore, li avrei rivisti? Avrei più provato quella leggera sensazione di stordimento mentre passavo vicino ad Anna, la compagna del secondo banco? Mi distrasse la campagna. Aiutavo la mamma a terminare i lavori di conduzione di un terreno che avevamo in affitto. Il trullo della mia infanzia m’accoglieva per le mie ultime settimane pugliesi. A luglio di quell’anno il primo uomo toccò il suolo lunare in diretta TV, alla fine di agosto partimmo, io e i miei genitori, Torino ci aspettava. Papà mi disse sul treno che aveva affittato un alloggetto in Borgo San Paolo: “Vedrai ti piacerà, è piccolino ma è più grande della casa al paese, d’inverno avremo, i termosifoni, non il braciere o la stufetta elettrica puzzolente che dimenticherai”. Allora l’anno scolastico iniziava il primo ottobre, ebbi quindi tutto il mese di settembre per abituarmi al tutto nuovo e sconosciuto che mi circondava. Il primo giorno a scuola, nonostante i timori, fu una festa, i nuovi compagni accolsero fra loro un altro ragazzo del sud, erano già abituati, in quegli anni, ne arrivava più d’uno all’inizio di ogni stagione. M’accorsi presto che avevo a che fare con una scuola tutto sommato diversa, più severa, più dura. Faticai molto per mettermi al passo con gli altri ma riuscii nell’intento. Non posso però dire di aver personalmente sofferto la discriminazione che, allora, colpiva il diverso, “il napuli”, “il terrone”,  tranne qualche caso superficiale, di semplice livello verbale, senza particolari conseguenze pratiche. Ricordo che i miei compagni di scuola piemontesi m’hanno fatto sentire sempre a mio agio, semmai qualche negatività è legata a compagni di origine meridionale: in fondo quando si lotta sono i più vicini a farne le spese. Mio padre lavorava duramente per mandare avanti la famiglia, oltre a me c’era mia madre che faceva la casalinga, pur non essendo una famiglia numerosa, i salari degli operai non erano certo oro e lui dopo la fabbrica doveva fare “le ore” in qualche “boita”. In quel periodo Torino fu al centro del cosiddetto “autunno caldo” al termine del quale fu ottenuto “Lo statuto dei Lavoratori” il cui art. 18 è stato recentemente al centro dell’attenzione nazionale. Finito positivamente il primo anno di scuola a Torino mi attendevano gli anni delle superiori del post-sessantotto confusi e lassisti. Quelli furono anche gli anni detti “di piombo”.

lega smemorata

Guardando ieri mattina la leghista Emanuela Munerato alla Camera, in divisa da operaia, tuonare contro i tagli al trasporto pubblico, un personaggio di Nanni Moretti si sarebbe alzato in piedi gridando: «No, almeno gli autobus no!». Già, perchè questa Lega di smemorati di Collegno, fino a un mese fa incollata alle poltrone di governo, nonostante gli infiniti falsi allarmi con cui fingeva di soffiare sul collo del Cavaliere, ieri ha davvero superato se stessa. Tra i tanti regali. il governo Berlusconi-Bossi, oltre alla slavina di leggi ad personam, salvataggi di Romano e Milanese, voti su Ruby «nipote di Mubarak», ha tagliato nelle ultime manovre oltre l’80% dei fondi per bus, metrò e treni locali, circa 1,4 miliardi su 1,9. Al punto da spingere le Regioni, che gestiscono questi servizi, a restituire simbolicamente le loro deleghe al governo, nel settembre scorso. Continua a leggere!

terra rossa

Il mio bisnonno paterno, Felice u’ zingarieddh’, fu assegnatario di un particella (luec’) in contrada cutugn’ che gravitava più su Massarianuova che su Ceglie, con sua moglie Grazia costruì un trullo con le pietre rivenienti dalla bonifica del terreno e insieme, coi frutti di quella terra, allevarono i figli. Oggi li ricordo tutti e pur vivendo lontano dalla mia terra da quasi quarant’anni conservo un forte legame con essa, con quella terra rossa che sangue e sudore costò ai miei avi.

Vespa e Lambretta

Ricordo che mio padre aveva la Vespa e suo cognato (mio zio) la Lambretta: su entrambe, sono andato in giro, stando in piedi sul predellino e riempiendo di curiose domande il conduttore di turno su tutto ciò che vedevo scorrere come in un film intorno a me, mentre il vento mi scompigliava i corti capelli di bambino. Non ricordo se ci fosse rivalità fra i due scooteristi ma ci tenevano tantissimo alla loro motoretta che era insieme motivo di orgoglio, divertimento e mezzo di trasporto e quindi anche di lavoro. La Vespa di mio padre sembra eterna, l’ho rivista ancora un paio d’anni fà: malandata ma in funzione. La Lambretta invece cedette tanti anni fa, la ricordo arrugginita e abbandonata in campagna che ero ancora ragazzo.

Lo specchietto e il cardellino

Scavavamo nella terra una buca grande abbastanza da contenere una buatta usata, riempita fino all’orlo di acqua del pozzo. Intorno allo specchietto d’acqua un semicerchio di terra battuta privo di ostacoli: via pietre, rametti secchi, gusci di lumache. ZIMICCHIO m’insegnava a tenere in bilico, su uno zippo di mandorlo da lui predisposto, una chianca simile a quelle usate per costruire i coni dei trulli. La chianca incombeva sullo specchio d’acqua; una cordicella veniva assicurata al rametto e nascosta a filo di terra nel tratto ripulito, con l’altro capo in mano mia, andavamo eccitati a nasconderci dietro un riparo di sciaje già pronto all’ombra di un vicino fico.

– Non fiatare –

diceva ZIMICCHIO,

– Non muoverti, altrimenti gli uccellini non si avvicinano. –

Sì!, perché era proprio qualche passero o meglio un cardellino di passaggio che noi aspettavamo si avvicinasse attirato dallo splendore dell’acqua al sole cocente di luglio.

Le speranze di ‘ngappare qualche preda si affievolivano: il vento non sembrava favorirci, quando ecco apparire un’ombra sull’orlo della buatta. Sembrava proprio che un cardellino con le piume gialle e rosse sotto il becco fosse venuto a farsi prendere.

Il cuore mi batteva in gola, avevo cinque o sei anni e far male ad un esserino mi spaventava e attirava allo stesso tempo, al pensiero di ciò che stava per capitargli mi faceva pena l’uccelletto che beveva spensierato calando il becco in acqua e ingoiando ogni goccia con un rapido gesto del capo all’indietro.

Lo volevo però a cantare per me nella gabbietta, già pronta, con la porta aperta, nelle mani sicure dello zio che m’incoraggiava sibilandomi nell’orecchio:

– Tira!…Già, Tira!… –

Riflettevo, immobile, ancora un attimo in preda all’ansia, finalmente deciso tiravo il cordino e via di corsa a sollevare la chianca sperando che il cardellino fosse caduto in acqua senza essere rimasto schiacciato.

Trattenendo il fiato, ecco, sollevavo la pietra e raccoglievo l’uccellino, pulsante di paura nella mia mano tremante, ancora stordito del colpo improvviso.

– Che peccato, non è un cardellino, –

Dicevo:

– E’ solo un passerotto. –

ZIMICCHIO contento dell’esito della caccia mi suggeriva:

– Non importa, canterà anche lui il prossimo inverno e le giornata grigie saranno più allegre.

Con la sua stampella mi indicava la porticina aperta della gabbia e mi diceva:

 – Non farlo volare via come il cardellino di ieri, mi raccomando!, Infilalo dentro con calma e mollalo subito, chiudi, vedrai: non scappa più.